classici1-1845135

SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Speciale Kiki Kirin

di Davide Parpinel

Ritratto di Kirin Kiki

Chi ha potuto conoscere il talento attoriale di Kiki Kirin solo tra gli anni zero e gli anni dieci del Duemila, osservandola, quindi, primariamente nelle produzioni dirette da Kore’eda Hirokazu e Kawase Naomi, ha potuto vedere solo l’ultimo atto del percorso di costruzione artistica da lei iniziato molti anni addietro. Kiki Kirin, venuta a mancare nel 2018, è stata una delle attrici più amate e rispettate del Giappone, indimenticabile per la sua straordinaria capacità di interpretare ruoli profondamente umani e realistici, spesso madri o donne comuni. Nella sua lunghissima carriera che parte dagli inizi in televisione negli anni Sessanta del Novecento fino a Un affare di famiglia (Manbiki Kazoku, 2018), uno degli ultimi suoi atti di fronte alla macchina da presa, il percorso artistico di Kiki, il cui vero nome era Uchida Keiko, si è formato film dopo film, personaggio dopo personaggio sempre con l’obiettivo di vivere i personaggi che interpretava, più che recitarli. Nella sua indagine sulle figure chiave del cinema giapponese del passato, Sonatine, quindi, non può non considerare un approfondimento sulla lunga e trasversale carriera di Kiki Kirin.

Gli anni Sessanta del Novecento sono un decennio di forte cambiamento per il Giappone. Mentre sullo sfondo cinematografico si muove e si anima la Japanese New Wave (Nūberu Bāgu) in particolare grazie ai film di Ōshima Nagisa, Yoshida Yoshishige e Shinoda Masahiro, il Paese del Sol levante si appresta a vivere il suo miracolo economico anche grazie all’avvento della televisione la cui presenza nella vita dei nipponici è molto forte. E proprio dentro gli schermi televisivi, che raccontano e accompagnano la vita ordinaria della classe media, appare il volto di Kiki Kirin, allora nota come Yūki Chiho, che aveva cominciato la sua carriera in teatro esibendosi con il gruppo teatrale Bungakuza. In televisione l’attrice si distingue sin da subito per ironia e spontaneità e per la sua recitazione naturale che la rende, così, subito popolare al grande pubblico. Gli anni Settanta, poi, vedono l’approdo di Kiki al cinema, grazie alle collaborazioni con registi come Yamada Yōji nella saga dello sfortunato vagabondo Tora-san, e soprattutto con Shinoda nello splendido The Ballad of Orin (Hanare goze Orin, 1977). Qui Kiki interpreta Tama Ichise, una goze (un’artista non vedente itinerante votata alla castità nel Giappone di inizio XX secolo), proprio come la protagonista del film Orin (Iwashita Shima). Se quest’ultima, però appare come un personaggio cupo e rassegnato a un destino poco sereno, il ruolo di Kiki è, invece, pervaso da una sorridente leggerezza che si bilancia e si compenetra con l’anima di Orin. È in questo decennio che l’attrice definisce il suo stile: asciutto, realistico, capace di fondere umorismo e malinconia. Kiki, insomma, in questi anni, costruisce su di sé la figura attoriale della donna comune, dell’osservatrice lucida e partecipe del Giappone in trasformazione con una recitazione minimalista e sottilmente ironica, lontana dagli stereotipi femminili dell’epoca.

La strada nel cinema di Kiki appare, quindi, tracciata. Nel decennio Ottanta compare in numerose pellicole mai, però, con il ruolo di protagonista, ma sempre di comprimaria alla narrazione. Pensare, però, che il suo apporto alla realizzazione dei film sia marginale è sbagliato, come dimostrato in Exchange Students (Tenkōsei, 1982) di Obayashi Nobuhiko in cui interpreta la madre spaesata dallo strano comportamento del figlio perché questo ha assunto le sembianze di una sua amica per un inaspettato scambio di persona. Se questa collaborazione è importante per Kiki perché le permette di lavorare con Obayashi, altre interpretazioni come in Capone Cries a Lot (Kapone oi ni naku, 1985) di Suzuki Seijun o Yumechiyo nikki (1985) di Urayama Kiriô consolidano la sua carriera. Negli anni Novanta, poi, l’attrice nipponica afferma ancora di più la sua sensibilità di attrice, abbandonando i toni comici per un realismo più intimo e malinconico, continuando a collaborare con grandi registi come nel caso di War And Youth (Sensou to seishun, 1991) ultimo film diretto da Imai Tadashi, regista che ha ottenuto un forte rinascimento in Europa, la cui filmografia può essere, indicativamente, suddivisa in due tematiche: storie di gruppi umani e sociali oppressi e storie che ricordano al pubblico, soprattutto più giovane, gli orrori della guerra. Ecco War And Youth appartiene a questo secondo filone tematico.

