UNCHAINED (Shigatsu no yohaku, YOSHIDA Keisuke, 2026)
Far East Film Festival 2026
di Giorgio Ferreri e Fabio Canessa

Dramma sociale incentrato sul tema del recupero di ragazzi difficili, borderline. Argomento delicato che Yoshida mette in scena con realismo e misura, ma in modo tutt’altro che freddo, attraverso personaggi sfaccettati che diventano portatori di riflessioni sul sistema educativo e i problemi della scuola, sul senso di responsabilità e quello di colpa, sul perdono e il rancore, sul peso del passato e il possibile cambiamento. Evitando ogni manicheismo, il film pone domande scomode, moralmente complesse, che sta allo spettatore raccogliere.
Ex criminale, con un passato in carcere, Nishi Kengo gestisce ora un centro di recupero per ragazzi problematici: il Mirai No Sato, letteralmente il Villaggio del futuro. Per la rieducazione punta su attività pratiche e di squadra, ma in casi estremi ricorre anche a metodi poco convenzionali, e non più accettati, come la punizione fisica, nella convinzione che provare dolore possa servire al processo di crescita dei giovani. Sawa Kaito, un adolescente violento e privo di empatia, viene mandato al Mirai No Sato dalla madre disperata e convinta dall’insegnante del figlio, Kusano Fuyuko, a provare questa soluzione. Nishi si impegna a fondo con il ragazzo, ma i modi poco ortodossi finiscono per attirare l’attenzione dei media che riportano a galla il suo passato.
La forza dell’opera di Yoshida risiede soprattutto nei personaggi, nella loro ambiguità. Ognuno di loro mette continuamente in gioco valori e ideali, senza che siano necessariamente giusti o sbagliati. Nishi non è il classico “saggio buono che ha compreso tutto”, è stato anche lui un ragazzo problematico e ha commesso crimini orribili. Non lo nega, ma cerca di approcciare le persone e i ragazzi dell’istituto in maniera onesta, aiutandoli come crede. Kusano, l’insegnante, ha genuinamente a cuore i suoi studenti e si chiede fino a che punto possa aiutarli, quanto possa spingersi e quanto abbia senso farlo. La giornalista che indaga su Nishi è probabilmente in buona fede, ma commette anche lei un parziale errore di giudizio, forse per l’estraneità all’ambiente in cui alcuni dei personaggi vivono.
Questa ambiguità produce dei personaggi eccezionalmente vivi e cangianti, non sono infatti piatti rappresentanti di giustizia o malvagità, ma seguono valori personali che per questo possono anche essere messi in dubbio. Yoshida è ben attento a non dividere in modo netto tra ciò che è positivo e ciò che è negativo. Il regista non giudica, racconta con la giusta misura di chi conosce bene la materia in questione. Le dichiarazioni di essersi basato su esperienze personali e su eventi accaduti intorno a lui, cresciuto in una zona ad alto tasso di criminalità e dove l’uso della violenza era normale, non fanno altro che confermare l’autenticità che si sente nella scrittura e nella messinscena.

Il tema più discusso e sul quale ruotano tutti gli altri – bullismo, senso di colpa, responsabilità, perdono – è proprio quello della violenza. Yoshida ne propone una visione poliedrica che non scade in un facile giudizio, preferisce analizzarlo addentrandosi nei vari contesti personali dei protagonisti cercando motivazioni più variegate e sfaccettate, invitando in ultima istanza lo spettatore a una rielaborazione personale. A cominciare dalla teoria di Nishi sull’ammissione della punizione corporale quando necessario, perché provare dolore può aiutare i giovani aggressivi a comprendere le conseguenze delle loro azioni. Un discorso che apre a riflessioni sull’evoluzione del sistema scolastico, sul rapporto tra alunni e insegnanti, sulle condizioni di lavoro di quest’ultimi oggi, quando persino un semplice rimprovero può portare a delle lamentele.
La regia e la fotografia sono perfettamente al servizio della storia. La macchina da presa segue i personaggi senza movimenti eccessivi, in maniera deliziosamente genuina, mai banale, potenziandone la forza narrativa e costruendo una cornice che esalta le vicende dei protagonisti senza mai sovrastarle. Degne di nota anche le prestazioni degli interpreti, molto abili nel rappresentare dei ruoli così carichi di realtà e verità, un compito non semplicissimo. Ichinose Wataru, nel ruolo di Nishi, figura dal sorriso enigmatico, con un passato da efferato criminale, giustamente non mostrato tramite flashback, che lascia un’ombra sul suo percorso di espiazione. Kaho, nella parte di Kusano, insegnante fragile ma allo stesso tempo determinata a non voler abbandonare, come sembrano fare i colleghi, le mele marce per il bene comune. Kohsaka Hayato che presta il volto a Kaito, giovane inquietante e senza remore morali.
Il percorso del suo personaggio è particolarmente interessante: viene inizialmente presentato come un ragazzo che ha come unico interesse la distruzione. Durante la permanenza all’istituto, però, scopre con la falegnameria di avere un talento nel costruire, ciò che forse lo aiuterà a rimettersi sulla buona strada, anche se la via del cambiamento è difficile. La scena finale, il germoglio che cresce dal terreno di un cantiere dove possiamo sentire i rumori degli operai al lavoro, punta proprio in questa direzione. Inoltre il puzzle della Mercedes che riceve in regalo potrebbe indicare la volontà di Nishi di insegnare al ragazzo a lavorare ai suoi obiettivi in maniera concreta. L’auto di lusso non è più l’obiettivo di status da raggiungere in maniera facile ricorrendo a violenza e criminalità, ma diventa qualcosa da costruire con pazienza: un tassello alla volta.
Titolo originale: 四月の余白 (Shigatsu no yohaku); regia e sceneggiatura: Yoshida Keisuke; fotografia: Shida Takayuki; montaggio: Komino Masashi; musica: Sebu Hiroko; interpreti e personaggi: Ichinose Wataru (Nishi Kengo), Kaho (Kusano Fuyuko), Kohsaka Hayato (Sawa Kaito), Shinohara Atsushi (padre di Kaito), Urabe Fusako (madre di Kaito); produzione: Kusunoki Tomoharu, Ozeki Gen; uscita in Giappone: 26 giugno 2026; durata: 106’.

