LOST LAND (Harà Watan, FUJIMOTO Akio, 2025)
Mostra del Cinema di Venezia 2025
di Fabio Canessa

Con un taglio documentaristico che non oscura il suo sguardo partecipe, Fujimoto Akio racconta il viaggio della speranza di due bambini accendendo i riflettori sul dramma dimenticato dei migranti rohingya: un popolo senza pace e cittadinanza alla ricerca di un posto dove sentirsi a casa. Premio speciale della giuria nella sezione Orizzonti.
Shafi e Somira, fratello e sorella di quattro e nove anni, lasciano un campo profughi rohingya in Bangladesh per intraprendere un pericoloso viaggio verso la Malesia dove vive un loro parente.
In un’edizione della Mostra del cinema di Venezia nel segno della Palestina, inevitabilmente per la triste attualità e la forte presenza nel concorso principale del film The Voice of Hind Rajab sulla storia della bambina diventata un simbolo dell’orrore di Gaza, non sono mancati lungometraggi incentrati su altre tragedie umanitarie. Emergenze che persistono in diversi angoli del pianeta e di cui si parla poco come quella che coinvolge i rohingya, la minoranza etnica originaria della Birmania nord-occidentale vittima da anni di una persecuzione vicina al genocidio sulla quale pone l’attenzione Fujimoto Akio con Lost Land (Harà Watan). Terzo film del regista che continua a guardare al Sud-est asiatico e al tema della migrazione dopo Passage of Life (Boku no kaeru basho, 2017) e Along the Sea (Umibe no kanojotachi, 2020) dove si focalizza su storie di immigrati in Giappone, nel primo caso una famiglia birmana e nel secondo tre giovani vietnamite. Qui racconta l’odissea di un gruppo di rohingya dal Bangladesh, dove anche per vicinanza geografica in centinaia di migliaia sono fuggiti dall’esodo di massa del 2017 a oggi, sino alla Malesia, alla ricerca – in un Paese che ha dimostrato quantomeno una maggiore tolleranza per i rifugiati nel segno della solidarietà musulmana – di un luogo dove sperare di sentirsi a casa. Di mezzo ci sono però il Myanmar e la Thailandia, con tante difficoltà da superare per raggiungere la destinazione.
Un viaggio che nel film si articola in quattro settimane. A scandirlo il conteggio dei giorni sullo schermo, con una grafia che richiama quella dei bambini a sottolineare il focus sui più piccoli. È attraverso gli occhi della coppia di giovanissimi protagonisti che Fujimoto racconta lo sradicamento di un popolo senza pace e cittadinanza. Lo fa adottando un taglio documentaristico che si fonde ottimamente con la costruzione narrativa, trovando un equilibrio grazie al quale riesce a tenersi lontano dagli estremi di un approccio troppo osservazionale o da manuale di sceneggiatura: mai distaccato e mai irreale, insomma. Alla ricerca di autenticità si affida a interpreti non professionisti, molti dei quali, come rivelato dal regista a Venezia, hanno vissuto in prima persona esperienze simili a quelle descritte nel film. Alcune, manco a dirlo, atrocità legate allo sfruttamento del traffico transfrontaliero come mostrato in una delle scene più dure: quella in cui una banda di criminali rinchiude i migranti in gabbie per animali nella foresta, costringendoli a chiamare parenti e amici per farsi inviare dei soldi.
Nel racconto c’è comunque spazio anche per squarci di umanità, gesti di aiuto e nel concentrarsi su Somira e Shafi per momenti dedicati al gioco. Dall’abitazione iniziale, quando si divertono a nascondino, a un edificio abbandonato dove trovano riparo a un certo punto, non rinunciano a giocare come dovrebbero essere liberi di fare tutti i bambini. Pur in una situazione tragica, in cui la preoccupazione principale diventa procurarsi del cibo. E in riferimento a questo è toccante l’impegno della sorella che cerca di prendersi cura del fratellino più piccolo, fa venire in mente il dramma raccontato da Takahata Isao in Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka, 1988). La camera segue i piccoli protagonisti cogliendo la loro spontaneità, con la bella fotografia di Kitagawa Yoshio, noto per aver affiancato Hamaguchi Ryūsuke in alcuni suoi lungometraggi, che si distingue in particolare in una sequenza notturna in cui un barcone carico di migranti viene sorpreso dalla guardia costiera. Da segnalare inoltre le musiche, utilizzate in modo discreto, del violoncellista Ernst Reijseger, artista che vanta anche un’importante collaborazione con Werner Herzog.
Titolo originale: Harà Watan; regia: Fujimoto Akio; sceneggiatura: Fujimoto Akio; fotografia: Kitagawa Yoshio; musica: Ernst Reijseger; interpreti e personaggi: Shomira Rias Uddin Muhammad (Somira), Shofik Rias Uddin (Shafi); produzione: E.x.N K.K., Panorama Films, Elom Initiatives, Cinemata, Scarlet Visions, Dongyu, KinemaTowards, Cineric Creative; prima uscita: Mostra del cinema di Venezia, 1 settembre 2025; durata: 99’.

