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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

Eiga Shin’ya shokudō (映画 深夜食堂, Midnight’s Diner)

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Eiga Shin’ya shokudō (映画 深夜食堂, Midnight’s Diner). Regia: Matsuoka Jōji. Soggetto: dal manga di Abe Yarō. Sceneggiatura: Manabe Katsuhiko, Kojima Kensaku, Matsuoka Jōji. Fotografia: Ōtsuka Ryō, Tsutsui Ryūhei. Montaggio: Fushima Shin’ichi. Musica: Fukuhara Kimie, Hinami Keisuke, Suzuki Tsunekichi. Interpreti: Kobayashi Kaoru, Takaoka Saki, Emoto Tokio, Tabe Mikako, Yo Kimiko, Tsutsui Michitaka, Kikuchi Akiko, Tanaka Yūko, Odagiri Joe, Matsushige Yutaka, Shibukawa Kyohiko. Produttore: Ishizuka Shōgo. Durata: 119 minuti. Uscita nelle sale giapponesi: 31 gennaio 2015.
Punteggio ★★★1/2   (3,5/5)
Esterno notte. In soggettiva, con la macchina da presa montata all’interno di un’auto, percorriamo lentamente senza suono alcuno, come in apnea, un’ampia arteria del centro. Altre auto ci superano, palazzi di luci scivolano di lato, fra di essi si apre la strada una metropolitana sopraelevata che taglia la vista in orizzontale. Una dolce canzone alla chitarra ci affianca nel nostro errare. Guardiamo dal finestrino laterale e scorriamo marciapiedi affollati di gente che cammina o entra ed esce da una miriade di negozi e locali. Poi lo sguardo si solleva e vediamo dall’alto incroci pedonali quadrupli con centinaia di persone che attraversano le strade ancora madide della pioggia appena finita. È Tokyo di notte, la città delle luci. Dietro, sotto verrebbe da dire, questa città sfavillante ci sono intrichi di stradine strette, tappezzate di pali e condizionatori polverosi, e attraversate da fasci di cavi elettrici.
Qua, ogni notte, da mezzanotte alle sette del mattino, Master (Kobayashi Kaoru) apre il suo ristorante notturno. Al suo banco accorrono clienti abituali e clienti di passaggio. Qualcuno diventerà abituale, altri spariranno. La maggior parte non sono nottambuli bizzarri o sbandati ma persone tutto sommato normali che per un motivo o per l’altro amano frequentare il locale, interagire con Master e con gli altri avventori. È la gente comune, quella dei shōshimin eiga del cinema classico giapponese. Varie storie si incrociano davanti ai piatti semplici ma con un tocco particolare che prepara Master: in alcuni casi – come quello del giovane venditore che è sedotto e abbandonato dalla mantenuta di professione o della vittima del terremoto che si innamora della volontaria – sono interazioni fra i clienti, in altri casi i clienti partecipano insieme a una storia esterna, come nel caso dell’urna con le ceneri abbandonata da qualcuno che non si sa chi sia. Scorrono le notti, ognuna con le sue ripetizioni, ognuna con qualche novità. Scorre la vita, si potrebbe dire un po’ retoricamente.
Shin’ya shokudō, che vanta una sequenza iniziale di un fascino che non vedevo da tempo, nasce da un manga di successo di Abe Yarō che ha dato origine a ben tre serie televisive giapponesi e a una coreana. Quella qua recensita è la trasposizione/riduzione cinematografica delle varie vicende. Il regista, Matsuoka Jōji, non annovera capolavori nel suo curriculum ma più di uno dei suoi film denota una discreta sensibilità. Per esempio Kanki no uta (Double trouble, 2008), storia di equivoci nati da una errata doppia prenotazione di una sala concerti per la sera di capodanno da parte di due cori di sole donne. Oppure, Tokyo Tower: okan to boku to, tokidoki, oton (Tokyo Tower: Mom and Me, and Sometimes Dad, 2007), dolce storia famigliare tratta da un romanzo di Lily Franky.
Di film incentrati su un locale ne esistono parecchi. Escludendo le storie alla “Mulino bianco” incentrate su pani, caffé, mele e uve della felicità che abbondano nel cinema giapponese, un esempio a caso che mi viene in mente è Daiteiden no yoru ni (Until the Lights Come Back, 2005), ma ne esistono molti altri. Nel caso di Shin’ya shokudō ciò che fa premio è l’atmosfera calda e intima che il regista riesce a creare, grazie anche in buona misura alla performance di Kobayashi Kaoru, il Master. Matsuoka è bravo a concatenare i vari avvenimenti immettendo in uno alcuni tratti di quello che verrà dopo e assicurando la continuità con la presenza sia del Master, sia dei clienti fedelissimi.
Le varie storie che si inseguono e si intersecano sono tutte credibili e vedibili. In particolare, ho trovato piacevole la vicenda di Michiru (Tabe Mikako) che, senza soldi e senza un posto dove dormire, viene accolta dal Master come cameriera ma si rivela una capace cuoca, al punto da andare a lavorare in un locale rinomato sulla Ginza (e gestito da una matronale ma non meno affascinante Yo Kimiko innamorata silenziosamente di Master). Oppure quella dell’uomo che ha perso la moglie nel terremoto del Tohoku e si è innamorato della volontaria al punto da venire a cercarla a Tokyo. Ma oltre alle storie “principali”, ciò che è piacevole sono le “spigolature”, i brevi sguardi affettuosi del regista su singole persone (grande Matsushige Yutaka, una maschera da yakuza più vera del vero, quando rientra nel locale dopo aver protetto un travestito, anch’egli cliente abituale).
Certo, a voler guardare a fondo, l’esito dell’immersione in questa calda umanità con i suoi difetti e le sue manchevolezze, ma anche con le sue qualità spontanee, è una sensazione di solitudine che dai vari protagonisti arriva fino a noi. Ma tant’è, la solitudine non si risolve. Meno male, verrebbe da dire, che c’è un locale accogliente dove le solitudini si possono accomodare per un po’. [Franco Picollo]

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