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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Koto no ha no niwa (言の葉の庭, Il giardino delle parole)

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Koto no ha no niwa (言の葉の庭, Il giardino delle parole). Regia: Shinkai Makoto. Soggetto: Shinkai Makoto. Sceneggiatura: Shinkai Makoto. Produttore: Kawaguchi Noritaka. Musiche: Kashiwa Daisuke. Durata: 46 min. Uscita in Giappone: 31 maggio 2013.

Akizuki Takao è un giovane studente delle superiori che sogna di diventare un abile calzolaio. La sua passione è così forte che passa gran parte del suo tempo a progettare nuovi modelli disegnandoli su carta. Un giorno, particolarmente appassionatosi a una sua creazione, decide di studiarla con calma nel parco di Shinjuku, marinando così la scuola. Siamo nel pieno della stagione delle piogge e il giovane cerca un posto per ripararsi dall’acqua. Si siede sotto a un gazebo, dove una misteriosa donna è intenta a bere birra e mangiare cioccolata. Il suo nome è Yukino Yukari e da un po’ di tempo preferisce passare le giornate al parco al posto di recarsi al lavoro. La giornate di pioggia martellante diventeranno lo sfondo dei loro incontri e della nascita del loro particolare rapporto.
Con Il giardino delle parole, Shinkai Makoto torna alla regia tre anni dopo il suggestivo Viaggio verso Agartha (星を追う子ども Hoshi wo ou kodomo, 2011), confermandosi astro nascente del panorama dell’animazione giapponese più recente. Anche in questo mediometraggio (il suo primo in assoluto) il regista mette in luce la caratteristica che l’ha reso famoso e apprezzato in tutto il mondo, ovvero la cura maniacale del tratto e delle colorazioni, con una particolare attenzione rivolta alla definizione degli sfondi e con una tale abilità nella gestione del supporto digitale da far tornare alla memoria il lavoro sopraffino del compianto Kon Satoshi. Una cura nei dettagli e una maturità stilistica che certamente hanno contribuito a valergli il titolo (seppur a mio parere discutibile) di “erede di Miyazaki Hayao”. Gli indubbi apprezzamenti visivi che un prodotto di questa fattura non può che far scaturire sono però gli unici che sono riuscito a condividere.
Si potrebbe parlare di come Shinkai sia un maestro nel raccontare la solitudine dei suoi personaggi, del loro triste e inevitabile isolamento non per colpa delle circostanze avverse, ma perché la solitudine è sempre il prodotto delle loro consapevoli scelte, prese a causa della necessità di ritrovare sé stessi, attraverso una sorta di lenta autoaffermazione. Si potrebbe parlare della sensibilità con la quale Shinkai tratta i fragili rapporti umani, caratterizzati da una gestualità e da un’espressività sempre appena accennate, ma che con la loro intensità lasciano emergere l’innegabile talento del regista nel coinvolgere emotivamente lo spettatore, sebbene si muova inevitabilmente in dinamiche inscrivibili nel particolare contesto antropologico che le contraddistinguono. Si potrebbero fare queste riflessioni se questi fossero elementi a sostegno di un prodotto di sostanza. Si sarebbero potute applicare al suo 5 cm per second (Byōsoku go senchimētoru, 2007), ma si fatica non poco a farlo anche qui. Il giardino delle parole risulta essere un compendio da manuale di estetica sublime, di poetica dei gesti e di lirismo di sguardi. Un lirismo che però diventa inesorabilmente solo una mera patinatura a sostegno di un prodotto che non credo di esagerare nel definire povero di tutto. Povero di incisività e soprattutto povero di ritmo, proprio quando invece la gestione dei tempi diventa cruciale, nel rischioso e particolare campo del mediometraggio. Situazioni estreme, slanci emotivi immotivati e la solita (a tratti fastidiosa) parentesi “videoclippara”, un po’ un habitué nei suoi lavori.
Riconobbi qualche anno fa il talento di Shinkai nel suo corto Kanojo to kanojo no neko (,彼女と彼女の猫, 1999) e sono sempre più convinto che questo sia il campo nel quale riesce a esprimersi al meglio. Non a caso credo che l’intenso Someone’s Gaze (Dareka no manazashi), il cortometraggio proiettato prima del film, sia forse la nota davvero positiva dell’evento.
Bello, ma vuoto e un po’ fine a se stesso. [Giorgio Mazzola]
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