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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Dainipponjin (Big Man Japan)

*** Flashback ***
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Dainipponjin (大日本人, Big Man Japan). Regia: Matsumoto Hitoshi; soggetto e sceneggiatura: Matsumoto Hitoshi, Takasu Mitsuyoshi; fotografia: Yamamoto Hideo; montaggio: Ueno Soichi; interpreti: Matsumoto Hitoshi, Hasegawa Tomoji, Yazaki Taichi, Ua, Takeuchi Riki, Machida Shion; durata: 113′; prima: 2 giugno 2007.
Link: Sito ufficiale
Trailer (Youtube) – Mark Schilling (Japan Times) – Matthew Hardstaff (Toronto J-Film Pow-wow)
PIA: Commenti: 2,5/5   All’uscita delle sale:
51/100
Punteggio ★★★1/2   

Sorprendente esordio alla regia di Matsumoto Hitoshi, comico e personaggio televisivo la cui natura di outsider rispetto al panorama cinematografico giapponese, sfociante in un approccio fresco e personalissimo al mezzo, non può che far pensare al caso di Kitano. Nella sua prima opera da regista, Matsumoto sceglie di affrontare due capisaldi della cultura pop giapponese legati da un filo sottilissimo, il kaijū-eiga (film di mostri, di cui Godzilla fu il capostipite) e il film sui supereroi alla Ultraman, presentandoli tuttavia da un’angolazione insolita in grado di conferire sfumature inedite al genere.
Big Man Japan
è concepito come un mockumentary sull’ultimo supereroe giapponese (efficacemente interpretato dallo stesso Matsumoto), costretto suo malgrado a sobbarcarsi il compito di difendere un ingrato Giappone da sporadici attacchi alieni. Servendosi di un invisibile e impietoso intervistatore fittizio e adottando per la maggior parte del film uno stile asciutto, quasi statico persino nelle scene d’azione realizzate in computer graphic, il regista scandaglia l’intimità di un eroe reietto e incompreso: a differenza dei suoi antenati, riveriti in altre epoche al pari di autentiche celebrità, il nostro eroe è infatti vittima di un periodo di crisi del “settore”, ormai considerato demodé e degno soltanto di essere trattato in fasce televisive notturne.
Il “Grande giapponese” del titolo ci viene presentato come un uomo qualunque la cui vita è pesantamente segnata (in negativo) dal proprio ruolo, nei confronti del quale, nonostante tutto, egli prova un commovente – quanto ridicolo – senso di responsabilità. Povero, bistrattato (o ignorato nei migliori dei casi), buffo nell’aspetto, solo, goffo, schiavo della propria agente, nostalgico e a tratti umanamente vigliacco, l’anti-eroe di Matsumoto cerca in un’alga disidratata (che si espande proprio come lui) o in un ombrello pieghevole (idem), se stesso e il significato della propria esistenza in un contesto, quello del Giappone contemporaneo, che non prevede spazi per lui.
Con un approccio insieme affettuoso e caustico nei confronti della cultura nazionalpopolare nipponica, memore a tratti del Kitano di Getting Any?, Matsumoto intride il suo film di “giapponesità” insistita e diffusa. Si passa così dallo shamisen nella colonna sonora ai riferimenti alle stagioni con tanto di fiori di ciliegio e foglie d’acero, dal fundoshi ai rituali shinto, dalle geisha al banzai, dagli izakaya al karaoke, dagli enka ai discorsi sull’America, dalla Tokyo Tower ai grattacieli di Shinjuku, per finire con tutta una serie di yōkai giganti che portano i volti di alcune figure emblematiche della cultura giapponese: il salaryman col classico riporto di capelli, il teppista con il volto e le espressioni di Takeuchi Riki, il bambino malato dei drammoni strappalacrime (protagonista di una delle scene più divertenti del film). Ma è tutto un mondo che volge al tramonto, spazzato via dalla modernità come il suo triste nume tutelare, e infatti, al di là del graffiante e surreale umorismo di fondo, e al di là dello spirito ludico che anima il finale, il tono del film è crepuscolare, come suggeriscono anche la fotografia color ambra di Yamamoto Hideo e l’ambientazione autunnale. E sebbene il Matsumoto regista dimostri di possedere un’inventiva e una spassosa irriverenza che alcuni suoi più noti (almeno all’estero) predecessori, quali Miike Takashi e lo stesso Kitano, sembrano avere smarrito negli ultimi anni, egli dà prova anche di grande sensibilità e pudore nel disseminare, lungo il racconto, dettagli desolanti e dolenti sulla vita di un eroe che è, sin dal titolo, emblema di una nazione. Tutti dettagli che stridono con l’immagine che il protagonista si sforza di dare di sé non per vanteria, ma semplicemente per mantenere una parvenza di dignità e non ammettere a se stesso di essere un fallito.
P.S.: Ne è stato annunciato di recente un remake americano per la Columbia Pictures. [Giacomo Calorio]
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2 commenti su “Dainipponjin (Big Man Japan)

  1. mi incuriosì sin dalla sua uscita ma a tutt'oggi non sono ancora riuscito a vederlo. la tua recensione me ne ha fatto tornare la voglia. sembro uno zebraman più serio e riflessivo, penso proprio che mi piacerà

  2. Lo spero! A dirla tutta, a me questo ha colpito di più di Zebraman (che però ammetto di aver visto una volta sola anni fa, e quindi di non ricordarlo tanto bene)… non è necessariamente più serio (forse non traspare dalla mia recensione, ma tutto è comunque presentato in chiave comica), però ha sicuramente uno stile più posato e riflessivo (con le dovute eccezioni, perché alcune trovate non si discostano poi così tanto dal mondo di Miike).

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