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La sezione SONATINE CLASSICS è dedicata ai grandi maestri del cinema giapponese: KINUGASA Teinosuke, MIZOGUCHI Kenji, OZU Yasujirō, KUROSAWA Akira, ICHIKAWA Kon, NARUSE Mikio, YAMANAKA Sadao, IMAMURA Shōhei, KINOSHITA Keisuke.

SONATINE è un punto di riferimento per tutti gli appassionati di cinema giapponese, classico e contemporaneo.
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SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico.

GUARDIANS OF THE HARVEST (Shika no kuni, HIRO Riko, 2025)

Nippon Connection 2026

di Matteo Boscarol

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Situato all’incrocio tra la faglia tettonica Itoigawa-Shizuoka e quella Centrale, il bacino di Suwa occupa il cuore geologico dell’arcipelago giapponese. Queste faglie non sono soltanto fratture della crosta terrestre, ma canali attraverso i quali, per millenni, si sono sviluppati miti, credenze e movimenti umani. Parallelamente alla sovrapposizione di pratiche religiose che caratterizza la regione, il documentario fonde un approccio di antropologia visiva (quello che il produttore Kitamura Minao definirebbe visual folklore) con uno poetico, ricostruzioni e momenti più sperimentali, dando vita a una delle opere di non-fiction più originali emerse dall’arcipelago negli ultimi anni.

Durante i tre mesi invernali del rito shintoista dell’Ōmuro, lo spirito Mishaguji viene fatto discendere in un giovane ragazzo, che diventa così la divinità vivente nota come Ōhōri. Il ragazzo viene quindi confinato all’interno di un santuario seminterrato chiamato Ōmuro, dove, per tutta la durata dell’inverno, si svolgono davanti a lui numerose performance rituali. Con l’arrivo della primavera il ciclo giunge al culmine nell’Ontōsai, una cerimonia durante la quale vengono offerte settantacinque teste di cervo all’Ōhōri, in un rito che simboleggia il rinnovamento della vita e il legame tra gli esseri umani, il divino e il mondo non-umano.

«Mishaguji, Misaguji, Misakuchi, Saguji, Sagu, Sago…». Su immagini rallentate di una foresta innevata, attraversata da giovani cervi che balzano silenziosamente tra gli alberi, queste parole aprono uno dei migliori documentari giapponesi dello scorso anno. Guardians of the Harvest — anche se il titolo originale, Shika no kuni (La terra dei cervi) è nettamente migliore e più evocativo — dichiara fin dai primi istanti le proprie intenzioni. I temi al centro del film sono molteplici e, in ultima analisi, ineffabili, proprio come i numerosi nomi attribuiti agli spiriti e alle divinità che hanno abitato questa terra nel corso della sua storia. Quei nomi possono riferirsi alla stessa presenza sfuggente oppure evocare il carattere fluido e mutevole dei riti, delle pratiche popolari e delle mitologie che, nei secoli, hanno plasmato la regione.

Il luogo è il bacino di Suwa, nello Shinshū, l’attuale prefettura di Nagano, e il film prende le mosse dalla peculiare cultura religiosa che ruota attorno al Suwa Taisha, uno dei santuari più antichi del Giappone. Le sue tradizioni e i suoi rituali conservano tracce di sistemi di credenze che precedono di molto lo shintoismo istituzionale, offrendo uno sguardo raro su strati di pratiche religiose sopravvissuti attraverso secoli di trasformazioni. Qui l’antico culto degli enigmatici spiriti Mishaguji (Misakuchi, Saguji, Sagu…) si intreccia con dottrine buddhiste medievali, pratiche venatorie e riti agricoli, dando forma a un paesaggio spirituale unico, nel quale tradizioni differenti continuano a convivere e a rimodellarsi reciprocamente.

Hiro, regista che ha vissuto e fatto ricerca sul campo in Nepal, insieme al produttore Kitamura — uno dei più importanti documentaristi giapponesi, ancora oggi largamente sconosciuto al pubblico internazionale, che ha studiato l’area di Suwa per decenni — costruisce il film seguendo il susseguirsi delle stagioni e i rituali che scandiscono ciascun periodo dell’anno. L’inverno lascia gradualmente spazio alla primavera, le cerimonie si sviluppano seguendo il ritmo del mondo naturale e la ricostruzione del medievale rito shintoista dell’Ōmuro (“grande camera”) finisce per essere molto più di un esercizio di rievocazione storica: diventa il tentativo di recuperare un modo dimenticato di comprendere la vita stessa. La divinità vivente dell’Ōhōri, segregata per mesi nel santuario seminterrato; il consumo rituale della carne di cervo; le performance offerte alle divinità; e infine il sacrificio di settantacinque teste di cervo rimandano tutti a una concezione dell’esistenza nella quale l’essere umano resta pienamente inserito nei cicli che lo sostengono.

