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Kueki ressha (苦役列車, Drudgery Train)

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Kueki ressha (苦役列車, Drudgery Train). Regia: Yamashita Nobuhiro. Soggetto: da un romanzo di Nishimura Kenta. Sceneggiatura: Imaoka Shinji. Fotografia: Ikeuchi Yoshihiro. Luci: Hara Yoshimi. Scenografia: Ataka Norifumi. Costumi: Iga Daisuke. Montaggio: Satō Takashi. Musiche originali: Shinco. Interpreti e personaggi: Moriyama Mirai (Kitamachi Kenta), Kōra Kengo (Kusakabe Shōji), Maeda Atsuko(Sakurai Yasuko), Makita Sports (Takahashi), Taguchi Tomorowo (proprietario della libreria), Nakamura Asaka (Minako), Itō Minako (ex di Kanta). Produzione: Kawata Ryō e Negishi Hiroyuki per Matchpoint e Toei. Durata: 105’/112’. Uscita nelle sale giapponesi: 14 luglio 2012
Link: Pagina ufficialeTrailerMark Schilling (Japan Times) – Deborah Young (Hollywood Reporters)

Tokyo, 1988: Kanta (Moriyama Mirai) è un ventenne che si barcamena tra lavoretti saltuari, prostitute, alcol e un affitto che tenta in tutti i modi di non pagare. Gli unici suoi interessi sono i romanzi e il sesso, per lo più a pagamento. Sulla sua vita pesa l’ostracismo a cui, da bambino, è stato sottoposto a causa del padre, accusato di molestie sessuali nei confronti di una donna. Un giorno, mentre lavora in una ditta come scaricatore a giornata, incontra Shōji (Kōra Kengo), un coetaneo giunto nella capitale dal Kyūshū per frequentare una scuola di specializzazione. Nonostante, all’apparenza, le rispettive personalità appaiano antitetiche (trasandato, sporco, tignoso e introverso, il primo; “perfettino”, educato, mite e socievole, il secondo), presto i due ragazzi diventano amici. Kanta inizia Shōji ai bordelli, mentre il legame con Shōji spinge Kanta a seguirlo in un abbozzo di carriera professionale, quando i due passeranno a godere dei privilegi riservati agli addetti al magazzino dell’azienda in cui si sono conosciuti. Shōji aiuta anche il timido Kanta a stringere amicizia con Yasuko (Maeda Atsuko), la bella e intelligente commessa della libreria frequentata dal ragazzo. Nonostante le difficoltà rappresentate dalla smania sessuale di Kanta e dalla sua povertà (quando viene cacciato dalla padrona di casa, si rivolge a Shōji con fare insistente per ottenere un prestito, mettendo in imbarazzo l’amico), tra i tre si crea un legame che, per quanto effimero, apre una parentesi lieta nella vita del protagonista. Alcuni eventi contribuiranno tuttavia alla brusca chiusura di tale parentesi. Accade innanzitutto che Takahashi (Makita Sports), un collega più anziano con la passione frustrata ma mai sopita del canto, finisce vittima di un incidente sul lavoro. Ciò spinge Kanta a riconsiderare la sua carriera all’interno dell’azienda e a far nascere in lui il desiderio di diventare uno scrittore, tanto da spingerlo ad affrancarsi dal lavoro dipendente per tornare alla più libera mansione di scaricatore a giornata. Si crea dunque un divario tra i due amici, dal momento che Shōji, diversamente da quanto sosteneva inizialmente, sembra più interessato a proseguire il suo cammino all’interno dell’azienda che non a continuare gli studi. Tale divario viene accentuato inoltre dalla relazione di quest’ultimo con Minako (Nakamura Asaka), una ragazza giunta come lui dalla provincia per sfondare nel campo della cultura e dello spettacolo. Il legame tra i due amici si incrina irrimediabilmente quando Kanta, ubriaco e irritato sia dalla spocchia di Minako che dalla banalità delle sua velleità intellettuali da provinciale di buona famiglia, la insulta davanti a Shōji. Precipitato in una spirale autodistruttiva, il ragazzo rovina irreparabilmente anche il rapporto con Yasuko, tentando di prenderla con la forza in seguito alle resistenze di lei ad accoglierlo in casa a sera tarda per un tè. La parentesi si chiude definitivamente quando Kanta scatena una rissa facendosi cacciare dal posto di lavoro e, dopo essersi congedato dai due amici ringraziandoli sinceramente per i bei momenti trascorsi, ritorna al suo squallido mondo, restando nel quale, tuttavia, decide di coltivare in silenzio il proprio sogno.
Due anni dopo My Back Page, Yamashita torna a ispirarsi a un’opera letteraria di stampo autobiografico. Anche in questo caso l’ambientazione si sposta nel recente passato, ma se il film precedente si collocava a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, teatro degli ultimi violenti sussulti di un sogno rivoluzionario, in questo caso la vicenda si sposta di un ventennio, ovvero ben oltre il tramonto di quel sogno. Ne risulta un film molto diverso nelle atmosfere e, di conseguenza, anche negli esiti qualitativi, in quanto il romanzo di Nishimura Kenta che sta alla base di Drudgery Train sembra essere molto più vicino al mondo di Yamashita, anagraficamente e culturalmente, di quanto non lo fosse l’autobiografia del giornalista Kawamoto Saburō. Se quindi, in un certo senso, My Back Page appariva un’opera più coraggiosa nel suo tentativo di attraversare territori ancora inesplorati dal regista, Drudgery Train, che ci riporta agli esordi del cineasta e, probabilmente, a una delle sue fonti d’ispirazione, gli permette senz’alcun dubbio di muoversi con maggiore agio e di dare alla luce un’opera complessivamente più riuscita, probabilmente la migliore dai tempi di Linda Linda Linda. Per quanto, col passare degli anni, i film di Yamashita abbiano acquisito strutture narrative più solide e coerenti abbandonando il carattere digressivo e vagamente episodico delle primissime opere, e per quanto anche lo stile si sia fatto meno scarno e astratto (senza che tuttavia venga tradita quella cura dei dettagli, tipica del regista, che concorre a donare profondità ai personaggi senza passare attraverso la parola), qui è chiaramente alle atmosfere dolentemente scanzonate e surreali della sua prima trilogia che si fa ritorno.
