BURST CITY (Bakuretsu toshi bāsuto shiti, ISHII Gakuryū, 1982)
Speciale Ishii Gakuryū
di Matteo Boscarol

Il terzo lungometraggio diretto da Ishii, ma di fatto il secondo in quanto Panic in High School (Kōkō dai panikku, 1978) verrà poi rinnegato dal regista stesso, è forse quello in cui l’autore raggiunge l’apice dello stile punk e selvaggio che caratterizza la prima parte della sua carriera. La storia qui non è troppo importante, anche per motivi produttivi come vedremo, ma ciò che conta è l’aggressività dell’approccio visivo e sonoro e le varie confluenze culturali che si riversano in quest’opera cardine del cinema giapponese.
In un futuro prossimo gli abitanti della periferia di una grande città si ribellano alla costruzione di una centrale nucleare. È una ribellione fatta di corse d’auto, risse, feste e concerti, quelli dei The Rockers e degli Stalin, fra gli altri. Reietti e personaggi di varia fattura si incontrano e scontrano in questa landa desolata.
Il film si apre con una delle sequenze più elettrizzanti del cinema giapponese degli anni Ottanta. Un vertiginoso esperimento visivo girato in time-lapse in cui le immagini accelerate della città che scorrono sullo schermo si trasformano in chiazze di colori e linee danzanti, per poi sfociare nel panorama industriale suburbano attraversato da un sidecar in corsa.
In qualche modo è contenuto in nuce in questi due minuti, che precedono i titoli di testa, ciò che vedremo nel prosieguo del film: movimenti bruschi e quasi impazziti della macchina da presa, velocità, e paesaggi desolati periferici che sfrecciano. Si può tranquillamente affermare che queste operazioni estetiche però non troveranno un parallelo nella narrazione che si svilupperà nel resto del lavoro, o per meglio dire, lo stile non corrisponde pienamente al contenuto. Al contrario questo approccio estetico continua e si evolve ma solo in superficie, per così dire. Burst City è stato spesso criticato per l’assenza di contenuti e una sorta di vacuità di fondo, che è sì riscontrabile, ma che è, in qualche modo, programmatica. Si tratta di un film che si muove in superficie ed è quasi tutto stile: corpi che si muovono, scontrano e ballano, macchine che corrono all’impazzata al ritmo di musica punk o post punk. Come ha fatto argutamente notare il poeta, regista e critico Suzuki Shiroyasu, l’arco narrativo dei personaggi è inesistente e la storia di Burst City non dice, in fondo, niente. Ciò che Ishii voleva trasmettere attraverso le immagini, sempre secondo il critico giapponese, era però l’atmosfera creata dai corpi e dal movimento dei personaggi. Non ci sarebbero cioè significati nascosti o una particolare psicologia dei personaggi da individuare nel film, ma Burst City andrebbe esperito e approcciato attraverso una sorta di coinvolgimento sensoriale.

Si potrebbe allora leggere Burst City come un film concerto e questo almeno per due motivi. Il primo, quello più evidente, è che i concerti di due band punk attive all’epoca come The Rockers e degli Stalin sono parte integrante della narrazione. Ma il lungometraggio è un film concerto anche perché prova a ricreare attraverso immagini e suoni (montaggio, movimenti di macchina) l’atmosfera e l’estetica di un concerto punk e di un certo rock. Come ha fatto osservare lo studioso Mark Player, i rapidi movimenti della macchina da presa in alcune scene, quando seguono quelle di calma relativa, rispecchiano l’andamento di certi brani punk in cui momenti di pura cacofonia seguono parti più melodiche, o almeno caratterizzati da suoni più tradizionali. La macchina da presa come il plettro della chitarra o le bacchette della batteria. Sempre seguendo le intuizioni del ricercatore britannico, questo verrebbe confermato anche dal fatto che Ishii stesso suonava e cantava in un gruppo punk e molto spesso in quegli anni, chi non sapeva suonare uno strumento finiva per esprimersi in immagini attraverso lavori amatoriali e fai da te (jishu eiga) sempre intorno alla scena punk.
Si riversano in questo modo in Burst City e in altri lavori dell’epoca di Ishii e dei suoi colleghi, molti elementi culturali e artistici che emergono durante il periodo, la fine degli anni Settanta e gli inizi del decennio successivo. La musica in primis, ma soprattutto un approccio punk, fai da te e quasi da bricolage verso le arti e l’espressione personale. Gli attori presenti nel lungometraggio in questione sono, come abbiamo visto, membri di gruppi musicali, ma anche amici dello stesso Ishii. Non va dimenticato inoltre che Burst City è prodotto dalla Tōei Central Film, una sussidiaria della Tōei che al tempo cercava e finanziava talenti emergenti, un po’ come succedeva per la musica, quando gruppi o solisti venivano cercati e trovati da scout.
In un certo senso si tratta quindi di un approccio che quasi sfocia nell’amatoriale, ma che di quest’ultimo ha la forza e la crudezza delle opere più sentite. La storia produttiva del lavoro ne è uno scintillante esempio: della sceneggiatura originale Ishii e soci riuscirono a girare solo circa il sessanta per cento e alla fine misero insieme quanto avevano girano un po’ come un patchwork. Per trovare un Ishii più attento alla forma e alla grammatica cinematografica bisognerà aspettare il decennio successivo, quando il suo cinema prenderà una direzione abbastanza diversa da quella adottata nel primo decennio della sua carriera.
Titolo originale: 爆裂都市 BURST CITY (Bakuretsu toshi bāsuto shiti); regia: Ishii Gakuryū; sceneggiatura: Ishii Gakuryū, Akita Mitsuhiko; fotografia: Kasamatsu Norimichi; musiche: The Rockers, Stalin; montaggio: Ishii Gakuryū, Yamakawa Naoto, Sakamoto Junj; interpreti: Izumiya Shigeru, Jinnai Takanori, Machida Kō, Muroi Shigeru; durata: 115’; distribuzione: Tōei; anno di produzione: 1982; uscita in Giappone: 13 marzo 1982.

