FUJIKO (id., KIMURA Taichi, 2026)
Far East Film Festival 2026
di Matteo Boscarol
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Lavoro che riesce a mettere insieme toni leggeri con quelli più drammatici senza però mai strafare in un senso o nell’altro, Fujiko è un piccolo miracolo tenuto insieme dall’ottima prova attoriale di Katayama Yuki e da una sceneggiatura e una storia che non si fermano quasi mai, ma che riescono a essere sorprendenti fino alla fine.
Fujiko è una giovane ragazza madre che tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta del secolo scorso si trova da sola senza un lavoro e con una piccola bambina da crescere. Il disfacimento del matrimonio a causa di un partner che non la ama e della famiglia del marito che la bullizza perché non lavora, da una parte, e la sua stessa famiglia – specialmente la madre ed il fratello maggiore – che la colpevolizzano delle sue scelte, dall’altra, spingono la giovane donna ad intraprendere una strada solitaria e difficile.
Secondo lungometraggio diretto da Kimura Tai, Fujiko è uno dei migliori e più “freschi” film giapponesi visti in questi primi mesi dell’anno, anche se nell’arcipelago non è in verità ancora uscito, debutterà infatti nelle sale giapponesi a giugno. Kimura fa confluire in questo lavoro la sua esperienza familiare, la figura di Fujiko sembra essere infatti parzialmente ispirata a quella della madre, con quella professionale, il cineasta ha mosso i primi passi della sua carriera nel mondo della pubblicità per la televisione e in quello dei video musicali.
Queste esperienze e un evidente interesse per la musica, specialmente quella rock e jazz, guidano fin dalle prime battute il lungometraggio, che si sviluppa e trova il suo ritmo anche attraverso le musiche usate per punteggiare le varie esperienze della giovane ragazza madre. Un senso del ritmo che il film crea attraverso il confluire e il completarsi a vicenda di immagini, montaggio e sceneggiatura. E sono proprio il soggetto e la sceneggiatura, assieme alla prestazione di Katayama Yuki su cui ritorneremo più avanti, a rappresentare l’elemento più affascinante dell’opera. Il lavoro fatto in fase di scrittura permette al film infatti, di trovare un quasi perfetto equilibrio tra i toni più drammatici e quelli più leggeri, che di tanto in tanto diventano addirittura comici. Ma Kimura e i suoi collaboratori sanno quando fermarsi e non indugiare troppo né nelle scene più leggere, memorabile la parte ambientata nella bisca clandestina, né in quelle più drammatiche, come quando Fujiko si ritrova di nuovo senza lavoro e visita il locale di soba.
Dopo il divorzio e da sola con la piccola bambina, Fujiko incrocerà brevemente i movimenti femministi di fine anni Settanta, un lavoro in un bar attraverso il quale però non riesce a mantenersi e un periodo di breve gloria come cuoca nella già citata bisca clandestina mandata avanti da gruppi di yakuza. L’unica persona che sembra davvero volerla aiutare è il proprietario di un piccolo ristorante di soba e amico del padre, interpretato dal sempre ottimo Issey Ogata, ma alla fine sarà la sua forza di volontà e la sua testardaggine a farle da guida in una vita piena di ostacoli.
Come si scriveva più sopra, il lungometraggio funziona perché racconta una vita piena di alti e bassi, haran banjo direbbero in Giappone, con un tono leggero ma allo stesso tempo incisivo e che affronta temi delicati di petto senza tirarsi indietro. Il film riesce cioè a toccare dei punti cruciali del percorso di una donna giapponese nella società dell’epoca, percorso a ostacoli che è, purtroppo, valido ancora oggi, come la mancanza di asili o di una rete ufficiale che aiuti le ragazze madri o separate o coloro che non hanno le possibilità economiche di crescere un bambino da sole. Oppure l’ostracismo, più o meno velato, verso le donne che non vogliono sottostare alle regole di una società patriarcale e maschiocentrica. Il tutto viene tenuto insieme dai sorrisi, le lacrime, le espressioni e i gesti della magnifica interpretazione nel ruolo della protagonista di Katayama Yuki, una vera e propria rivelazione.
Titolo originale: Fujiko (id.); regia e soggetto: Kimura Taichi; sceneggiatura: Gajin Shōta, Kuniyoshi Saki; fotografia: Kawakami Tomoyuki; musiche: Thomas Yardley; montaggio: Miyake Aika; interpreti: Katayama Yuki, Watanabe Yuna, Ogata Issey, Lily Franky,, Ijiki Tsuyoshi, Terada Kaede, Megumi, Takeshita Keiko; produttore: Megumi; uscita in Giappone: 5 giugno 2026, anteprima mondiale: Far East Festival di Udine, 26 aprile 2026; durata: 95’.
English Review
Effortlessly balancing light and dramatic tones, Fujiko emerges as a small miracle of a film, anchored by Katayama Yuki’s superb performance and a screenplay that rarely loses momentum, remaining surprising until the very end.
Fujiko is a young single mother who, between the late 1970s and early 1980s, finds herself alone, unemployed, and raising a small child. The collapse of her marriage—driven by an unloving partner and a hostile in-law family—alongside the blame placed on her by her own mother and older brother, pushes her onto a solitary and difficult path.
Kimura Tai’s second feature is among the most “fresh” and accomplished Japanese films of the year so far, despite not yet having been released in Japan, where it is set to open in June. The film merges personal and professional influences—its protagonist partly inspired by the director’s mother, and its style shaped by his background in television advertising and music videos. This sensibility, coupled with a strong affinity for rock and jazz, informs the film from the outset, structuring its rhythm through a carefully curated soundtrack. The result is a dynamic interplay of image, editing, and screenplay, with the latter—together with Katayama Yuki’s performance—emerging as the film’s most compelling strength.
The screenplay achieves an almost perfect balance between dramatic and lighter tones, at times even tipping into comedy. Kimura and his collaborators, however, know when to hold back, never overstaying in either mode—from the memorable gambling den sequence to the quieter, more somber moment when Fujiko, once again unemployed, visits the soba shop.
Following her divorce, and left alone with her young daughter, Fujiko briefly encounters late-1970s feminist movements, works in a bar that fails to sustain her, and experiences a short-lived rise as a cook in a yakuza-run gambling den. The only figure who offers genuine support is a small soba restaurant owner and friend of her father, played by Issey Ogata. In the end, it is her own tenacity that carries her through a life of continual hardship.
As mentioned earlier, the film succeeds because it portrays a life marked by constant ups and downs—haran banjo, as one might say in Japan—with a tone that remains light yet incisive, confronting delicate themes head-on. It touches on crucial aspects of a Japanese woman’s experience in that period, a path strewn with obstacles that, unfortunately, still resonates today. These include the lack of childcare facilities and institutional support for single or separated mothers, as well as for those without the financial means to raise a child alone, alongside the more or less overt ostracism faced by women who refuse to conform to the expectations of a patriarchal, male-centered society. And all of this is held together by the smiles, tears, and gestures of Katayama Yuki’s remarkable performance in the lead role—a true revelation.
Original title: Fujiko (id.); director and original story: Kimura Taichi; screenplay: Gajin Shōta, Kuniyoshi Saki; cinematography: Kawakami Tomoyuki; music: Thomas Yardley; editing: Miyake Aika; cast: Katayama Yuki, Watanabe Yūna, Ogata Issey, Lily Franky, Ijiki Tsuyoshi, Terada Kaede, Megumi, Takeshita Keiko; producer: Megumi; Japan release: 5 June 2026; world premiere: Udine Far East Festival, 26 April 2026; running time: 95 minutes.

