classici1-1845135

SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Like Someone in Love

kiaorstmis-2295265

Like Someone in Love (Qualcuno da amare).  Regia e sceneggiatura: Abbas Kiarostami. Fotografia: Yanagijima Katsumi. Montaggio: Bahman Kiarostami. Suono: Kikuchi Nobuyuki. Interpreti: Takanashi Rin, Okuno Tadashi, Kase Ryo, Denden, Suzuki Mihoko, Kubota Kaneko, Kishi Hiroyuki, Mori Reiko, Ohori Kouichi, Tatsumi Tomoaki, Kasugai Seina. Produttori: Marin Karmitz, Horikoshi Kenzo. Produzione: Euro Space, MK2 Productions. Durata: 109′. Anno: 2012
Punteggio ★★★★
Un vecchio professore incontra una giovane donna che per guadagnare qualche soldo accetta di prostituirsi. Lei non sa nulla di lui ma lui crede di conoscerla già. La ospita nella sua casa mentre lei gli offre il suo corpo. Trascorreranno insieme un giorno intero, apprendendo particolari invisibili della vita e dei pensieri dell’altro.
Tokyo è una città presente e assente al tempo stesso in Like Someone in Love di Abbas Kiarostami, commedia sofisticata quasi esclusivamente ambientata in auto, in viaggio tra i quartieri di una città che si sfiora con lo sguardo nella leggerezza inafferrabile del riflesso. Dopo Amir Naderi con Cut, anche Abbas Kiarostami trova in Giappone una nuova, sorprendente svolta e, come Naderi, lo fa lievemente, senza apparenti straordinarie trasformazioni. Like Someone in Love è di fatto un film giapponese per produzione e cast (in coproduzione con la Francia), ma anche per l’essenzialità di uno sguardo che si fa impalpabile, fluido non-racconto tutto da cogliere nella inconsistenza lieve delle immagini che si svelano sui vetri delle auto, appunto, o attraverso di essi.
Akiko è una studentessa dalla doppia vita. Ha un fidanzato geloso, una famiglia preoccupata per lei e una doppia identità di prostituta. Impossibile tenere tutto separato, quando la nonna arriva a sorpresa a Tokyo, il fidanzato la opprime con la sua gelosia e la sua vita notturna segue inaspettate derive. Ecco il punto di partenza di un viaggio che, come sempre nel cinema di Kiarostami, si compie sul volto dei suoi personaggi. Primi piani arditi per durata e significato, intensi per velocità e lentezza. In una città quasi invisibile, nascosta ma compresa fino in fondo, si mette in scena un gioco di contrapposizioni impossibili, dove vedere vuol dire cercare di vedere ciò che non viene mostrato. Akiko incontra l’anziano Takashi che ha preparato per lei la cena e vorrebbe allontanare per una notte la sua solitudine. Ma Akiko si addormenta nel suo letto e lo lascia inerme a guardarla dormire, senza parole e senza spiegazioni. Dal mattino seguente saranno amici e complici in questo andare e venire per le strade, tra confidenze e piccole bugie, nei continui equivoci cercati di false verità e non detti. Tutto, in fondo, era iniziato con un dolce equivoco, quasi uno scherzo, una sfida tra il film e lo spettatore: in una discoteca, una ragazza è impegnata in una conversazione conflittuale con il fidanzato. Però non se ne vede il volto perché la macchina da presa resta fissa sul paesaggio indistinto di uomini e donne seduti ai tavoli. Sentire senza vedere, il progressivo divenire delle cose è l’anticipazione di quello che verrà, in forma opposta. Arriverà il controcampo, e vedremo il volto di Akiko, ma questo primo spazio vuoto ha già condizionato gli sguardi e l’unica contrapposizione possibile, che si ripeterà d’ora in avanti, sarà quella tra verità e dissimulazione, una di fronte all’altra, ma separate da un vetro, chiuso o socchiuso, che si infrangerà davvero solo alla fine, quando il fidanzato scaglierà una pietra contro la finestra del vecchio. L’equivoco si è spinto troppo oltre e serve uno stratagemma per rimettere le cose in equilibrio.
Simile a Copia conforme, e al tempo stesso diverso. Uguale il meccanismo, anzi, l’intenzione del disvelamento della verità, eppure diverso perché, a differenza di Copia conforme, questo non è un film palindromo, pronto a ricominciare dalla fine. Like Someone in Love finisce, appunto, con un gesto definitivo che spezza tutti gli incanti concentrici, tutti i piani sequenza che accerchiano il reale e assecondano l’illusione di verità. Come il doppio giro in taxi attorno alla piazza della stazione di Tokyo, mentre Akiko osserva la nonna che l’aspetta da ore. Appare lontana, nonostante la sua voce registrata sulla segreteria telefonica accompagni parte del tragitto. Anzi, proprio per questo ancora più lontana.
Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes. [Grazia Paganelli]
CONDIVIDI ARTICOLO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *