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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Naisu no mori (ナイスの森 The First Contact – Funky Forest)

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Naisu no mori  (ナイスの森 The First Contact – Funky Forest). Regia: Ishii Katsuhito, Ishimine Hajime, Shunichiro Miki; Sceneggiatura: Ishii Katsuhito, Ishimine Hajime, Shunichiro Miki; Montaggio: ; Fotografia: Matsushima Kosuke, Machida Hiroshi; Trucco:  Owatari Yachiyo;  Effetti Sonori: Mori Koichi, Sakado Tsuyoshi;  Costumi: Tomita Shiori, Utsunomiya Ikuko; Interpreti: Alfieri Andrew, Anno Hideaki, Anno Moyoc, Asano Tadanobu, Terajima Susumu, Kase Ryo, Saimon Erika, Banno Maya, Ikewaki Chizuru, Fukiishi Kazue, Kase Ryô; Produzione: Harada Norihisa, Shiga Kensuke per Aoi Promotion e Naisu No Mori Seisaku Iinkai.
Durata: 150 minuti. Uscita nelle sale giapponesi: 25 Marzo 2006.
Link: Todd Brown (Twitch) – Nippon Cinema
Cinema sperimentale, legato alla tridimensionalità degli aspetti visivo, sonoro e concettuale, e con ben tre nomi accreditati per la regia. Il più noto del terzetto è ovviamente Ishii Katsuhito il quale, fin dal divertente e vivace Shark Skin Man and Peach Hip Girl (un pulp grottesco in salsa nipponica), ma anche col più pacato ed introspettivo The Taste of Tea, aveva mostrato comunque una buona dote visionaria.
Funky Forest, di per sé, è impossibile da raccontare: il filo narrativo si dipana tra quelle che sembrano essere tre diverse realtà con i suoi protagonisti, ed i rispettivi sogni che ne scaturiscono. A pianificare tutta la fase onirica, inoltre, pare (le certezze in un film di questo tipo sono tutt’altro che ovvie) esserci una coppia di alieni che vive in una sorta di limbo cosmico e decide, tra una folle gag e l’altra, del destino dei vari personaggi terrestri coinvolti.
Da sottolineare che, quasi tutta la componente psichedelica che permea Funky Forest, trae linfa non da riferimenti diretti all’utilizzo di stupefacenti, bensì all’interessante gioco che si crea tra paradossali fatti narrati, contesti in cui essi si svolgono (assolutamente e volutamente scollegati gli uni dagli altri da un punto di vista concettuale) e l’utilizzo (da parte dei registi in questione) di forti dosi di cinematografia psicotropa. Nella fattispecie con citazioni e riferimenti più o meno diretti a numerose opere, o più semplicemente, a generi cinematografici; da Cronenberg, alla folle commedia televisiva nipponica, da Buñuel ai più eccentrici e noti anime di successo del Sol Levante.
Tre linee narrative principali si dividono in una ventina di episodi che frammentano ed ingarbugliano, volutamente, ogni nesso logico o plausibile, per dare spazio alle varie esperienze oniriche dei protagonisti che andranno ad intrecciarsi (chi più chi meno) tra loro.
Funky Forest è un film pensato per essere guardato, percepito ed ascoltato nel suo insieme come un flusso,  un messaggio che, solo a fine proiezione, potrà eventualmente comunicare qualcosa. Ma questo qualcosa scaturisce più che altro da sensazioni, ottenute dalle numerose stimolazioni visive ed uditive che compongono questo affresco post moderno, nella decina di sketches che compongono il suo polimorfo mosaico. Un massiccio utilizzo di psichedelia concettuale e visiva derivata,  dunque, da una dimensione di sogno in quanto prolungamento e avveramento dei desideri dei vari personaggi delle storie in questione, dai quali scaturiscono proprio queste oniriche allucinazioni.
Predominante è l’assunto della fiction televisiva (per i tempi con cui sono costruiti alcuni mini episodi) ma anche di quella cinematografica (più che altro per i riferimenti ad alcune opere del passato). La narrazione, in particolare, si plasma proprio sulla forma “a episodio” la quale, se nelle opere di recente produzione per il piccolo schermo, nasce e si sviluppa (per la maggior parte) in base ad un principio di serialità atta a mantenere alto l’interesse per un canovaccio frammentato in varie unità, in questo caso funziona come principale perno attorno al quale ruota una totale e voluta disorganicità narrativa. I vari episodi, per intenderci, ruotano intorno ad uno schema che prevede trasversalità, sovrapposizioni e collegamenti gli uni con gli altri, ma senza un reale filo logico. A risentirne, col prosieguo dei minuti, è certamente l’attenzione di uno spettatore con occhi ed orecchie catalizzati al massimo, ma messo altresì alla prova da un punto di vista prettamente cognitivo. Il naturale processo che porta il ragionamento umano a cercare un nesso logico all’interno di una concatenamento di eventi potrebbe risultare, in questo caso, una piccola trappola per chiunque voglia avvicinarsi a quest’opera di Ishii, Ishimine e Shunichiro. Meglio bypassare quest’istinto e lasciarsi travolgere dai vividi colori, dai suoni sintetici ma avvolgenti e dalle situazioni paradossali del film, lasciando prevalere la forza dell’istinto e dei sensi su quella cerebrale del senso compiuto. [Fabio Rainelli]
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