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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Tre documentari per la televisione di Yoshida Kijū (Three Yoshida Kiju’s TV Documentaries-吉田 喜重の短編ドキュメンタリー)

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Shintaro Nakaoka: the final years of the Tokugawa Shogunate (1987)
Folk art in Aichi – a sacred festival, the heart of entertainment (1992)
Folk art in Aichi – festivals in a city, the pleasure of entertainment (1993)

Nakaoka Shintarō (1838–1867) era un samurai che visse nel periodo finale dell’epoca Tokugawa (1603-1868) ed uno stretto collaboratore di Sakamoto Ryōma, quindi uno dei protagonisti, che si muovevano nell’ombra però, in quel processo di modernizzazione e occidentalizzazione del Giappone che si legò alla caduta del shogunato Tokugawa. Il lavoro di Yoshida cerca di raccontare questa figura minore, spesso dimenticata o sottovalutata.
La narrazione, che resta quella di stampo televisivo tradizionale, scorre sulle immagini dei luoghi dove Nakaoka visse o passò, si avvale anche di riprese ravvicinate di stampe d’epoca ed inoltre tutto il lavoro è inframmezzato ad alcune scene di fiction che ricostruiscono le vicende principali. Sono quest’ultime molto stilizzate, come il “classico” Yoshida ci ha abituati con i suoi lavori per il grande schermo, in una particolare scena vediamo ad esempio assassini che si muovono come ombre, filtrati dal fusuma dove al momento dell’assassinio schizzano getti di sangue. Ma è tutto il documentario che è giocato sulla personale ricerca sulle immagini e sui loro colori, cosa che Yoshida del resto ha portato avanti per tutta la sua carriera anche teoricamente.
Ritornano anche in questo documentario le lente carrellate laterali sui muri di cinta di vecchie case, castelli o templi che tante volte abbiamo visto nel suo cinema, scene simili aprivano per esempio in tutta la gloria del bianco e nero già in Coup d’Etat (Kaigenrei, 1973). L’immagine è spesso filtrata, il giardino attraverso le grate del castello, le foto posizionale dietro la luce sepolclare di una candela o con ombre di rami che le coprono parzialmente, troviamo inoltre una certa insistenza sulle riprese di tetti visti dall’alto. Tutto il documentario è punteggiato da una musica tradizionale giapponese che si trasforma talvolta, nei momenti in cui il narrato diventa più drammatico, in una sorta di musica contemporanea, quando non sono i rumori di fondo delle immagini contemporanee, fiumi, templi, boschi di bambù in contro luce o ancora navi in partenza con le lore sirene a creare il tessuto di sottofondo del lavoro.
L’interesse per Nakaoka non solo esemplifica l’attenzione di Yoshida verso i passaggi storici, l’epoca in cui avvengono dei forti cambiamenti, ma si ricollega al suo focalizzarsi su quello sfondo/background meno conosciuto degli eventi storici, Nakaoka viene a questo proposito più volte chiamato durante la narrazione come “colui che si mosse nellom’bra della Storia”. Solo per restare nella sua produzione documentaria, va ricordato che l’immenso progetto La bellezza della Bellezza (Bi no Bi, 1973-77) è fra le altre cose un’esplorazione di un'”eresia” artistica che si si sviluppa “parallelamente” al Rinascimento italiano anche se cronologicamente in tempi diversi.

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Nakaoka Shintarō

Nello stesso DVD venduto in Giappone assieme al lavoro su Nagaoka vengono accorpati altri due lavori girati per la televisione nel 1992 e nel 1993 sulle feste tradizionali nella prefettura di Aichi. Benchè interessanti da un punto di vista del mantenimento del folklore (andrebbero considerati nel filone del visual folklore o della video antropologia ma è un discorso che ci porterebbe troppo in là) e della sua relazione con la registrazione visuale, c’è un abisso di qualità fra questi e Nagaoka. I cinque anni che intercorrono mettono in luce le limitazioni del cinema di Yoshida quando costretto a lavorare con il video, almeno questa è la nostra interpretazione del fenomeno, se infatti Nagaoka è girato in pellicola (crediamo e speriamo di non sbagliarci!) cosa che permette all’autore giapponese di mettere in pratica in modo magnifico la sua concezione dell’immagine che sfugge ad una concezione unica del senso, ma sempre aperta a suggestioni e portatrice di un plus che la supera, l’uso del video appiattisce l’immagine, la rende più vicina al “vero”, sciatta e semplicemente documento. Ma è questo un problema che si ripetcuote ancora oggi con il digitale, non è tanto una colpa di Yoshida quanto piuttosto la difficoltà del cinema stesso di trovare una sua peculiarità nel video e ora nel digitale e nel post cinematico, o detto altrimenti di completare quel processo di autonegazione su cui lo stesso Yoshida si è più volte soffermato nei suoi scritti dedicando al tema anche un libro nel 1970: Jikohitei no ronri – souzouroku ni yoru henshin.[Matteo Boscarol]

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