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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Fune wo amu (舟を編む, The Great Passage)

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Fune wo amu (舟を編む, The Great Passage). Regia: Ishii Yūya. Soggetto: dal romanzo di Miura Shion. Sceneggiatura: Watanabe Kensaku. Fotografia: Fujisawa Jun’ichi. Montaggio: Fushima Shin’ichi. Scenografia: Harada Mitsuo. Musica: Watanabe Takashi. Interpreti: Matsuda Ryūhei, Odagiri Jō, Kobayashi Kaoru, Ikewaki Chisuru, Miyazaki Aoi, Kuroki Haru, Watanabe Misako, Katō Gō, Isayama Hiroko, Yachigusa Kaoru. Produttori: Goka Kimitaka, Iwanami Yasuyuki, Tsuchii Tomo per Shochiku. Durata: 133 minuti. Uscita nelle sale giapponesi: 13 aprile 2013.
Link: Sito ufficiale (con trailer) – Nicholas Vroman (a page of madness) – Derek Elley (Film Business Asia)

Punteggio ★★★★1/2

Tokyo, 1995. Proprio quando il dipartimento dizionari della Genbu Edizioni sta per iniziare un progetto innovativo, l’editor anziano Araki (Kobayashi Kaoru) dà le dimissioni per assistere la moglie malata, mettendo così in difficoltà Matsumoto, responsabile del dipartimento. Prima di andarsene, Araki cerca un sostituto fra i colleghi del reparto vendite e, fallito il tentativo con l’unico redattore rimasto, lo “sfigato” Nishioka (Odagiri Jō), non trova nient’altro di meglio che Majime (Matsuda Ryūhei), un laureato in linguistica semi-afasico disastroso nelle vendite ma che passa il tempo libero a leggere libri e dizionari.
Il nuovo progetto è un dizionario chiamato Il grande passaggio (da cui il titolo inglese) che vuole essere lo strumento con cui “traghettare” le persone verso la modernità del XXI secolo, quindi includere sia le parole tecniche più nuove (sta iniziando l’esplosione dei pc ed è appena arrivato il primo cellulare), sia i neologismi e i termini gergali giovanili. Majime si identifica progressivamente nel progetto e di pari passo trova fiducia in se stesso, riuscendo così a migliorare le sue capacità relazionali. Nel frattempo arriva a vivere nella stessa casa di Majime la nipote della padrona (Miyazaki Aoi), trasferitasi a Tokyo per imparare a fare la maestra di sushi, e Majime trova la forza di dichiararle il suo amore.
Un giorno Nishioka apprende da Remi (Ikewaki Chisuru), la fidanzata impiegata al reparto vendite, che il progetto del dizionario rischia di essere chiuso. Panico generale, poi viene trovata una soluzione a caro prezzo e gli anni scorrono fino al presente, segnati dall’impegno incrollabile dei redattori per raggiungere l’agognata meta.
Ishii Yūya, uno dei pochi veri nuovi talenti del cinema giapponese contemporaneo, pur essendo ancora solo trentenne, sembra essere arrivato a una sorta di maturità artistica che si affina di film in film, anche se la maggior levigatezza rispetto alle asperità iniziali comporta inevitabilmente qualche concessione ai gusti del grande pubblico. Dopo la partenza a razzo con il successo al PIA Film Festival a soli 24 anni, i film iniziali ritraevano in maniera anticonvenzionale giovani non integrati nel meccanismo sociale che ricordavano, in qualche misura, i protagonisti dei primi film di Yamashita Nobuhiro. Ishii ha poi progressivamente intrapreso la strada di coniugare talento visivo, originalità dell’approccio e piacevolezza della confezione. Così è stato il caso di Kawa no soko kara konnichi wa (Sawako Decides, 2010) e soprattutto del notevole Azemichi no dandy (A Man With Style, 2011). Con Fune wo amu ha raggiunto un ulteriore stadio di pienezza, come confermato anche dai vari premi ricevuti come miglior film o miglior regista (o attore o attrice non protagonista), nonché dal fatto di essere stato il candidato giapponese agli Oscar.
