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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

INTERVISTA A YOSHIDA KEISUKE

Far East Film Festival 2026

di Fabio Canessa

Presentato in anteprima mondiale a Udine, Unchained (Shigatsu no yohaku) si è rivelato uno dei titoli più interessanti della 28esima edizione del Far East Film Festival. Nell’occasione ne abbiamo parlato con il regista e sceneggiatore Yoshida Keisuke.

Classe 1975, Yoshida ha iniziato il suo percorso nel mondo del cinema come collaboratore di Tsukamoto Shin’ya. Dal suo esordio da regista, con Raw Summer (Nama-matsu, 2005), ha diretto quindici lungometraggi tra i quali Triangle (Sankaku, 2010), Come on Irene (Itoshi no Irene, 2018), Blue (2021), Intolerance (Kuuhaku, 2021), God Seeks in Return (Kami wa mikaeri wo motomeru, 2022) e Missing (2024), per citare i titoli già recensiti sul nostro sito.

Volendo trovare un filo conduttore nella sua filmografia, si potrebbe indicare come costante l’attenzione agli incompresi, agli emarginati, ai personaggi borderline. Con Unchained prosegue su questa strada attraverso una storia incentrata su un ex criminale, Nishi interpretato da Ichinose Wataru, che gestisce un centro per la rieducazione di ragazzi difficili ricorrendo in casi estremi anche a punizioni corporali. Un tema delicato che viene affrontato senza manicheismi, con la sensibilità di chi vede il cinema come strumento per mostrare situazioni problematiche e suscitare domande, senza offrire facili risposte. “La violenza – sottolinea il regista – è certamente inaccettabile, però un eccesso di passività credo sia ugualmente negativa. Sono convinto ci sia una zona grigia e questo film spero spinga gli spettatori a riflettere sulla tonalità di grigio che potrebbe essere adatta in certe situazioni al limite, complicate, come quella che racconto”. 

Sul palco di Udine, prima della proiezione, ha detto che la sceneggiatura è basata anche su esperienze personali.

È proprio così. Sono cresciuto in una zona con un alto tasso di criminalità, dove l’uso della violenza era considerato normale. Da qui l’ispirazione per la creazione della storia e dei personaggi che arrivano da ricordi personali e da cose accadute intorno a me.

Anche Nishi, un personaggio così particolare, prende spunto da qualcuno che ha incontrato? 

Sì, ha molti tratti di una persona che ho realmente conosciuto. Un ex yakuza che era stato coinvolto in gravi crimini.

Lo interpreta, in modo molto convincente, Ichinose Wataru. Ha subito pensato a lui per questo ruolo?

Mi è sempre piaciuto come attore e desideravo affidargli una parte da protagonista. L’avevo visto impersonare soprattutto degli yakuza, ma ero convinto delle sue capacità anche per un ruolo un po’ diverso e più sfaccettato. La prima volta che ci siamo incontrati gli ho spiegato nel dettaglio le caratteristiche di Nishi, poi lui ha studiato in profondità la sceneggiatura e quando si è presentato sul set per l’inizio delle riprese aveva già fatto suo, e perfettamente, il personaggio.

Per adesione alla realtà ha fatto anche delle ricerche su centri che si occupano di riabilitazione di giovani problematici?

Certamente, la fase di ricerca è stata importante per la scrittura e la realizzazione del film. Ho visitato vari istituti e tra l’altro vicino a casa mia ce n’è uno che nella forma di palestra di kickboxing sfrutta l’insegnamento dello sport contro il fenomeno del teppismo, per togliere i giovani dalla strada. Inoltre una delle mie più care amicizie lavora in uno di questi centri di riabilitazione e quindi ho potuto avere informazioni di prima mano da chi sta al fianco dei ragazzi quotidianamente. 

La possibilità di cambiare è uno degli aspetti centrali del film e in questo processo, secondo quanto dice Nishi, anche il dolore fisico può essere utile. Parole che mi hanno fatto pensare, sapendo che l’ha avuto come mentore, a Tsukamoto Shin’ya e al suo sguardo sul dolore.

In realtà non credo che questo aspetto del cinema di Tsukamoto sia stato trasposto nel film e in altre mie opere.

Più in generale, cosa si porta dietro dell’esperienza maturata al fianco di Tsukamoto agli inizi del suo percorso nel cinema?

Nutro una grandissima ammirazione per Tsukamoto ed è quella che mi ha portato a realizzare la mia opera prima. Ma ho capito presto che lui è un autore così particolare che se anche uno volesse imitarlo, sarebbe impossibile farlo. E ormai da tanto tempo ho preso una mia strada, consapevole di quello che so fare. Però resta il regista che rispetto di più e anche se ho l’impressione di essermi allontanato da lui, forse gli anni passati al suo fianco mi influenzano ancora.

(si ringrazia l’interprete dal giapponese Giuseppe Gervasio)
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