classici1-1845135

SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

That’s it (Soredake, ISHII Gakuryū, 2015)

Di Paolo Torino

Con That’s it, Ishii ritorna a una messa in scena smaccatamente punk, riabbracciando i fasti di Crazy Thunder Road (Kuruizaki Sandā Rōdo, 1980), Burst City (Bakuretsu toshi bāsuto shiti, 1982) ed Electric Dragon 80000v (Erekutorikku doragon 80000V, 2001), aggiungendo però al suo modo di montare un ritmo ancora più frenetico, riconducibile a un videoclip musicale. 

Daikoku viene abbandonato da suo padre e il suo certificato di nascita viene venduto da quest’ultimo a un boss della mala giapponese. Senza i suoi documenti, Daikoku, è costretto a vivere in una situazione di stallo poiché per la società giapponese non esiste. Tutto cambia quando un furto ai danni di un gangster si rivela essere un colpo da milioni di yen: non per l’oro, ma per un hard disk contenente certificati di nascita di senza dimora e prostitute. Comincia così la “rinascita” del protagonista.

Può un certificato di nascita garantire l’esistenza di un individuo? È attorno a questo interrogativo che si sviluppa l’opera di Ishii, That’s it. Un interrogativo che connette il cinema nipponico a quello italiano degli anni Settanta, ad esempio con Ciao Maschio (1978, Marco Ferreri), caposaldo del cinema underground, in cui la scimmia ritrovata dal protagonista viene ufficialmente riconosciuta dalla società nel momento in cui le viene assegnato un nome (Cornelio). È forse la ricerca di un’identità quello che inconsciamente cerca di comunicarci il cinema indipendente? La filmografia di Ishii, per esempio, ha sempre messo in scena – attraverso un impianto figurativo caotico e iper cinetico – una società di reietti che in qualche modo cerca di trovare il proprio posto nel mondo o, viceversa, di annullare il proprio io tramite la ricerca spasmodica della follia, The Crazy Family (Gyakufunsha kazoku, 1984) in questo senso, può essere un esempio lampante. 

Non sono morto ancora”. È così che si apre l’opera. Un vademecum pronunciato spesso da Daikoku – protagonista del film – per ricordare a sé stesso due condizioni: il suo stato da zombie, ovvero morto per la società ma vivo fisicamente; l’uccisione di suo padre, che da piccolo lo ha abbandonato relegandolo al purgatorio urbano. La parabola di Daikoku è in realtà l’archetipo più classico della storia letteraria, ed è anche la forza del racconto di Ishii, ovvero rivisitare in chiave punk un grande classico: l’uccisione del padre. È possibile sviluppare questa operazione in tre punti.

Il primo lavoro di rivisitazione, Ishii, lo svolge sul montaggio. Quest’ultimo è spesso frenetico e accompagnato da musiche punk rock, restituendo un ritmo frenetico (es. prima sequenza dell’inseguimento tra i vicoli di Tokyo). Passano pochi secondi tra un cambio d’inquadratura e l’altra, spesso costruendo un décadrage tra l’inseguito e l’inseguitore, alternando primissimi piani, piani americani e inquadratura delle scarpe. Se il ritmo in Burst City poteva essere ascritto alla categoria dei musical, in That’s it, è più da videoclip musicale: spesso bastano 4-5 minuti di sequenza accompagnato da montaggio frenetico e incorniciato da musica punk per raccontare uno scenario narrativo in grado di proseguire col racconto. 

L’altra rivisitazione in chiave punk, invece, riguarda la fotografia e la composizione delle inquadrature. La prima rappresenta lo stato d’animo e l’affermazione di Daikoku nel mondo che abita: è spesso in bianco e nero nei momenti più cupi e incerti per poi assumere sfumature seppia alla presenza di una flebile speranza di risoluzione. Diventa invece a colori quando Daikoku capisce qual è il suo posto nel mondo. La composizione delle inquadrature, però, quasi non riflette più la natura caotica del cinema di Ishii: il lavoro subliminale ed elegante nel descrivere la separazione tra il protagonista e gli altri viene spesso raccontato con un’inquadratura che implica o uno split screen (uno, nella sequenza del primo inseguimento) o un elemento architettonico che divide in due la scena (il palo che divide i due protagonisti o i palazzi presenti durante lo stallo dopo la fuga che sortiscono lo stesso effetto). Una trovata che si contrappone allo spirito esplosivo dell’opera. 

L’ultima rivisitazione, invece, è quello che è possibile chiamare l’Ishii’s touch, ovvero il tocco di Ishii. La capacità del regista di mutare la natura del film e di astrarsi da ogni genere. Esemplare, infatti, è la sequenza della sparatoria finale in cui l’inquadratura si fa contaminare da inserti manga, da sequenze action e gore. Il film ha un’identità fluida, è a metà strada tra tanti generi, ed è lo specchio del suo protagonista, Daikoku, sempre vestito di bianco. “ho finalmente smesso di essere un fantasma”, dirà. E il tutto finisce così, con un that’s it.              


Titolo originale: ソレダケ that’s it  (Sore dake that’s it); regia: Ishii Gakuryū; sceneggiatura: Inagaki Kiyotaka; fotografia: Matsumoto Yoshiyuki; montaggio: Ishii Gakuryū, Takeda Takahiko; musiche: bloodthirsty butchers; interpreti e personaggi: Sometani Shōta (Daikoku Samao), Mizuno Elina (Nanmu Ami), Shibukawa Kiyohiko (Ebisu Daikichi), Murakami Jun (Inogami Rakuhiko), Ayano Gō (Senju Kan); produttore: Ōsaki Hironobu; uscita nelle sale giapponesi: 27 maggio 2015; durata: 110′.

CONDIVIDI ARTICOLO