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Soshite dorobune wa yuku (そして泥船はゆく, And the Mud Ship Sails Away)

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Soshite dorobune wa yuku (そして泥船はゆく, And the Mud Ship Sails Away). Regia e sceneggiatura: Watanabe Hirobumi. Fotografia: Bang Woo-hyun. Montaggio: Nagatomo Teruhaya. Musica: Watanabe Yūji. Interpreti e personaggi: Shibukawa Kyohiko (Takashi), Takayashi Ayasa (Yuka), Iida Kaoru (Shōhei), Hirayama Misao (la nonna), Haneishi Satoshi, Suzuki Hitoshi, Takeda Mina, Toda Kodō. Produzione: Watanabe Akemi, Watanabe Hideki, Watanabe Hirobuni per Foolish Piggie Films Anteprima mondiale: Tokyo Film Festival 23 ottobre 2013. Durata: 88’. 
Punteggio ★★★
Links: Sito ufficiale con trailer (in giapponese) – Dennis Harvey (Variety)

Produzione indipendente, in bianconero e piani sequenza fissi (più per ragioni di budget che per volontà estetica), Soshite dorobune wa yuku è diretto dal giovane Watanabe Hirobumi, nato nella prefettura di Tochigi, la stessa in cui il film è stato girato e ambientato, e allievo di Tengan Daisuke, figlio di Imamura Shōhei.
Realizzato con pochi amici e l’aiuto di alcuni familiari – fra cui, nel ruolo di attrice, la nonna novantenne del regista – il film ha per protagonista Takashi, un giovane e sfaccendato quasi quarantenne – età che con una certa e voluta insistenza tutti gli ricordano – che vive, insieme alla nonna, del sussidio di disoccupazione, senza curarsi affatto di cercare un lavoro. Separato dalla moglie, che gli impedisce di vedere il figlio e a cui deve pagare gli alimenti, Takashi trascorre le sue giornate dormendo, giocando a pachinko o annoiandosi con l’amico Shōhei, che tuttavia un lavoro l’ha trovato – anche se si tratta di spalare merda in una stalla, come lo stesso Takashi gli fa con insolenza notare.
La routine quotidiana del protagonista non è granché smossa neanche dall’arrivo di Yuka, una giovane ragazza di Tokyo che si presenta da lui e dalla nonna sostenendo di essere figlia del padre dello stesso Takashi, morto da due anni. Anche Yuka non perde occasione di rimproverare il fratellastro per la sua inedia, dandogli ripetutamente del «fossile».
Se lo stile del film ricorda – come lo stesso Watanabe ammette – quello del primo Jarmusch, il protagonista – fisico a parte – appare come una reincarnazione del Jeffrey Lebowski dei fratelli Coen, come del resto sembrano confermare le frequenti scene di bowling. Nonostante il soggetto del film abbia anche più di un elemento drammatico, il tono è quello di un’acre commedia affidata a dialoghi pungenti e senza sconti.
Efficaci poi le running gag a carattere per così dire sociale: come quelle costruite intorno al giovane volontario che si presenta nella casa del protagonista tentando vanamente di vendergli dei fazzolettini a sostegno delle vittime delle radiazioni di Fukushima, o quelle relative al vicino di casa candidato alle elezioni e disperatamente alla ricerca di voti. Entrambi finiranno con l’essere malmenati dallo stesso Takashi che vede nei due, e nel loro rapporto con la società, qualcosa di assolutamente inconciliabile alla sua filosofia di vita.
L’ultima parte del film, che procede per blocchi narrativi autonomi ed ellissi, vira verso il surreale ed è costruita da una serie di allucinazioni dello steso Takashi che si immagina – ricordate il sogno de Il grande Lebowski? – ancor più perseguitato da coloro che lo circondano di quanto già non lo sia nella realtà. Per quanto il finale appaia meno convincente delle due parti precedenti – intitolate «Inerzia» e «Fossili» –, Soshite dorobune wa yuku sembra essere una degli indie film più riusciti del cinema giapponese di questi ultimi anni, con più di un elemento in comune con gli esordi di Yamashita Nobuhiro. [Dario Tomasi]

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