Il protagonista Kanta non può non riportare alla mente i disadattati di Hazy Life e No One’s Ark, così come il triangolo dei protagonisti (costituito da due personaggi maschili per molti versi antitetici che stringono un legame di amicizia e complicità con un personaggio femminile fuori dagli schemi), specialmente nel segmento alla Jules e Jim, appare sovrapponibile a quello di Ramblers. Anche alcuni dei gustosi personaggi di contorno (che come al solito Yamashita eccelle nel ritrarre), come la ex di Kanta, ora divenuta una prostituta, e il suo nuovo fidanzato psicopatico (che ricorda i personaggi interpretati in passato dall’attore Yamamoto Takeshi), sono memori della prima fase della filmografia di Yamashita, e ci forniscono un ritratto vivo e sentito di quella parte “bassa” e più invisibile del Giappone che il regista ama descrivere con ironia tagliente e amara benché mai priva di umanità. Kanta, che si definisce orgogliosamente un “edokko” (ovvero un figlio di Edo, antico nome della capitale), è perfettamente ambientato in questa Tokyo lontana tanto dai grattacieli di Shinjuku (o semmai collocata alla loro ombra) simbolo del Giappone di successo, quanto dai vivaci quartieri trendy come Shimokitazawa, meta di universitari e artisti. Cresciuto nell’onta di un peccato non suo, Kanta è figlio di una Tokyo laida fatta di bordelli di infimo ordine animati da “ragazze” non belle né giovanissime, fatiscenti abitazioni in legno col bagno in comune, lavoretti precari e sogni infranti.
Come quasi sempre nei film di Yamashita, regista spesso molto abile nella scelta e nella direzione di attori in sintonia col proprio mondo, Moriyama Mirai è qui straordinario nel dare vita al protagonista collocandosi in parte sulla scia di Yamamoto Hiroshi, protagonista della prima trilogia del regista, ma allo stesso tempo donando al personaggio sfumature più accentuate di profondità, malinconia, disperazione, rassegnazione, diffidenza. Il ritratto che Moriyama e Yamashita fanno di Kanta è infatti cangiante: i lati più squallidi e meschini del personaggio emergono poco alla volta, così come a sprazzi ci vengono suggeriti i pregi che egli nasconde dietro le apparenze o le ragioni del suo essere un disadattato (pregi e ragioni che tuttavia non smentiscono nemmeno nella chiosa finale il suo carattere infantile, dispettoso, irascibile, prepotente, rancoroso e imbarazzante).
Ciò che distingue Kanta da molti personaggi dei precedenti film di Yamashita è il fatto di non coltivare, almeno in un primo tempo, alcun tipo di sogno, come gli rinfaccia il collega più anziano Takahashi, ormai disilluso e rassegnato e tuttavia ancora desideroso di fare il cantante. Fino al momento in cui non deciderà improvvisamente di diventare uno scrittore, colpito da un incidente capitato in fabbrica allo stesso Takahashi o forse semplicemente dall’attaccamento di questi al proprio sogno nonostante l’evidente impossibilità di realizzarlo, l’unica ossessione di Kanta sembra essere il sesso, anche quando il pensiero si rivolge alla libraia Yasuko, nei confronti della quale egli si mostra inizialmente timido come un ragazzino animato da amore platonico.
Diversamente dall’amico Shōji, il quale, nonostante i buoni propositi, si incammina sui binari di una carriera piuttosto standard e, soprattutto, si conforma ipocritamente a cliché intellettuali vuoti e ridicoli (cosa che Kanta non mancherà di rinfacciare all’amico e alla spocchiosa fidanzata di lui in una delle scene che lo mostrano più sgradevole e, allo stesso tempo, lucido che mai), Kanta rifugge istintivamente, per lo più involontariamente, qualunque legame lavorativo, sentimentale e sociale, mantenendo soltanto una più o meno consapevole coerenza con l’unica sua vera passione: la letteratura.
Nel flash forward finale, che si apre alla stessa maniera dell’incipit (ovvero con Kanta che esce da un bordello), quando lo vedremo sedersi in uno squallido appartamento, con il volto orrendamente tumefatto dai postumi di una rissa, a scrivere su una cassetta della birra usata come tavolino, egli non sarà cambiato di una virgola, se non nell’aspetto in quanto porterà i capelli lunghi. L’unica cosa che si sarà fatta spazio nella sua vita, oltre al ricordo comunque lieto e grato degli amici che gli hanno voltato le spalle, è un sogno che, per una volta, sappiamo che diventerà realtà (data la natura autobiografica dell’opera di origine). Nonostante infatti nel ritratto di Kanta prevalga l’amarezza rispetto all’ironia a cui Yamashita ci aveva abituati in passato, Drudgery Train si rivela più ottimista della maggior parte dei film del cineasta, in quanto non si incentra su un sogno destinato a infrangersi, bensì sul suo sbocciare. [Giacomo Calorio]

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