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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Futatsume no mado (2つ目の窓, Still The Water)

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Futatsume no mado (2つ目の窓, Still The Water). Regia, soggetto e sceneggiatura: Kawase Naomi. Fotografia: Yamazaki Yutaka. Scenografia: Inoue Kenji. Montaggio: Tina Baz. Interpreti: Murakami Nijiro, Yoshinaga Jun, Matsuda Miyuki, Sugimoto Tetta, Watanabe Makiko, Murakami Jun, Tokita Fujio. Durata: 118 minuti. Anno: 2014.
Presentato in concorso al Cannes Film Festival 2014.

Sull’isola di Amami-Oshima la vita segue i ritmi della natura e le tradizioni sono ad essa strettamente collegate. In estate, durante una notte di luna piena, allietata dalle danze tradizionali, il Kaito trova sulla spiaggia il cadavere di un uomo con la schiena tatuata. Kaito ha sedici anni e vive da solo con la madre (il padre, fa il tatuatore a Tokyo), ed è innamorato della coetanea Kyoto, la cui madre, da tempo malata, sta per morire. Entrambi, si interrogano, ognuno a suo modo, sul senso della vita, della morte, assistendo alla nascita del loro amore.
Viene in mente Moe no Suzaku, il film con cui nel ’97 Kawase Naomi vinse la Camera d’or per la migliore opera prima. Da allora il suo cinema, metafisico, spirituale, pànico, femminile e intimamente autobiografico ha visitato angoli remoti dell’animo umano e ha messo in scena il sentire nelle sue più sottili sfumature, il rapporto dell’uomo nell’ambiente in cui abita, l’ebbrezza malinconica dei giorni, la levità dei sentimenti, i fili che si intrecciano per non potersi mai più sciogliere. Lo stare nel mondo. Tutto torna anche in questo splendido Futatsume no mado in cui Kawase si lascia sedurre dalla simbiosi dell’uomo con la natura e racconta il ciclo della vita e la memoria racchiusa nei luoghi. Pare che la famiglia della regista fosse originaria di quest’isola, per questo, dopo tanti film ambientati a Nara, la decisione di cambiare paesaggio e sprofondare in una sorta di sogno ancestrale.
Bellezza ed equilibrio sono il comun denominatore che sottende ogni immagine di questo film dolcemente visionario, dove gli alberi hanno più di 400 anni, sono abitati dalle divinità (e allora come non pensare a Avatar) e ci insegnano a guardare in alto. La madre di Kyoto è una sciamana. Vede cose che gli altri non possono vedere, eppure, attraverso il suo sguardo, possiamo sentire e capirne la complessità. La stessa Kyoto vive in modo più istintivo, nuota nuda o vestita, e si lascia accarezzare dal vento come se le stesse parlando. Però non comprende la morte, soprattutto quella imminente della madre, mentre Kaito non riesce a nuotare nell’acqua del mare, “perché è viva”. Imparano entrambi qualcosa di importante sul mistero dell’esistenza e sulle loro stesse paure. Crescono e scoprono davvero il mondo, come a voler posare per la prima volta lo sguardo su qualcosa che sta cambiando nell’istante irripetibile in cui accade. Ecco spiegata l’irrequietezza che, pure, affiora nei movimenti di macchina, nei lunghi camera car, nelle vibrazioni della camera a mano. In un brevissimo flashback Kyoto rivede in cucina la madre intenta a preparare il pranzo. È un attimo di sbandamento senza spiegazione, ma capace, da solo, di imprimere nel film un senso di nostalgia impossibile da dimenticare.
Raramente il cinema ha saputo lambire con tale grazia gli elementi: aria, acqua, terra vivono nel film di Kawase che, non a caso ambienta questa storia magica in un’isola dove gli abitanti venerano la natura come fosse una divinità. “Si dice che al di là del mare ci sia un paese di nome Neriyakanaya, fonte di ogni abbondanza, dove si rifugia l’anima dopo la morte” spiega Kawase, per questo la morte non può far paura e gli abitanti di Amami la celebrano quasi festosi, con canti e ricordi da condividere insieme. Per questo si osserva l’orizzonte sul mare come a voler cercare traccia di quella terra misteriosa. [Grazia Paganelli]

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