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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

MOTHER (ŌMORI Tatsushi, 2020)

Disponibile su Netflix

★★★★½

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Un bambino con un ginocchio sbucciato e una madre, apparentemente premurosa, che lecca il ginocchio. In questa scena sta forse tutta l’essenza di Mother, ennesimo film su una famiglia disfunzionale che il cinema giapponese e orientale sa raccontare con una sensibilità, a volte, e un’estrema durezza, altre, come è raro vedere. Alla stregua di un animale, Akiko, la madre, lecca il proprio cucciolo, Shūhei, senza aggiungere altro, senza abbracci materni, anzi, lo abbandona immediatamente fuggendo sulla sua bicicletta. Questo rapporto animalesco, frutto di istinti rettiliani atavici innesta tutto il film di Omori, un racconto durissimo e impietoso, una tragedia che fa assurgere la protagonista tra le grandi Madri cattive che fagocitano i propri figli.

Nel suo viaggio autodistruttivo Akiko fa terra bruciata intorno a sé, con la famiglia, con i malcapitati che incontra sulla sua strada come lo sciocco impiegato che in cambio di una prestazione sessuale, negata, si accolla il figlio per poche settimane. La morsa implacabile con cui Akiko tiene legati a se stessa i figli barcolla solo nei confronti di Ryō, il balordo che incontra sulla sua strada. 

Il film di Ōmori si snoda lungo un percorso lento, che alterna disperati momenti on the road ad altri decisamente più concentrazionari, pause forzate in ambienti soffocanti, mentre il piccolo Shūhei cresce e alimenta la sua passione per la lettura, nonostante la castrazione continua a cui lo sottopone la madre. L’istinto animalesco di Akiko sembra ribaltarsi ogni volta in cui, senza il minimo scrupolo, non esita a sacrificare il figlio, nella richiesta di soldi, nel proibirgli un’istruzione normale, fino all’ultimo terribile sacrificio a cui lo sottopone.

Lo sguardo del regista non tradisce la minima forma di empatia nei confronti della donna, e come potrebbe essere altrimenti se la maschera stessa di questa anti-madre sembra impenetrabile a ogni pur minima forma di pietas nei suoi confronti, in primo luogo, e delle altre persone che incrociano la sua strada. In tutto il film c’è forse un solo momento in cui Akiko abbraccia Shūhei, un’intensa eccezione, forse più il soddisfacimento di un suo bisogno di attaccamento improvviso che prelude al salto temporale in cui Shūhei “diventa” adolescente. L’ultima parte di Mother si apre con un magnifico, classicissimo movimento di gru, di quelli che ormai si fa sempre più fatica a vedere al cinema, in cui la macchina da presa si alza sui tre personaggi che in fila, distanziati, si incamminano come tre zombi verso il tragico finale nell’agghiacciante indifferenza apatica di Akiko.

“Sono sua madre dopo tutto, l’ho messo al mondo, lui è il mio alter ego.” dice Akiko.

“Io amo mia madre. Cos’altro avrei dovuto fare? Lei non è in grado di sopravvivere da sola. La mia vita è stata tutto uno sbaglio. Ma è sbagliato amare la propria madre?”.

Valerio Costanzia


Titolo originale: マザー (Mother); regia: Ōmori Tatsushi; sceneggiatura: Ōmori Tatsushi, Minato Takehiko; fotografia: Tsuji Tomohiko; interpreti: Nagasawa Masami (Akiko), Gunji Sho  (Shūhei bambino), Okudaira Daike (Shūhei adolescente), Abe Sadao  (Ryō), produzione: Star Sands, Kadokawa Pictures; durata: 126’; prima uscita giapponese: 3 luglio 2020.

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