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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Lesson of the Evil (悪の教典– Aku no kyōten )


250px-lesson_of_the_evil-p1-5042308Aku no kyōten   (悪の教典- Lesson of the Evil). Regia e Sceneggiatura:  Miike Takashi; Soggetto: da un romanzo di Kishi Yūsuke; Fotografia: Kita Nobuyasu; Montaggio: Yamashita Kenji; Musica: Endō Kōji;Effetti Speciali: Matsui Yūichi, Ōtagaki Kaori; Costumi: Maeda Yūya; Suono: Nakamura Jun; Direziona Artistica: Hayashida Yuji, Sakushima Eri; Scenografie: Sakamoto Akira; Interpreti: Ito Hideaki, Yamada Takayuki, Hira Takehiro, Fukikoshi Mitsuru, Sometani Shōta, Kiyotaka Uji, Isomura Yosuke, Suzuki Ryunosuke, KENTA, Hayashi Kento, Produzione:Tōhō, Bungeishunju, Dentsu, Oriental Light and Magic, Nippon Shuppan Hanbai; Produttori: Azuma Kōji, Mori Tōru, Saka Misako, Yamauchi Akihiro. Durata: 129’.Uscita nelle sale giapponesi: 10 Novembre 2012
Links:Sito Ufficiale Trailer (Youtube) – Hollywood ReporterTwitch 
Punteggio ★★★1/2