Appena giunta nel nuovo millennio, è il 2001, Kiki ritorna a collaborare con Suzuki Seijun in Pistol Opera (Pisutoru Opera, 2001) storia di una killer assoldata in una gara a eliminazione per stabilire chi sia il miglior killer del Giappone. Il film non ha una vera e propria trama, bensì è l’accostamento di una serie di composizioni di immagini sostenuta da una fotografia patinata e da una recitazione fredda incastonati in un montaggio a ellissi. Kiki interpreta la nonna di Gatta Randagia, Miyuki Minazuki, la protagonista. La fine degli anni Zero, proseguendo, è caratterizzata dall’incontro con Kore’eda Hirokazu che la sceglie per Still Walking (Aruitemo aruitemo, 2008), film familiare dal tono delicato e poetico. Con lui l’attrice matura un linguaggio interpretativo compiuto, fatto di empatia, pudore e autenticità. Kiki incarna così, i valori del Giappone domestico, divenendo simbolo di una saggezza dolce e ironica, capace di attraversare generazioni e di raccontare, con pochi tratti, la dignità e la complessità della vita quotidiana. Prima però di Still Walking, Kiki è stata anche il volto misurato, sofferente e commovente di Eiko, la madre malata di cancro di Nagakawa  Masaya (Joe Odagiri) in Tokyo Tower: Mom and Me, and Sometimes Dad (Tōkyō tawā: Okan to boku to, tokidoki, oton, 2007) di Matsuoka Joji che sceglie proprio la donna per dare un tocco di autentica verità a un personaggio delicato e vivo.

La collaborazione con Kore’eda diviene, intanto, stabile. I Wish (Kiseki, 2011), Little Sister (Umimachi Diary, 2015), Ritratto di famiglia con tempesta (Umi yori mo mada fukaku, 2016) e soprattutto il già citato Un affare di famiglia (Manbiki Kazoku, 2018), Palma d’Oro al Festival di Cannes, la vedono protagonista in ruoli di madri e nonne che in gesti e parole calibratissimi racchiudono l’essenza dell’affetto e della fragilità umana. Proseguendo in questa linea evolutiva della sua capacità attoriale, in questo momento della sua carriera l’attrice regala un’interpretazione indimenticabile in Le ricette della signora Toku (An, 2015) di Naomi Kawase. L’attrice commuove il pubblico internazionale per la sua recitazione potente proprio perché moderata: non parte con esplosioni emotive, ma costruisce un personaggio ricco di dignità, saggezza e vulnerabilità. Attraverso di lei, il film di Kawase tocca temi profondi come la solitudine, il pregiudizio, ma anche la bellezza della vita nelle sue piccole pratiche quotidiane. Negli stessi anni, poi, Kiki partecipa a due film di Harada Masato, Chronicle of my mother (Waga haha no ki, 2011) e Kakekomi (Kakekomi onna to kakedashi otoko, 2015). Se il secondo è la storia della volontà di tre donne di ottenere il divorzio negli anni Quaranta dell’Ottocento, Chronicle of my mother si focalizza sul tema di una famiglia lacerata, quella di uno scrittore di mezza età la cui vita è stata segnata dall’abbandono da parte della madre durante la sua infanzia. Lui, infatti, se capisce di essere molto simile al padre defunto, allo stesso tempo pone una distanza evidente con la madre e proprio per questo diventa uno scrittore, ossia per colmare quella separazione, per porre rimedio nella sua anima all’abbandono subito. La recitazione di Kiki trasmette tutto il compassionevole distacco dalla realtà di una donna molto anziana che vive ancora profondamente i suoi sentimenti e appare sullo schermo sempre moderatissima nel restituire la fragilità mentale del personaggio.

Giunta ormai al crepuscolo della sue esistenza e in condizioni fisiche precarie, Kiki Kirin continua comunque a recitare fino alla fine, trasformando la sua esperienza personale in una profonda saggezza come si può notare in Every Day a Good Day (Nichinichi kore kôjitsu, 2018) di Ōmori Tatsushi. Noriko (Kuroki Haru) insieme alla cugina Michiko (Tabe Mikako), spinte dalla madre della prima, iniziano a frequentare le lezioni legate alla cerimonia del tè nella vicina casa dell’anziana Takeda-sensei, appunto Kiki. Sotto i suoi rigidi e attenti insegnamenti, le giovani si immergono in questa pratica composta di ragione e cuore, come afferma la saggia maestra, che gli insegna a fare attenzione anche alle piccolissime cose e a vivere la meraviglia del presente. Kiki Kirin in questo film di Ōmori, avulso dalla sua filmografia contrassegnata prevalentemente da una forte violenza, incarna lo spirito del Giappone che vede in questa cerimonia una presa di coscienza della propria cultura e storia. Il commiato cinematografico perfetto per un’attrice che è stata il simbolo dell’autenticità nipponica, trasmessa a volte con ironia e sempre con grande intensità, e della caparbietà di una donna in grado di costruire la propria parabola attoriale con umanità e realismo.

CONDIVIDI ARTICOLO