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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Mainichi ga arutsuhaimā (毎日がアルツハイマー, Everyday is Alzheimer’s)


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Mainichi ga arutsuhaimā (毎日がアルツハイマー, Everyday is Alzheimer’s). Regia, fotografia, montaggio: Sekiguchi Yuka. Illustrazioni: Mita Reiko. Produttore: Yamagami Tetsujirō. Girato in HDV. Durata: 93′. Anno: 2012.
Link: Sito ufficiale

Il documentario ci racconta di Sekiguchi Yuka, la regista del film, che ritorna in Giappone dopo il naufragio del suo matrimonio con un uomo australiano per stare assieme alla madre che scopre di essere afflitta dl morbo di Alzheimer. I due anni testimoniati dal documentario ci mostrano la routine quotidiana di chi viene sopraffatto quasi senza rendersene conto dalla malattia e dai rapporti con i famigliari.

Mainichi Alzheimer è un documentario importante. Almeno per chi scrive. Non perchè resterà nella storia del cinema o dell’arte documentaria ma perchè rappresenta un punto di contatto fra l’home video amatoriale, espressione che lo definisce in pienezza, e il “documentario”, la parola ed il genere che viene usata per presentarlo nelle varie sale cinematografiche. Il fatto che sia un filmino amatoriale, tanto nello stile che nei contenuti stride con l’interesse che riesce a suscitare nello spettatore. Nel raccontare con piglio spesso comico e divertente una storia significativa come quella dell’Alzheimer della madre, malattia che definisce in vari modi la nostra epoca ossessionata dalla memoria e dal ricordo, il film è allo stesso tempo una (involontaria) ricognizione sul significato del documentario nella società moderna. Sekiguchi Yuka, la regista, usando la sua videocamera ha seguito infatti per due anni il deteriorarsi delle condizioni della madre, la quale è sempre più restia ad ammettere la sua condizione. Per la maggior parte della durata del film, che si avvale spesso di illustrazioni animate quasi di derivazione fumettistica per spiegare la situazione familiare ed altri punti cruciali della storia, l’occhio della videocamera e quello della regista-figlia si sovrappongono. In questo senso il film è un classico esempio di self-documentary che, per la sua semplicità stilistica e la bassa qualità delle immagini, ci riporta, come si diceva all’inizio, ai filmini famigliari, a quella mastodontica memoria collettiva che una moltitudine di singoli continua ad ingigantire giorno dopo giorno. Ma è un self documentary carico di comicità e che permette alla regista anche di essere spietata con se stessa. La videocamera riesce infatti a creare quella distanza necessaria per raccontarci con nuda crudeltà il suo fallimento come moglie e come madre: dopo il divorzio, suo figlio infatti decide di andare a vivere col padre australiano nel paese dei canguri.
Qualche parola sulle condizioni e sull’occasione in cui abbiamo visto questo lavoro. Ci siamo trovati in un cinema di Nagoya piuttosto pieno vista l’ora, le 10:30 di mattino di una giornata feriale, con circa una cinquantina di persone, perlopiù casalinghe e pensionate, affollare la sala. Probabilmente in virtù del tema trattato e dell’approccio per niente tragico, ma non per questo meno serio, che caratterizza il film. Un piccolo successo che fa riflettere sul futuro del documentario e su quello del cinema in generale, un avvicinamento pericoloso e affascinante quello tra cinema e filmino amatoriale che se negli anni settanta, grazie alle super 8, ne ha decretato la nascita, ora con l’avvento del digitale-per-tutti sembra destinato a scardinare la stessa categoria di cinema. Paradossale e simbolico è il fatto che sia proprio il tema dell’oblio evocato tragicamente dall’Alzheimer a materializzarsi in ciò che si preannuncia come la memoria totale del genere umano, quell’infinito materiale video-amatoriale che è oramai diventato per noi una sorta di seconda pelle. [Matteo Boscarol]
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