Liceo Shinko Academy. Il nuovo professore di inglese, Seiji Hasumi, si presenta come un insegnante perfetto: giovane, bello, sorridente, sempre disponibile e dalle idee moderne ed innovative. Il suo magnetismo si fa sentire, in particolare, proprio nei confronti delle alunne della scuola, alcune delle quali paiono nutrire nei suoi confronti un’ammirazione che va al di là del mero rapporto educativo. Presto ci si rende conto che la Shinko Academy è afflitta da vari problemi, tra cui quello del bullismo: sottovalutato dal resto del corpo docenti, sembra invece proprio questo il problema che Hasumi si prende inizialmente più a cuore. Dopo le lamentele da parte del padre di un’alunna della scuola, nessuno potrà però più ignorare questa annosa questione. Seiji, diventerà presto confidente degli alunni tartassati e, in questo modo, riuscirà ad instaurare con alcuni di loro un rapporto decisamente personale. Uno dei colleghi insegnanti, probabilmente mosso solo da un’istintiva invidia, si ritroverà ad indagare sul passato del giovane insegnante scoprendo, nella scuola dove aveva lavorato precedentemente, un’inspiegabile sequela di suicidi proprio tra i suoi allievi. Quando Hasumi inizierà una relazione amorosa proprio con una sua studentessa, nuovi angoscianti particolari sul suo passato si faranno strada nella narrazione….
Dallo schermo nero emerge una canzone: Die Moritat von Mackie Messer presente ne «L’Opera da Tre Soldi» di Bertolt Brecht e musicata da Kurt Weill. Un uomo ed una donna discutono, pervasi da dolore misto a sgomento. Si intuisce subito che sono due genitori intenti a confrontarsi sul loro figlio non ancora adolescente. La madre è addolorata a tal punto da non voler credere a ciò di cui il padre ha acquisito coscienza: il ragazzo è uno psicopatico che commette omicidi in modo assolutamente scaltro e discreto. Nessun altro, infatti, sospetta del giovane Seiji. Mentre la discussione tra i due genitori prosegue, con una madre sempre più affranta ed incredula ed un padre determinato e devastato dalla realtà, il montaggio ci mostra la mano del ragazzo, in un’altra stanza, afferrare un coltello. Un’inquadratura dal basso di Seiji (sempre a non mostrarne il volto) mette in evidenza il suo incedere, dal corridoio alla stanza dei genitori, brandendo l’arma. Si torna poi nella stanza dove possiamo solo vedere il volto della madre (il padre è di spalle) sempre più incredulo, quando vede suo figlio armato aprire la porta. Un’ellisse ci guida poi nel presente narrativo.
Aku no kyōten è un film che intriga, diverte, spiazza e, ovviamente, provoca lo spettatore.
Gli elementi principali e le tematiche cardine sono a prima vista celati, poiché quello che si evince dalla storia non comunica necessariamente una verità assoluta. Un film che fa male, ma con una
risata beffarda. Il personaggio del professor Hasumi fa da filo conduttore ed incarna le decine di devianze che si sono rese protagoniste delle varie opere di Miike, risultando infine essere vera summa del concetto di principio del male fatto a uomo.
Solo dopo i titoli di coda il quadro del personaggio sarà davvero completo ed il cerchio narrativo, chiudendosi, potrà portare chiarezza. Il nascondere l’essenza del vero “io” del professor Hasumi alla luce di un’attitudine positiva, assennata e (sempre solo apparentemente) convenzionale, non farà altro che svelare gradualmente allo spettatore la sua lucidissima follia.
La sequenza del prologo svela già molto del personaggio principale e lo stesso film tornerà poi, almeno in un paio di occasioni, a mostrarci le azioni di Hasumi da ragazzo, proprio per farci meglio comprendere l’origine del male che lo domina mostrandocelo, anche in giovane età, agire in modo efferato, ma perfettamente calcolatore. Dopo il salto temporale di una ventina di anni, il personaggio di Hasumi è tratteggiato, inizialmente, in modo diametralmente opposto a quello a cui abbiamo assistito nel preludio: la sua attitudine appare positiva, entusiasta ed equilibrata, ancor più in un contesto quale quello della Shinko Academy, dove un altro paio di insegnanti infrangono con il loro comportamento l’etica scolastica e sociale del vivere comune. Certamente anche la bravura dell’attore Ito Hideaki nel passare da un contesto espressivo all’altro (dopo circa un’ora le intenzioni inizieranno a svelarsi) è determinante nel farci quasi dimenticare che, in un ambiente scolastico certo non esemplare, è proprio lui l’individuo dal quale si dovrebbero tenere le distanze maggiori.
Questo lavoro di Miike Takashi, tratto dal romanzo di Kishi Yūsuke, può praticamente essere inteso come un confronto di più di due ore con gli spettatori. Il contesto, lo ripetiamo, è quello di una realtà scolastica tutt’altro che perfetta, nella quale una mente assolutamente folle, ma lucida e calcolatrice, come quella di Hasumi, trova terreno fertile per il suo piano finale, oltre che un ottimo luogo dove mimetizzarsi, in attesa di quest’ultimo, letale atto. La sfida con il pubblico consiste proprio nel camuffare abilmente l’accezione di realtà come percezione dello spazio visivo. I comportamenti degli adulti a cui assistiamo per tutta la prima parte del film sono, nella loro quasi totalità, di facciata. La cornice in cui vengono narrati i fatti ci mostra i tratti di una società che fallisce in pieno: ancor di più perché questo fallimento è compiuto dagli insegnanti nei confronti degli alunni, ovvero delle nuove generazioni di un paese che, in questo modo, non potrà certamente guardare con ottimismo al futuro.
Non può non venir in mente, a tal proposito, il Battle Royale di Fukasaku Kinji, esemplare nel mettere in scena i fallimenti degli adulti nei confronti dei giovani e la loro conseguente violenta ribellione.  In Aku no kyōten il comportamento dei professori, nasconde (talvolta bene, altre meno) realtà ben più anticonformiste, illegittime o addirittura deviate. A rappresentare perfettamente questi tre aggettivi sono proprio tre professori e colleghi di Hasumi: Kume, che intreccia una relazione amorosa con un suo allievo (interpretato da Sometani Shōta, già protagonista di Himizu di Sono Sion); Shibahara, il professore di educazione fisica (interpretato da Yamada Takayuki già protagonista di Crows Zero 1 e 2) che costringe diverse alunne ad avere incontri a sfondo sessuale e Tsurii, il professore di fisica (interpretato dal bravissimo Fukikoshi Mitsuru, anch’egli già presente in Himizu e Cold Fish, sempre di Sono).
Un ulteriore contributo al lavoro di caratterizzazione e rappresentazione dei personaggi (in particolare di Hasumi) al di  là dell’aspetto puramente visivo, va menzionata la musica di Kurt Weill che aleggia in modo ossessivo per quasi tutto il film, fluttuando più volte da una dimensione intra ad una extradiegetica. Questo brano, con il suo incedere marziale (la lingua tedesca del cantato rafforza ancor di più quest’idea) e retrò, ha il compito non solo di conferire al protagonista un’aura ancor più inquietante ma, con il suo testo (mostratoci da didascalie), ne sottolinea perfettamente l’operato, descrivendo un uomo che non ostenta la sua arma (il coltello), la cela all’occhio, per poi poterne usufruire con un effetto a sorpresa. Il paragone, nel testo musicale, è giocato con un animale predatore: un pescecane che, al contrario, preferisce far sfoggio della sua arma (i denti) in modo naturale.
Riguardo, invece, la presenza dei due corvi che osservano dall’alto la casa di Hasumi ed i suoi movimenti, possiamo innanzitutto dire che essi racchiudono un significato che è ben ancorato alla cultura scandinava e pagana. Come il film stesso ci svela, i due volatili rappresentano nient’altro che gli emissari del padre degli déi nordici, Odino: Huginn (il pensiero) e Muninn (la memoria). O, meglio,  li rappresentano nella mente contorta del giovane professore il quale, ossessionato dalla loro presenza, finisce per ucciderne uno, sfidando poi il sopravvissuto ed interrogandolo su cos’abbia scoperto davvero sul suo conto.
Per tutto il film possiamo notare uno stile registico lineare, un utilizzo elegante della macchina da presa ed una fotografia con marcato accento sui colori sgargianti (soprattutto nei deliranti e truculenti ricordi di Hasumi, riguardo la sua eterodossa frequentazione del folle compagno di Harvard). Notevoli anche le inquadrature ed i movimenti di macchina nella sequenza in metropolitana, a introdurre l’ultimo incontro tra Hasumi e Tsurii. Bravo Miike, infine, a mantenere alto il livello di tensione da metà film in avanti con una gestione quasi musicale del massacro conclusivo, colpo di scena compreso.
Una prova, questa di Aku no kyōten, che mostra (come già 13 Assassins e Hara-kiri: Death of a Samurai) un rilancio della valenza autoriale del regista e della sua libertà espressiva, lontana dai fragori digitali e dalle esili sceneggiature che hanno caratterizzato parte della sua produzione degli ultimi anni.[Fabio Rainelli]


 
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