La ricostruzione del rituale dell’Ōhōri, interpretata dagli abitanti della zona, occupa una parte considerevole del documentario, che alterna costantemente queste sequenze a magnifiche immagini del bacino di Suwa e del suo lago (anche se, a tratti, la fotografia a mezzo drone appare un po’ abusata), scene della semina e del raccolto del riso e riprese di raduni comunitari e riti stagionali. Per tutta la durata del film una voce narrante femminile accompagna lo spettatore, mentre nelle sequenze dedicate alla ricostruzione dell’Ōhōri interviene una voce maschile dal tono più esuberante, quasi festoso, che ricorda talvolta quella di un banditore.

È proprio all’interno di queste sequenze ricostruite che emerge uno dei pochi elementi meno convincenti del documentario: un utilizzo della CGI piuttosto fuori luogo per rappresentare degli spiriti serpentiformi. Più problematiche, almeno per una parte del pubblico, sono le esplicite scene di uccisione dei cervi. Eppure questi momenti sono inscindibili dal territorio spirituale che il film cerca di esplorare, anche se talvolta sembrano sfiorare una certa idealizzazione di un antico modo di vivere. Fortunatamente, Guardians of the Harvest non cade mai in una semplice glorificazione del passato, ma appare più come uno studio rigoroso della zona. Inoltre la sua struttura a mosaico permette ai significati di rimanere stratificati, ambigui e talvolta opachi, sottraendosi a qualsiasi interpretazione univoca delle pratiche che mette in scena.

Alla fine, è soprattutto la straordinaria forza delle immagini — e in particolare la figura ricorrente, quasi simbolica, del cervo, attorno alla quale sembra orbitare l’intero film, da cui il titolo giapponese — insieme alla suggestiva colonna sonora di Hara Marihiko, che passa con naturalezza da tessiture elettroniche a musica da camera e pianoforte solo, a elevare il documentario ben oltre il semplice resoconto etnografico. Guardians of the Harvest si trasforma così in una meditazione immersiva sui rituali, sulla memoria e sul posto dell’essere umano all’interno del mondo non-umano.

Il documentario ha riscosso un notevole successo nel circuito dei mini-theater giapponesi, dove il passaparola ha continuato a riempire le piccole sale, portando a nuove programmazioni anche a quasi un anno dalla sua uscita, avvenuta nel gennaio 2025. Come progetto parallelo, la casa di produzione Visual Folklore, insieme alla regista Hiro Riko, ha inoltre realizzato Suwa, un cortometraggio che esplora rituali del bacino dal punto di vista femminile, attraverso dei testi di Konoe Hana. Il lavoro è disponibile gratuitamente online.

Un’ultima nota merita lo splendido poster del documentario. L’opera è stata realizzata dall’artista Ōkojima Maki (in realtà una coppia di artisti) che ha condotto un’approfondita ricerca sulla regione di Suwa e sulla sua cosmologia prima di creare l’immagine. Il suo lavoro offre una straordinaria interpretazione visiva delle credenze e dei miti esplorati dal film, e alcune delle riflessioni sviluppate in questa recensione sono state ispirate proprio dai loro scritti e dalla loro ricerca artistica sul campo.

Titolo originale: 鹿の国 (Shika no kuni); regia: Hiro Riko; produttore esecutivo: Kitamura Minao; narrazione: Noto Mamiko, Itō Seikō; musiche: Hara Marihiko; produzione e distribuzione: Visual Folklore; uscita nelle sale giapponesi: 2 gennaio 2025; durata: 98′.

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English review

Situated at the intersection of the Itoigawa-Shizuoka Tectonic Line and the Central Tectonic Line, the Suwa basin occupies the geological heart of the Japanese archipelago. These fault lines are not merely geological fractures but channels through which myths, beliefs, and human movement have flowed for millennia. Parallel to the overlapping of religious practices, the documentary merges a visual anthropologic approach (producer Kitamura Minao would call it visual folklore) with a poetic one, reenactments, and with more experimental bits that make it one of the more unique non-fiction works coming out of the archipelago in recent years.

During the three winter months of the Ōmuro Shinto ritual, the divine spirit Mishaguji is invoked into a young boy, who becomes the living deity known as the Ōhōri. He is then secluded within a semi-underground sanctuary called the Ōmuro, where numerous ritual performances are conducted before him throughout the winter. With the arrival of spring, the cycle culminates in the Ontōsai festival, during which seventy-five deer heads are offered to the Ōhōri in a ceremony symbolizing the renewal of life and the bond between humans, the divine, and the natural world.

“Mishaguji, Misaguji, Misakuchi, Saguji, Sagu, Sago…” Over a slow-motion, snow-covered forest where deer leap silently through the trees, these words open one of the finest Japanese documentaries of last year, Guardian of the Harvest, though I much prefer its Japanese title, Shika no kuni (The Land of Deer). Its central concerns are multiple and ultimately ineffable, much like the many names given to the spirits or deities that have inhabited this land throughout history. These names may refer to the same elusive presence, or perhaps they instead evoke the fluid, ever-changing power of the rituals, folk practices, and mythologies that have shaped the region across centuries.

The region is the Suwa Basin, in the Shinshū region—present-day Nagano Prefecture—and takes as its point of departure the unique religious culture surrounding Suwa Taisha, one of Japan’s oldest shrines. The shrine’s rituals and traditions preserve traces of belief systems that long predate institutional Shinto, offering a rare glimpse into layers of religious practice that have endured through centuries of transformation. Here, the ancient worship of the enigmatic Mishaguji (Misakuchi, Saguji, Sagu…) spirits intertwines with medieval Buddhist doctrines, hunting customs, and agricultural rites, forming a singular spiritual landscape in which disparate traditions continue to coexist and reshape one another.

Hiro, a filmmaker who did field research in Nepal and in the Himalayas, together with producer Kitamura—one of Japan’s foremost documentary filmmakers, still largely undiscovered outside the country, and someone who has studied the Suwa region for decades—structures the film around the changing seasons and the rituals associated with each stage of the year. Winter gradually gives way to spring, ceremonies unfold in step with the rhythms of the natural world, and the reconstruction of the medieval Ōmuro (great chamber) Shinto rite becomes less an exercise in historical reenactment than an attempt to recover a forgotten way of understanding life itself. The living deity known as the Ōhōri, secluded for months within a semi-subterranean sanctuary; the ritual consumption of venison; performances offered to the gods; and, ultimately, the sacrifice of seventy-five deer heads all point toward a conception of existence in which human beings remain inseparable from the cycles that sustain them.

The reenactment of the Ōhōri ritual, performed by local residents, occupies a substantial portion of the documentary, which constantly shifts between these reconstructed ceremonies, breathtaking images of the Suwa Basin and Lake Suwa (at times drone photography is perhaps overused), scenes of rice planting and harvesting, and footage of communal gatherings and seasonal rites. A female narrator guides the film throughout, while the reconstructed Ōhōri sequences introduce a male voice whose less restrained, almost joyous delivery occasionally recalls that of a traditional town crier.

It is within these reenacted passages that one of the documentary’s few less convincing elements appears: the rather incongruous use of CGI to depict serpentine spirits. More problematic, at least for some viewers, are the graphic scenes of deer killings. Yet these moments are inseparable from the spiritual terrain the film seeks to investigate, even if they occasionally verge on romanticizing an ancient way of life. Fortunately, Guardians of the Harvest never settles into a glorification of the past, but it takes more the shape of a rigorous study. Moreover, its mosaic-like structure allows meanings to remain layered, ambiguous, and at times opaque, resisting any simplistic reading of the practices it depicts.

Ultimately, it is the overwhelming power of the imagery—above all the recurring, almost symbolic figure of the deer, around which the entire film seems to orbit, hence the Japanese title—together with Hara Marihiko’s evocative score, which moves effortlessly between electronic textures, chamber music, and solo piano, that elevates the documentary into something far more than an ethnographic record. It becomes an immersive meditation on ritual, memory, and humanity’s place within the non-human world.

The documentary has enjoyed a remarkable run in Japan’s mini-theater circuit, where strong word of mouth has repeatedly filled small cinemas and led to encore screenings nearly a year after its initial release, January 2025. As a companion project, the production company behind the film, Visual Folklore, together with director Hiro Riko, also released Suwa, a short film exploring the basin’s rituals and traditions from a woman’s perspective, with text by actor  Konoe Hana. It is available to watch online.
One final word should be reserved for the documentary’s beautiful poster. Its artwork was created by the artist unit Ōkojima Maki, who undertook extensive research into the Suwa region and its cosmology before producing the image. Their work offers a fascinating visual interpretation of the beliefs and myths explored in the film, and some of the reflections developed in this review were inspired by their own writings and artistic research on the subject.

Original title: 鹿の国 (Shika no kuni); director: Hiro Riko; executive producer: Kitamura Minao; narration: Noto Mamiko, Itō Seikō; music: Hara Marihiko; production and distribution: Visual Folklore; release: January 2, 2025; length: 98′.

 

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