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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Gerumaniumu no yoru (ゲルマニウムの夜 , The Whispering of the Gods)

I migliori film del cinema giapponese dal 2000 a oggi scelti dalla redazione di Sonatine
250px-the_whispering_of_the_gods-p1-7306306Gerumaniumu no yoru (ゲルマニウムの夜 , The Whispering of the Gods).  Regia: Ōmori Tatsushi. Soggetto: da un romanzo di Hanamura Mangetsu. Sceneggiatura: Urasawa Yoshio. Fotografia(colore): Ōtsuka Ryō. Montaggio:Okuhara Yoshiyuki. Musica: Kino Shūichi. Interpreti e personaggi: Arai Hirofumi (Rou), Hirota Reona (Sorella Teresa), Sawara Megumi (Kyōko), Kimura Keita (Tōru), Ishibashi Renji (padre Komiya), Ohmori Nao (Ukawa), Satō Kei (padre Togawa). Produzione: Arato Genjirō, Maeda Akihiro, Muraoka Shinichiroper Arato Film Inc; Durata: 107’. Uscita nelle sale giapponesi: 17 dicembre 2005.
Presentato in anteprima mondiale al Tokyo International Film Festival (22 ottobre 2005) Altri festival: Dejima, “Kinotayo” (Parigi), Locarno, Montréal, Oslo e Philadelphia.
In un monastero di campagna, organizzato come un’azienda agricola, vivono e lavorano alcuni giovani, fra cui Rou, che rivela di aver in passato ucciso due persone ma di essere scampato alla legge degli uomini. Padre Komiya ama recitare dei passi della bibbia ad alta voce mentre si fa masturbare dallo stesso Rou. Questi fa la conoscenza di Kyōko, un’aspirante suora, e presto i due finiscono col fare l’amore. Le fredde giornate invernali trascorrono fra i lavori più umili e pesanti: pulire il recinto dei maiali e spalare gli escrementi delle galline. Gli unici rapporti che sembrano sussistere fra i personaggi, sono quelli fondati sul sesso e/o sull’abuso. Lo stesso Rou violenta sorella Teresa, dopo aver annunciato la cosa ad un sacerdote durante una confessione. Il capo dei boyscout chiede a Rou di poter leccare la sua saliva e, poi, fa lo stesso col suo vomito. Anche il giovane Tōru, dopo essersi vendicato di un suo compagno che lo aveva costretto a un rapporto non desiderato, finisce col chiedere a Rou di fare del sesso con lui.
The Whispering of the God è stato prodotto da Arato Genjirō, figura singolare del cinema giapponese cui spetta anche il merito di aver permesso a Suzuki Seijun di ritornare alla regia con l’acclamato Zigeunerweisen(1980). Ad Arato si deve anche la scelta di proiettare il film di Ōmori in un fabbricato appositamente costruito nelle vicinanze del Parco di Ueno a Tokyo, al di fuori del circuito distributivo ufficiale e senza così la necessità di ottenere il visto di censura dell’Eirin, che probabilmente avrebbe negato la sua autorizzazione alle diverse scene di perversioni, abusi e violenze sessuali (soprattutto per il contesto religioso in cui esse avvengono).
Giocato sulle suggestioni visive di un gelido paesaggio invernale, fatto di fango, neve sporca e cieli grigi, che amplificano i toni sinistri dell’intera vicenda, il film può essere letto sia come un’allegoria della condizione umana, sia come un attacco all’ipocrisia e alla violenza della chiesa, in particolare della religione cristiana che in Giappone, a differenza di altre culture asiatiche, come quelle coreane e filippine, non ha mai goduto di una particolare diffusione. Quel che è certo è che i gravi atti di pedofilia e prevaricazione dei diritti umani, di cui si macchiano padre Komiya e altre eminenti figure del monastero-fattoria in cui si ambienta il film, risultano ancora più gravi dal momento che, coloro che li attuano, invece di essere guida spirituale dei giovani che nel convento hanno cercato rifugio, insegnano loro la strada della depravazione morale. Come è evidente sin dalle prime immagini del film, in cui padre Komiya si fa masturbare dal giovane Rou mentre legge ad alta voce alcuni passi della Bibbia (una situazione che si ripeterà, poi, in altre circostanze).
Poema visivo sul rimorso e la sofferenza umana, il film si affida a lunghe e fisse inquadrature che evidenziano il gelo di una natura che sembra aver immobilizzato per sempre l’animo e i sentimenti dei diversi personaggi che la abitano. Parte del merito dell’opera va indubbiamente affidato all’essenziale fotografia di Ōtsuka Ryō con i suoi colori slavati, ma capace, nei pochi momenti dei film che lo richiedono,  anche di effetti di grande intensità pittorica (come nelle scene di sorella Teresa che taglia le verdure in cucina o nelle immagini dei corpi nudi e avvinghiati di Rou e Kyōko).
Il mondo del monastero, in cui la storia si ambienta, è lontano anni luce dalla realtà del Giappone contemporaneo. I giovani che vi abitano sembrano essere lì per redimersi dal loro peccaminoso passato. Ma il film vi si rapporta in modo indeterminato e con una certa ambiguità. I loro trascorsi non sono così chiari, vi si accenna senza esplicitarli fino in fondo, senza individuarne le ragioni (come testimoniano le allusioni al doppio omicidio di Rou e al suo rapporto con padre Komiya e il convento). Le loro stesse azioni, anche i piccoli gesti, appaiono a volte privi di una vera e propria causa plausibile: ma è proprio il complesso di questi fatti, nella loro totale irragionevolezza, a dare il senso del film (insieme al non-senso del mondo in cui viviamo).
Ciò che accomuna molti personaggi di The Whisperings of the God è il loro agire sulla base dell’istinto e del desiderio, se non dell’abuso vero e proprio. Quest’atteggiamento impulsivo – in cui il sesso nelle sue diverse forme prende il posto di ogni altro tipo di comunicazione – li rende simili a degli animali a cui il film più volte li associa (si veda a questo proposito l’incredibile scena della copula fra due maiali, che termina con una delle più crudeli castrazioni mai viste al cinema, senza che sostanzialmente nulla sia davvero mostrato).
Non si sottrae a questa dimensione neanche il protagonista Rou, con la sua compunzione, nel senso di un atteggiamento di dolore e di pentimento che il film non vuole farci capire se sincero o no (anche se la seconda delle due ipotesi appare più forte della prima). L’ambiguità e l’indeterminatezza, che contraddistinguono l’opera nel suo complesso, si ritrovano anche in lui: nella sua storia, nelle sue scelte, nel suo essere; nel suo rapporto con Kyōko e con sorella Teresa; nella decisione di confessare un peccato (la violenza sessuale nei confronti di una suora) prima di averlo commesso, ottenendo così “in anticipo” quel perdono che gli consentirà, poi, di perpetuarlo davvero e “a cuor leggero” (ma sino a che punto?). Attraverso questa scelta lucida, fredda e calcolata, Rou (e con lui il film) vuole solo prendersi gioco dei precetti della chiesa e delle sue contraddizioni? O il suo è anche un modo per vendicarsi di un’istituzione che avrebbe dovuto accoglierlo, proteggerlo e guidarlo e invece ne ha fatto uno schiavo forzatamente prono ad ogni abuso?
È così che il film si dirige verso il suo finale, senza speranza, né possibilità di fuga. Con Rou che invita l’amico Tōru a tornare a svolgere quello che è stato, è e sarà il loro compito: «Spalare letame». [Fabio Rainelli, Dario Tomasi].
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