A VERY STRAIGHT NECK (Massugu na kubi, Neo SORA, 2025)
Osaka Asian Film Festival 2025 Expo edition
di Matteo Boscarol

Per la sua ultima fatica, premiato all’ultimo festival di Locarno, Neo Sora sceglie il cortometraggio, una forma che gli consente di trasporre sul grande schermo, con un tocco visivo personale e originale, una graphic novel di Narazaki Momoe. Allo stesso tempo, però, la durata limitata finisce per costringerlo entro confini forse troppo stretti, impedendo alla storia di dispiegare appieno le sue potenzialità.
Dopo essersi svegliata da un sogno inquietante con un dolore lancinante al collo, la giornata ordinaria di una donna si trasforma in una prova quasi impossibile da affrontare. Ricordi e sogni si intrecciano con i gesti della quotidianità, prendersi cura della figlia, muoversi per la casa, attraversare il quartiere, in un flusso sospeso tra la memoria e il presente, dove la fatica del corpo si confonde con quella dell’esistenza.
Dopo i successi nel documentario musicale con Ryuichi Sakamoto: Opus (id.2023) e nel lungometraggio di finzione Happyend (id., 2024), Neo Sora torna alla forma del cortometraggio, già esplorata agli inizi della sua carriera. Questa volta però lo fa circondandosi di un gruppo di collaboratori di primo piano, da una parte Andō Sakura, protagonista del film, dall’altra Oda Kaori, qui direttrice della fotografia, nota per i suoi documentari sperimentali quali Aragane (id., 2015), Cenote (Senōte, 2019) e il più recente Underground (Andāguraundo, 2024).
Il dolore fisico e l’immobilità del collo che aprono il lavoro, diventano per la protagonista una sorta di trauma scatenante, attraverso il quale riemerge ciò che era stato rimosso. Tornano alla superficie le memorie di un’amica d’infanzia scomparsa e visioni di figure che corrono al lavoro, frammenti di sogni e ricordi che si mescolano e riecheggiano dal passato. È un passato che preme per ritornare, forse legato alla maternità, o più probabilmente a ferite e traumi sepolti. La fatica dell’esistere si manifesta nell’impossibilità di compiere i gesti più semplici, e trova nel corpo della protagonista, immobilizzato e bloccato, una traduzione tanto fisica quanto mentale. Fino alla scena in cui, caduta sul marciapiede, la donna non riesce più a sollevare lo sguardo né a rialzarsi da terra. Un senso di impotenza e immobilità che Sora collega anche con il genocidio palestinese, si vede infatti nel cortometraggio anche un gruppoo di manifestanti. Una causa per la quale il giovane autore si sta impegnando fin dall’inizio del massacro mettendoci la faccia e l’impegno di marce, sit in, proteste, da New York a Tokyo fino a Yamagata.
Il senso di immobilità e di peso dell’esistenza, insieme surreale e doloroso, è restituito con forza in A Very Straight Neck grazie alla prova intensa di Andō e alla qualità visiva delle immagini concepite da Sora e Oda. Tuttavia, come accennato in apertura, il film e la sua costruzione narrativa rimangono un po’ troppo astratti; forse sarebbe servito almeno il doppio del tempo per permettere a temi e atmosfere di dispiegarsi appieno, invece di restare solo accennati.
Titolo originale: まっすぐな首 (Massugu na kubi densetsu); regia e sceneggiatura: Neo Sora; soggetto: da una graphic novel di Narazaki Momoe; direttore della fotografia: Oda Kaori; montaggio: Nagai Manaka; interpreti: Andō Sakura, Kitagata Kodachi; produttori: Lawrence Xiao, Takahashi Hanae, Cho Na-Young;
premiere: Festival di Locarno, 13 agosto 2025; premiere giapponese: 29 agosto 2025 Osaka Asian Film Festival; durata: 11’.

