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Jaaji no futari (The Two in Tracksuit)

 *** Flashback ***
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Jaaji no futari ( ジャージの二人, The Two in Tracksuits). Regia e sceneggiatura: Nakamura Yoshihiro; soggetto: dal romanzo di Nagashima Yū; interpreti: Sakai Masato, Ayukawa Makoto, Mizuno Miki, Tanaka Asami, Matsumoto Jun; durata: 93′; uscita: 19 giugno 2008.

Link: Sito ufficialeNishikata Film ReviewLunapark6
PIA: Commenti: 3,5/5   All’uscita delle sale: 70/100 
Punteggio 1/2  

Padre (Ayukawa Makoto) e figlio (Sakai Masato), rispettivamente di 56 e 32 anni, si recano ogni estate in un cottage isolato sulle alture di Kita-Karuizawa, località della prefettura di Gunma, per assaporare un po’ di frescura, di pace e fare il punto con se stessi e con le proprie vite. Il padre è un fotografo di pin-up, taciturno ed introverso, il figlio una giovane vittima della disoccupazione afflitto da problemi coniugali e dal sentimentalismo irrisolto. Indossando vecchie tute in jersey tramandategli dalla nonna del giovane, i due trascorrono le loro giornate senza particolare emozione, tagliano legna, svolgono le faccende domestiche, fanno la spesa e mangiano pomodori, cercando un distacco dai problemi abbandonati in città ed incontrando curiose personalità locali.
Commedia agrodolce, dall’andamento lento e compassato, dialoghi laconici, lunghe pause riflessive caratterizzano l’intero film ed il relazionarsi dei personaggi, i quali si espongono e si rivelano l’un l’altro con molta parsimonia, ricercando continuamente sprazzi d’intesa, legami, elementi aggreganti e caratterizzanti: la solitudine, la mancanza di affetti, il tradimento, l’apprensione e la preoccupazione per i figli. Da tale desiderio di contatto e avvicinamento si giunge alla ricreazione di un gruppo e all’affermazione della sua appartenenza da cui deriva l’evidente tematica portante del film: il rifugiarsi nei recessi boschivi, il distacco dal mondo esterno, la ricerca di disimpegno dal contesto urbano. Componenti connaturate alla vestizione, contraddistinta, ironicamente, dall’indossare una tuta da ginnastica, appartenente ad una determinata scuola (locale della zona rurale), a cui segue l’assunzione di uno statuto distintivo e divertito. La tuta diviene simbolo di diversificazione come di appartenenza, non è un caso infatti che la moglie del figlio, invitata a trascorrere alcuni giorni in compagnia dei due protagonisti, decida di indossare una tuta che lei stessa ha portato con sé, comunicando inevitabilmente una partecipazione distaccata all’accoglienza offertale. Tale scelta di differenziazione non sarà isolata e si ripeterà in altre due occasioni, nei riguardi di un vecchio amico di famiglia e di Hanako, sorella minore del protagonista. Il tentativo comunicazionale, inteso come interazione e confronto diretto, può essere infatti considerato il secondo asse portante della pellicola, tessendo intese che sono principalmente suggerite, accennate ma mai del tutto definite. La regia si adopera sovente a colmare vuoti, distanze emotive e spaziali attraverso l’abbozzo di un dialogo, si pensi a padre e figlio durante la prima notte insieme, in cui il padre, disteso, lamenta la difficoltà a prender sonno, concludendo il breve scambio di battute con il ritorno ad un quesito sul quale il figlio si mantiene evasivo “hai chiamato a casa per avvisare che sei arrivato?”. O ancora nel corso di incontri fortuiti in cui erroneamente ci si convince di essere interlocutori e parti in causa di una comunicazione, di un segnale che è in realtà rivolto a qualcun altro: mentre il figlio passeggia con il cane Miro, tra vasti campi di lattuga, scorge una ragazza in lontananza che tende il braccio verso l’alto, il giovane quasi istintivamente risponde, capendo però subito dopo di non essere affatto il soggetto del gesto di lei. Costruendo un breve segmento sull’alternanza del campo lungo, la regia determina un efficace e silenzioso fraintendimento in cui la dinamica del raccordo di sguardo si rivela fallace quanto congeniale nel dipingere un’emotività e un sentimento che appartengono al giovane come alle figure che lo circondano. Quando il figlio comprenderà, poco dopo, il gesto della ragazza, tenterà di mettersi in contatto telefonico con la compagnia rimasta in città, ricolmando gioioso la vastità dello spazio che li separa e ricevendo come immediata risposta un brusco “ti richiamo dopo”, a cui naturalmente non vi sarà seguito. Il luogo soggetto del segmento, un piccolo dislivello tra i campi, diverrà topos a cui converge la narrazione, definendosi come punto di ricezione, di contatto e di introspezione.
Tale svolgimento sincopato e perennemente interrotto determina la forza del film che sebbene voglia raccontare il distacco, il tradimento, l’ombra della separazione, la difficoltà emotiva, il senso dell’attesa, si mantiene sapientemente su toni leggeri, quasi surreali, coinvolgendo lo spettatore in siparietti talvolta comici, un esempio ne è il consumo dei pomodori che diviene tormentone per buona parte della vicenda, quando non del tutto assurdi, come le stralunate battute paterne, perennemente supportate dall’espressività inebetita di Sakai Masato, che dà vita ad un personaggio succube di ciò che lo circonda, in balia degli eventi ed incapace di opporvisi se non con una tacita ed empatica rassegnazione. La sua reattività è perennemente annullata, calamitando su di sé una consequenzialità di circostanze di cui è vittima stupefatta, il suo personaggio è certamente buono e positivo ma spesso inerme,  inetto e maldestro.   
Il capace Nakamura sfrutta anche in quest’occasione, diversamente felice e riuscita da altre sue opere, un montaggio articolato generativo di una serie di salti temporali in giustapposizione, contraddistinto visivamente da una differente fotografia, rivelandoci sporadici trascorsi del suo protagonista, suggerendo una motivazione al desiderio di allontanamento, di evasione dalla quotidianità e dalle incomprensioni dell’esistenza cittadina e di coppia. Un allontanamento che, sebbene sia immersione nel verde e nella natura, non perde mai il vincolo con la tecnologia a cui abitua la vita urbanizzata: videogiochi, notebook, videoriproduttori e cellulari sono ben presenti e ritraggono un’oggettistica a cui i protagonisti sono molto legati, i giovani sono in ansia perché il cellulare non ha campo mentre il padre non si stacca un momento dal vecchio mahjong virtuale. La struttura ad incastro tipica di altri lavori del regista, in particolare nei successivi Fish Story (2009) e Golden Slumber (2010), è in questo film pressoché del tutto assente, costruendo una narrazione più lineare e meno costruita sull’esplicazione diegetica a posteriori, che in alcune occasioni appare talmente frequente rischiando di divenire gratuita e meramente funzionale. Nakamura sa divertire il suo pubblico, scatenando un susseguirsi di situazioni paradossali che si accaniscono sul suo protagonista, come sa emozionarlo, grazie ad appaganti, luminosi e distensivi campi lunghi, spesso contrappuntati da quel sentimento di mestizia e di precarietà che segna l’amore della coppia, mai privo di profondità e significato ma continuamente suscettibile all’incrinarsi. [LC]
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