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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Self and Others

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Self and Others. Regia: Satō Makoto. Fotografia: Tamura Masaki. Montaggio: Miyashiro Shigeo. Suono: Kikuchi Nobuyuki. Musica: Kyomaro. Narrazione: Nishijima Hidetoshi. Produttore: Horikoshi Kenzo. Produzione: Euro Space. Durata: 53′. Anno: 2000

Satō Makoto, scomparso prematuramente a soli 49 anni nel 2008, è stato sicuramente uno dei documentaristi giapponesi più interessanti e originali degli ultimi vent’anni. Debuttò nel 1992 con Living on the River Agano, un’opera per la cui realizzazione visse 3 anni in un villaggio di mille abitanti nella montuosa prefettura di Niigata, colpito fin dalla metà degli anni sessanta dall’avvelenamento delle acque col mercurio, la tristemente nota sindrome di Minamata. A differenza del grande Tsuchimoto Noriaki che ha documentato l’impatto della malattia e le lotte degli abitanti di Minamata (da cui la malattia prende il nome) per un ventennio, Satō nel suo film ha cercato di creare un’opera dove la tragedia della sindrome è parte di una quotidianità che ha anche alcuni momenti di allegria e serenità. Ma il regista giapponese ha saputo nel proseguo della sua carriera indagare anche i processi creativi dell’arte e negli artisti, anche quando portatori di handicap (Hanako,2001) oppure riflettere sull’arte della fotografia come in questo Self and Others che andremo ora ad analizzare.
“Il documentario è finzione” dichiarava spesso Satō e in Self and Others questo credo è portato magnificamente alle sue massime potenzialità nella realizzazione di un film che riflette sulla fotografia e sul rapporto tra sé e altri, fra soggetto che fotografa/filma e oggetto, un breve documentario che è anche un poema a guisa di collage sulla presenza nella nostra vita degli altri e di ciò che ci è esterno. Altri (gli Others del titolo che riprende quello di un libro di Gochō Shigeo ) che con la loro semplicità ed il loro indecifrabile mistero di esistere ci affascinano e ci turbano.
La forma del lavoro è decisamente sperimentale, si inizia in un giardino dove vediamo un albero e dopo alcuni minuti di ripresa fissa lo schermo sfuma in bianco sul titolo e attraverso delle scritte veniamo introdotti alla persona di Gochō Shigeo, fotografo che una grave malattia da bambino ha lasciato deforme e debolissimo, e che morirà nel 1983 a soli 36 anni. La struttura del film è quasi circolare nel suo andamento, non è naturalmente un biopic ma con un abile montaggio mette insieme le impressioni che la vita del fotografo ha lasciato su pellicola (foto e film amatoriali) e sulla carta (le sue lettere). Ci sono lunghi periodi in cui la macchina da presa in fisso indulge su particolari di esterni oppure su quello che fu lo studio del fotografo, cosa che possiamo solo inferire in quanto non è mai esplicitamente dichiarato e per di più si tratta di una ricostruzione fatta per il film stessoo. L’assenza del commento, elemento tipico del documentario classico, è colmata dalla lettura di alcune lettere che il fotografo inviò alla sorella durante i 15 anni che trascorse a Tokyo. Oltre a preoccupazioni di carattere materiale, la salute sempre cagionevole, il suo tirare sempre la cinghia per poter liberamente dedicarsi alla fotografia, spesso in questi scritti ci sono delle preoccupazioni quasi filosofiche sull’atto del fotografare e sullo scorrere della vita in città catturata dagli scatti del fotografo. In una bellissima lettera Gochō ricorda come quando a 4 anni era già costretto dalla malattia all’immobilità sul letto di un ospedale, l’unico “occhio” aperto sul mondo fosse rappresentato da un piccolo specchio rotondo in cui riusciva a far riflettere gli oggetti della stanza e talvolta scene dall’esterno, dal giardino, “quasi una giostra merry-go-round fantastica” in quanto spesso non distingueva il sopra dal sotto e le immagini ivi riflesse. Questo specchio fantasmagorico è una fortissima e ficcante immagine che se è naturalmente valida per tutta l’opera di Gochō, possiamo immaginare come perfetta metafora anche per Satō stesso riguardo al suo modo di intendere il cinema documentario, un’occhio che riflette la realtà ma sempre con un forte tasso di invenzione, sperimentazione e fantasia.
Sono inseriti, sulla lettura delle prime lettere del fotografo, anche due brevi filmati amatoriali realizzati da lui stesso: ancora esterni, persone comuni, scene di ogni giorno. Il fatto che da bambino gli fu pronosticato di vivere solo per pochi anni e che invece abbia vissuto fino ai 36 anni gli deve aver fatto vedere tutte le cose, anche quelle più dozzinali e banali, come un miracolo. Questa curiosità e freschezza verso cose e persone emerge da tutte le sue fotografie mostrate nel corso del documentario ma anche dalla costruzione del film stesso che si compone di lunghe carellate sul paesaggio cittadino o di movimenti lentissimi di macchina da presa su scene apparentemente prive di significato (una gru che si staglia sul cielo blu, una strada di periferia) con cui Tamura (il grandissimo direttore della fotografia) anche grazie all’aiuto della musica per pianoforte realizza scene quasi dal sapore tarkovskiano. È quasi una trance l’intervallarsi delle fotografie di Gochō e del girato in 16mm accompagnati dalla musica, alcune scene raggiungono una monotona intensità che ricorda i lavori di Michael Snow (ecco allora il documentario come sperimentazione), una trance che in definitiva scaturisce dalla superficie delle cose e delle persone, dal loro semplice ma enogmatico esistere. [Matteo Boscarol]

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