Tratto da un romanzo di successo di Miura Shion, il film, nella sua vivacità espressiva, è molte cose allo stesso tempo. È una storia di formazione. La vicenda stessa di Majime, che da disadattato con difficoltà quasi fisiche di parola trova uno scopo nella vita e diventa un uomo maturo che sa interagire con gli altri e amare una donna, è la materializzazione del significato del dizionario cui lavora. Il grande passaggio – “il dizionario di chi vive il presente” – infatti, nella sua aspirazione a essere lo strumento per stare a galla nel mare della comunicazione contemporanea che si va complessificando, ci ricorda che ciò che conta non è la conoscenza astratta delle singole parole ma il loro uso nei discorsi quotidiani tra persone.
E proprio su questa linea, il film è poi un poderoso inno alla forza e al potere della parola, un tema che personalmente sento molto in quest’epoca di esplosione e contemporaneo svuotamento della comunicazione. All’inizio del film Matsumoto dice emblematicamente “In principio era la parola” e, poi, in una chiacchierata a tavola, “Le parole nascono, cambiano e muoiono. Capire il significato delle parole è capire le idee e i sentimenti degli altri con precisione. Il mare delle parole è vasto al di là dell’immaginazione. Un dizionario è una barca che galleggia in quel mare. Le persone cercano di attraversare quel mare con il dizionario e cercano le parole appropriate per esprimere i loro sentimenti”. Lo stesso discorso vale, metaforicamente ma non troppo, per Majime, che non riesce a esprimere i suoi sentimenti e a capire i sentimenti degli altri. Il dizionario, il dedicarsi al dizionario sarà ciò che lo aiuterà a superare il blocco delle emozioni.
Più di tutto, però, The Great Passage è una sintesi di alcuni valori giapponesi tradizionali, a cominciare dalla dedizione assoluta a un progetto, per proseguire con l’identificazione permanente con il proprio obiettivo, il primato del lavoro di gruppo sulle individualità dei singoli, la precisione rigorosa (prima della pubblicazione del dizionario vengono fatte cinque bozze e quando a un certo punto trovano un errore ricominciano da capo), la perseveranza ai confini della resistenza fisica, il rispetto degli anziani.
È grazie a questa ricchezza tematica stratificata e interrelata che Fune wo amu riesce a essere un grande film costruito su una piccola storia. Fra i motivi del successo, grossa parte hanno la direzione e le performance degli attori. A cominciare, certamente, da Matsuda Ryūhei, ma è soprattutto Odagiri Jō a fornire una prestazione straordinaria nella parte del perdente che recita la parte dell’estroverso che sa come si vive. Intorno a loro due si muove con notevole equilibrio e anche senso della comicità Kobayashi Kaoru. È invece sul versante femminile il ruolo meno convincente e cioè quello di Miyazaki Aoi, troppo algida nel suo rigore gentile, forse anche perché se una cosa manca al film è una storia d’amore potente. Molto meglio di lei è la sempre grande e sottovalutata Ikewaki Chisuru. Cameo fotografico di Asō Kumiko sulla copertina del dizionario.
Una curiosità. Il titolo è un gioco di parole che nella frase “jiten wo amu” (compilare un dizionario) sostituisce la parola “jiten” (dizionario) con la parola “fune” (barca), con riferimento a Il grande passaggio inteso come barca per traghettare le persone attraverso le difficoltà dei nuovi linguaggi. [Franco Picollo]

PS. Nella seconda parte del film si aggiunge una nuova redattrice proveniente dal reparto riviste di moda. All’inizio non capisce nulla e, anzi, è un po’ scocciata di essere finita in mezzo a quel gruppetto di emarginati rispetto agli altri impiegati dell’azienda. Poi però anche lei si identificherà con l’impresa e diventerà una componente del gruppo a tutti gli effetti. L’attrice che la impersona è Kuroki Haru, che per questa parte è stata nominata indicata come miglior attrice non protagonista dell’anno da Kinema Junpō. Per un altro film,  Chiisai ouchi di Yamada, ha poi vinto il premio come miglior attrice al Festival di Berlino 2014. Non si può non rilevare, fra l’altro, la notevole somiglianza della Kuroki con Tanaka Kinuyo da giovane, si  pensi per esempio a Tōkyō no onna di Ozu (Una donna di Tokyo, 1933).

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