LABYRINTH OF DREAMS (Yumeno ginga, ISHII Gakuryū, 1997)
Speciale Ishii Gakuryū
di Matteo Boscarol

Con questo film Ishii porta agli estremi il suo “nuovo” percorso stilistico inaugurato agli inizi degli anni Novanta. Atmosfere rarefatte, narrazione circolare ed un tocco visivo che, come il titolo chiaramente esplicita, si vuole affine al sogno.
Le vicende si sviluppano attorno ad una diceria secondo la quale un autista di autobus sedurrebbe le ragazze addette al timbro dei biglietti, per poi ucciderle in incidenti non del tutto chiariti. Tomiko inizia a lavorare come bigliettaia di autobus dopo la morte della sua amica Tsuyako, morta mentre svolgeva lo stesso lavoro. Tomiko è una giovane ragazza soffocata dalla sua esistenza ripetitiva, un giorno incontra Niitaka e, pur consapevole che lui potrebbe essere proprio il serial killer di cui tutti parlano, se ne innamora e decide di seguirlo.
Della produzione di Ishii scaturita dagli anni Novanta, Labyrinth of Dreams è quello che più sperimenta, sia dal punto di vista visivo, che da quello narrativo. Asano Tadanobu, che da questo lavoro in poi diventerà una presenza ricorrente nel cinema del nostro fino all’ultimo (ad ora) The Box Man (Hako otoko, 2024), è una delle figure principali della rinascita del cinema giapponese del decennio e in parte di quello successivo. Si ricordino qui almeno le sue fondamentali collaborazioni con Aoyama Shinji e Miike Takashi ad esempio.
La presenza di Asano, affascinante ed allo stesso tempo fredda e misteriosa, è il perfetto Caronte che ci conduce in un mondo che, fin dalle primissime scene, è fatto di spazi vuoti e silenzi, anche quando l’inquadratura sembra essere piena. Grazie al bianco e nero lattiginoso e soffuso della pellicola e al lavoro fatto sull’elemento sonoro del film, il lungometraggio si trasforma in qualcosa di spettrale, una sorta di mondo riflesso dove l’originale non esiste più o è stato perso. I continui sussurri dei personaggi, specialmente quelli delle protagoniste femminili che parlano spesso a bassa voce e con un tono molto specifico e le cui parole si dispiegano in assenza di qualsiasi rumore di fondo, creano allora una sorta di spazio infinitamente vuoto, la “galassia” (ginga) del titolo.
Sono queste le scelte stilistiche che Ishii e il suo direttore della fotografia Kasamatsu Norimichi adottano per traslare per il grande schermo le immagini e le atmosfere surreali dei libri di Yumeno Kyūsaku (nome d’arte di Sugiyama Yasumichi), scrittore attivo nell’arcipelago nei primi decenni del secolo scorso e dai cui racconti il film prende ispirazione.
Se Labyrinth of Dreams riesce nel suo intento di creare tonalità tanto affascinanti quanto quasi di terrore, molto lo si deve alle scelte stilistiche che abbiamo analizzato più sopra, ma altrettanto merito va alle prestazioni degli interpreti. Se di Asano abbiamo già parlato, menzione speciale va fatta per le presenze femminili, Komine Rena (Tomiko), Kurotani Tomoka (Tsuyako), Kyōno Kotomi (Chieko) e Mano Kirina (Aiko), che con le loro interpretazioni mettono in scena delle figure apatiche e apparentemente svuotate di senso che sono attratte dalla luce del pericolo e della morte come falene verso il fuoco.
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Titolo originale: ユメノ銀河 (Yumeno ginga); regia, sceneggiatura: Gakuryū Ishii; soggetto originale: Yumeno Kyūsaku; fotografia: Kasamatsu Norimichi; musica: Onogawa Hiroyuki; montaggio: Suzuki Kan; interpreti e personaggi: Komine Rena (Tomiko), Asano Tadanobu (Niitaka), Kurotani Tomoka (Tsuyako), Kyōno Kotomi (Chieko), Mano Kirina (Aiko); produzione: KSS; uscita in Giappone: 15 febbraio 1997; durata: 90’.

