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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

KOKUHO – IL MAESTRO DI KABUKI (Kokuhō, LEE Sang-il, 2025)

Far East Film Festival 2026

di Fabio Canessa

Racconto, epico e intimo allo stesso tempo, ambientato nel mondo del kabuki. Tra le luci del palco, con una messa in scena che esalta il fascino delle scenografie e dei costumi di questa forma teatrale, e le ombre di un microcosmo governato da regole rigide in cui si compie il percorso artistico e umano di un attore alla ricerca della perfezione. 

Nagasaki. Il giovane Kikuo, figlio di un boss della yakuza, si esibisce durante un banchetto in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti lo nota l’attore Hanjirō Hanai, maestro di quest’arte teatrale tradizionale, che riconosce immediatamente il suo talento e alla morte del padre del ragazzo lo accoglie a Osaka come apprendista. Così Kikuo viene formato severamente alla recitazione e alla danza kabuki, insieme a Shunsuke, il figlio di Hanjirō, con il quale crea un forte legame che si sviluppa nel corso degli anni tra fratellanza e rivalità.

L’arco temporale coperto da Kokuho, con grandi ellissi, va dal 1964 al 2014. Cinquant’anni della vita di Kikuo, il personaggio principale interpretato da adolescente da Kurokawa Sōya, già visto in Monster (Kaibutsu, 2023) di Koreeda Hirokazu, e poi da Yoshizawa Ryō, chiamato a reggere sulle sue spalle buona parte del film. Una narrazione dall’ampio respiro e non solo per la durata, quasi tre ore, ma per l’incedere da feuilleton con un racconto ricco di svolte tra rivalità, amicizia, ambizione, gelosie, tradimenti, destino familiare e un protagonista che compie un percorso di ascesa, caduta e risalita. Non a caso il film si basa su un romanzo, inizialmente pubblicato a puntate sul quotidiano Asahi Shimbun, scritto da Yoshida Shūichi di cui Lee Sang-il aveva già portato sullo schermo Villain (Akunin 2010) e Rage (Ikari, 2016).

Un soggetto letterario trasformato in sceneggiatura da Okudera Satoko, fine penna per il cinema che ha esordito con Moving (Ohikkoshi, 1993) di Sōmai Shinji e ha scritto i migliori lungometraggi d’animazione di Hosoda Mamoru, per un film che dopo l’anteprima alla Quinzaine des cinéastes del Festival di Cannes del 2025 è uscito nelle sale giapponesi sbancando il box office. Diventando addirittura il più grande incasso per un titolo live action nella storia del cinema nipponico. Traguardo che ovviamente sorprende considerando il tipo di film, con la sua ambientazione nel mondo del kabuki, e fa pensare mettendolo in relazione con l’Italia dove l’ultima annata ha visto ancora una volta Checco Zalone superare se stesso nel record al botteghino.

Un successo accompagnato da tanti riconoscimenti in patria e da un Oscar sfiorato, con la nomination, per il trucco. Uno degli aspetti che immediatamente colpisce lo spettatore insieme ai costumi e alle scenografie. L’estrema cura del profilmico, dei dettagli, acquista un valore fondamentale nel restituire lo splendore del kabuki così come il preciso lavoro degli attori nelle sequenze sul palco con la rappresentazione di atti di diversi drammi, tra cui il celebre “Doppio suicidio d’amore a Sonezaki”. Lunghe e affascinanti scene  integrate, in modo sottile, nella narrazione del percorso di vita dei due personaggi principali.

Agli occhi di noi occidentali il film diventa un’occasione anche per avvicinarsi a quest’arte nata nel XVII secolo e che presto divenne, con il divieto imposto alle donne di recitare, ad appannaggio esclusivo degli uomini e con i ruoli femminili interpretati quindi da attori: gli onnagata. Un’arte preservata da maestri che possono arrivare a guadagnarsi l’appellativo di Ningen Kokuhō: tesoro nazionale vivente. Da qui il titolo del film che sottolinea anche l’ambizione del protagonista, la ricerca dell’eccellenza artistica che non ammette altro, fino ad arrivare a sacrificare gli affetti, a fare un patto con il diavolo. Un topos utilizzato per tante storie ambientate in diversi contesti. In quello del kabuki si arricchisce delle peculiarità di un mondo con le sue regole, dove la discendenza ha un ruolo fondamentale e i figli, preparati sin da piccoli, ci si aspetta che prendano il posto dei padri e portino avanti il nome della famiglia. Un discorso che apre a riflessioni sull’aristocrazia dell’arte. Centrale nel film è sicuramente la tensione tra diritto di nascita, di Shunsuke, e quello acquisito, di Kikuo. Sangue e talento, per entrambi benedizione/maledizione.

Il fulcro emotivo della storia è proprio il legame tra i due, segnato da alti e bassi, fratellanza e incomprensioni, sostegno e competizione. Un rapporto che si sviluppa nell’arco di decenni, con conseguente importanza dato allo scorrere del tempo, focalizzato sulla trasformazione dei personaggi e con poco interesse ai cambiamenti del mondo esterno. In questo senso si differenzia da un film come Addio mia concubina (1993) di Chen Kaige al quale molti lo hanno paragonato, per il racconto incentrato sulle vicende di due amici attori dell’Opera di Pechino, perché il lungometraggio cinese si dispiega invece come un affresco storico.

L’aspetto più intimo di Kokuho è messo in risalto, visivamente, anche dalla fotografia del tunisino Sofian El Fani, già insieme a Lee Sang-il per alcuni episodi della serie Pachinko e noto soprattutto per La vita di Adele (2013) di Abdellatif Kechiche, con il suo stile attento ai volti e ai corpi, a catturare il respiro e il dettaglio delle gocce di sudore nelle scene sul palco. Concentrandosi sulle traiettorie dei due protagonisti, il film inoltre marginalizza i personaggi femminili, quasi a rispecchiare l’esclusione delle donne dal teatro kabuki, con l’eccezione almeno in parte del ruolo della madre di Shunsuke affidato a una grande attrice come Terajima Shinobu.  


Titolo originale: 国宝(Kokuhō); regia: Lee Sang-il; soggetto: Yoshida Shūichi; sceneggiatura: Okudera Satoko; fotografia: Sofiane El Fani; musica: Hara Marihiko; montaggio: Imai Tsuyoshi; interpreti e personaggi: Yoshizawa Ryō (Kikuo), Yokohama Ryūsei (Shunsuke), Watanabe Ken (Hanjirō), Takahata Mitsuki (Harue), Terajima Shinobu (Sachiko), Tanaka Min (Mangiku), Mori Nana (Akiko), Nagase Masatoshi (il padre di Kikuo); produzione: Murata Chieko, Matsuhashi Shinzo; uscita in Giappone: 6 giugno 2025; durata: 175’.

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