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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

WOLF’S CALLING (Noroshi ga yobu, TOYODA Toshiaki, 2019)

SPECIALE TOYODA TOSHIAKI

★★★★ 

Prima parte della “Trilogia della resurrezione”, proseguita poi con The Day of Destruction (2020) e Go Seppuku Yourselves (2021), il cortometraggio Wolf’s Calling (2019) nasce come risposta a un episodio di cronaca, di cui lo stesso Toyoda è stato protagonista quando, nell’aprile del 2019, fu arrestato per possesso illegale di un’arma da fuoco (una pistola appartenente alla nonna e risalente alla Seconda guerra mondiale), prima di essere poi rilasciato, una volta constatato che l’arma era fuori uso, senza alcuna accusa. 

Il film di Toyoda si avvia ai giorni nostri, con una giovane donna che trova, nella propria mansarda, una vecchia pistola avvolta in un panno e contenuta in una scatola di legno con l’immagine di un lupo. Alla stessa donna si ritorna nel finale, quando la si vede, ora in esterni, davanti alla propria casa, mentre, meditabonda,  la osserva prima di stendere le proprie braccia e puntarla davanti a sé. Fra le due scene, un lungo flashback ci riporta all’epoca dei samurai e al raccogliersi presso un tempio shintoista di un gruppo di rōnin e di contadini al loro seguito.  A uno a uno, gli uomini estraggono le loro armi: prima le spade dei samurai, poi le lance di bambù dei contadini, e, infine, l’ultimo dei rōnin, una pistola identica a quella trovata dalla donna nel prologo. Il film è privo di dialoghi ma fa ricorso ad una musica d’accompagnamento («Alza il volume, quando guardi il film», invita a fare Toyoda) composta e suonata dai Seppuku Pistols (i cui membri interpretano i contadini) e costituita da tradizionali strumenti a fiato e a percussione. Wolf’s Calling, infine, è girato in modi ieratici e solenni, sia nella recitazione, sia nella composizione dell’inquadratura, sia, ancora, nei movimenti di macchina. Chi sono quegli uomini e perché lì si radunano, non è dato saperlo. Quel che è certo è che si stanno preparando ad un attacco e i loro insistiti sguardi in macchina potrebbero anche far pensare che vittime dell’assalto potremmo essere proprio noi spettatori, cui peraltro ci è offerta la solenne preparazione di un combattimento ma vietato l’accesso al momento in cui questo si concretizza (negando così il punto culminante di ogni jidaigeki che “si rispetti”) 
Come Mishima, ma il parallelo andrebbe meglio ponderato, anche Toyoda sembra invitare a non dimenticare il passato del Giappone, e a legare questo al presente non c’è solo la pistola che passa dalle mani della donna a quelle del rōnin, ma anche l’epilogo del film, che segue i titoli di coda, in cui un samurai cammina come una sentinella su un grattacielo della contemporanea Tokyo, passando davanti allo stadio dei recenti giochi olimpici. 
Film indipendente e autoprodotto, Wolf’s Calling sorprende per la presenza di un cast all-stars che comprende, fra gli altri, Asano Tadanobu (Ichi the Killer, di Miike Takashi),  Matsuda Ryūhei (Tabu – Gohatto, di Ōshima Nagisa) e Shibukawa Kiyohiko (una presenza costante del cinema di Toyoda), a dimostrare l’esistenza di un’area del cinema giapponese non sempre incline al mainstream e all’omologazione. 

Dario Tomasi


Titolo originale: 狼煙が呼ぶ  (Noroshi ga yobu); regia, soggetto e sceneggiatura: Toyoda Toshiaki; interpreti: Shibukawa Kiyohiko, Asano Tadanobu, Matsuda Ryūhei, Kōra Kengo, Nakamura Tatsuya; produzione: Imagination; anno di produzione: 2019; durata: 16’. 
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