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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Musashino-sen no shimai (武蔵野線の姉妹, Sisters of Musashino Line)

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Musashino-sen no shimai (武蔵野線の姉妹, Sisters of Musashino Line). Regia: Yamamoto Jun’ichi. Sceneggiatura: Yamamoto Jun’ichi (da un manga di Yukiwo); Fotografia: Hayasaka Shin; Montaggio: Yamamoto Jun’ichi; Musiche: Aoi; Interpreti: Katō Natsuki, Nakaya Sakaya, Nakata Chisato, ; Produzione: Haga Masamitsu per MCS; Durata: 91’; Uscita nelle sale giapponesi: 17 novembre 2012.
Link: Trailer  (Youtube)

Ran è una ventiquatrenne seguace della moda “lolita”. Insieme alla sorella minore Hikaru conduce una vita all’insegna dell’ozio e dello shopping grazie ai proventi dei suoi pochi anni di lavoro nel campo della finanza. Tuttavia, pur condividendo la passione di Ran per pizzi, ricami e ombrellini, Hikaru non è pigra e spensierata come la sorella, e soffre a non avere un’occupazione che la renda indipendente. Va quindi a lavorare in un maid café, decisione che indispettisce e preoccupa la protettiva Ran, la quale inizia a sua volta a frequentare il locale per tenerla d’occhio. Tra varie vicissitudini, le due si imbatteranno in una collega arrivista e in una banda di yakuza.
Tratto dall’omonima serie manga realizzata da Yukiwo, Musashino-sen no shimai si colloca nel filone commercialmente florido dei film che dal mondo dei fumetti giapponesi non ricavano soltanto soggetti da tradurre sullo schermo ma anche un cospicuo bagaglio di forme e codici espressivi. Qui l’opera di traslazione è mediata soprattutto attraverso il linguaggio delle serie animate cui Yamamoto attinge infarcendo il suo film di suoni da videogame, inserti didascalici, sguardi in macchina, pensieri over in prima persona, parossismi surreali e, soprattutto, pose stereotipate prossime all’astrazione. Nulla di particolarmente nuovo per gli schermi giapponesi, sorprende semmai la duttilità interpretativa della protagonista Katō Natsuki (che distanzia di gran lunga le colleghe provenienti dalla scuderia delle AKB48), nel suo totale piegarsi ai canoni espressivi degli anime. Come diventa palese nei momenti che non la vedono in scena, è essenzialmente alla sua spassosa e debordante performance che questo film dalla messinscena piatta e dal montaggio pigro si affida per guadagnare ritmo.
Il tono dell’opera è per lo più farsesco. Da un lato, essa cavalca il successo anche internazionale di certe tendenze culturali di nicchia ma ormai più che consolidate all’interno del variegato panorama pop giapponese; dall’altro, si prende bonariamente gioco dei fenomeni di alienazione che ne costituiscono lo spiacevole strascico (gli otaku-zombie che si riversano per le strade assetati di moe), accennando pure qualche nota di amarezza, benché non sufficientemente sviluppata, circa il retrogusto di solitudine e deriva sociale che talvolta si cela dietro l’accattivante (almeno per chi la trova tale) patina di ambigue carinerie infantili e affettata condiscendenza che caratterizza l’universo moe di cui i maid café sono uno dei tanti prodotti. Il film accenna inoltre ai risvolti post-adolescenziali dell’attiguo fenomeno della moda lolita, una realtà tanto singolare quanto ormai radicata e sufficientemente rappresentata almeno nell’ambito della cultura manga: uno spunto che avrebbe forse meritato di essere approfondito con maggiore incisività, magari concentrandosi sulle problematiche, cui si accenna, risultanti dal passaggio alle asperità della vita adulta e dalla conseguente necessità di conformarsi alla società e al mondo del lavoro, da parte delle adepte di queste mode giovanili così irriverenti (almeno in superficie) nella loro spensierata appariscenza. Ne sarebbe scaturita forse un’opera di maggiore interesse. Il risultato è invece piuttosto sconclusionato, anche per una commedia surreale. [Giacomo Calorio]

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