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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Scrap heaven (id.).

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Scrap heaven (id.). Regia e sceneggiatura: Lee Sang-il. Fotografia: Shibasaki Kôzô . Montaggio: Imai Tsuyoshi. Musica: Aida Shigekazu . Interpreti e personaggi: Kase Ryô (Kasuya Shingo), Odagiri Jô (Katsurai Tetsu); Kuriyama Chiaki (Fujimura Saki), Dan Jiro (Dr. Seiichiro Yoshida); Emoto Akira (Detective Yabuta). Produttor: Oshida Kôsuke. Direttore artistico: Nakamae Toshiharu. Durata: 117′. Uscita nelle sale giapponesi: 8 ottobre 2005

Lee Sang-il analizza la contemporanea società attraverso uno stile che tende a mescolare differenti registri linguistici, connotando con umorismo una dimensione fortemente drammatica, calibrando dinamiche scene d’azione, violenti combattimenti, dialoghi serrati e frangenti di stasi introspettiva.
Come avverrà in Akunin (2010), particolare rilievo assume  il distacco di un mondo giovanile nei confronti di una realtà verso la quale ci si intende  ribellare, assorbiti da una concezione morale distorta, che si fa aberrante  e contagiosa, dove i contrasti generazionali si acuiscono. Il ritratto sociale e fortemente critico pone in evidenza la distanza fra i rigidi valori dei più anziani, lo smarrimento etico dei più giovani e la reciproca incomprensione. 
Sotto le vesti apparenti della normalità e dell’ordinario, della quotidiana routine lavorativa, matura un risentimento che accomuna i personaggi, protagonisti  insieme al giovane poliziotto Kasuya: la farmacista Saki e il pulitore ed esperto di cessi, come ama definirsi, Tetsu, interpretato da un compulsivo Odagiri Jô. Casualmente coinvolti nel sequestro di un mezzo pubblico, i tre sono vittime di un segretario politico corrotto e fuori di senno, che finirà per suicidarsi mettendo a repentaglio la loro stessa incolumità. L’inettitudine di Kasuya, la spregiudicatezza di Tetsu, la straniante ed inquietante figura di Saki, sin da questa scena d’esordio, risultano dai molteplici elementi di forte caratterizzazione dei personaggi, di assoluto rilievo per quanto riguarda l’economia della pellicola, incentrata su un percorso tutto interiore. 
Se il poliziotto si lascia trascinare oltre i confini della legalità, non è per il denaro o per il potere, ma per attribuire un senso alla propria esistenza, per placare un’inquietudine che si rende manifesta attraverso la sua soggettività, nei frammenti onirici, dove il protagonista si isola e fluttua in un effetto ralenti rispetto alla folla che scompare, come da tipico stilema horror. Sono infatti gli elementi più irrazionali che prendono il sopravvento in una concezione in cui la solitudine, l’incapacità di agire, trovano come riscatto una fantasia che ripiega sul sentimento di vendetta, sulla sua realizzazione violenta o autodistruttiva, sul nichilismo diffuso. 
Il degrado morale vede come emblematica l’ambientazione putrida dei servizi pubblici dismessi, prescelta per gli appuntamenti clandestini con varie tipologie di oppressi che intendono commissionare vendette. La macchina da presa crea simmetrie fra i personaggi, spesso decentrati all’interno dell’inquadratura, proprio nei momenti di confronto, in un equilibrio sempre più precario; si fa più nervosa, instabile e assume angolazioni accentuate dopo che Kasuya cambia prospettiva rispetto al suo lavoro e all’odiato capo: proprio da quando il poliziotto è visto rovesciato a testa in giù alla sua scrivania. 
La partecipazione emotiva lascia spazio ad una continua presa di distanza, la rielaborazione dei generi è funzionale ad una visione critica del mondo ritratto attraverso un’ironia tragica che trova nella scena conclusiva la sua realizzazione, quando anche il tentativo liberatorio di autodistruzione è destinato a fallire.[Davide Morello]
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