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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

MR. SUZUKI – A MAN IN GOD’S COUNTRY (Suzuki san, SASAKI Omoi, 2020)

NIPPON CONNECTION On Demand (29 maggio – 6 giugno 2022)


In un futuro distopico la Nazione è retta da un capo supremo (“Dio”) che non appare in pubblico da vent’anni, ma la cui immagine con occhi truccati e capelli scolpiti di gel campeggia ovunque. I sudditi, con un barcode stampigliato sul braccio, rendono il loro servizio al Paese seguendo innanzitutto la regola regina: sposarsi presto e avere molti figli. In questo scenario la ultraquarantenne single Yoshiko non ha vita facile, isolata dalle attività “per giovani” e invitata neanche troppo gentilmente ad andarsene dalla città o per lo meno, come altre persone della sua età, ad arruolarsi e fornire così il proprio contributo alla comunità. La donna lavora come assistente in una casa per anziani – la Group Home Utopia – e l’improvviso arrivo di un uomo sconosciuto appare ai suoi occhi come una possibile soluzione a tutti i problemi.

Inserito nella sezione Nippon Visions del Festival di Francoforte, Mr. Suzuki – A Man in God’s Country è il nuovo lavoro di Sasaki Omoi, dopo i precedenti Left Out (2009), A Beginning (2011) e il corto Meteorite + Impotence (2013) presentato anche al Festival di Cannes.  

Il regista utilizza una lente distopica per descrivere (e criticare) neanche troppo velatamente derive nazionalistiche che instillano il terrore del “diverso”, il rifiuto dell’invecchiamento, oltre a una condizione femminile confinata in recinti di dogmi precostituiti. 

La camera fissa, lo stile venato di ironia e, allo stesso tempo, di inquietudine, ricordano a tratti The Blue Danube (Kimajimegakutai no bonyarisenso) di Ikeda Akira, film del 2020 che similmente ritraeva in maniera surreale una comunità ripiegata su se stessa e sui ruoli imposti dai doveri militari nei confronti di una guerra di cui nessuno ricordava più le ragioni scatenanti. Anche nella Nazione di Mr. Suzuki – A Man in God’s Country i sudditi/prigionieri col numero inciso sulla pelle sono ripresi come automi che sperano nel ritorno in presenza di quel “Dio” pesantemente truccato che vedono sui manifesti di fronte ai quali si inchinano: un’ipotesi distopica che per certi versi potrebbe far pensare alla realtà giapponese, in astratto alla figura dell’Imperatore, ma anche alle destre estremiste di ogni dove al potere. Evoca riferimenti religiosi più marcati la sequenza finale, quel mancato riconoscimento del “Dio” che si svela gridando la propria identità alla folla sparsa in un intersecarsi di strade che dall’alto è senza dubbio una croce, folla che non lo riconosce e gli si rivolta contro aggressiva, prima di acclamarlo.

Nel meccanismo “perfetto” della Nazione, fatto di politici finti, uomini potenti in misteriose macchine nere e squadracce di giovinastri, Yoshiko è un ingranaggio che non funziona. Il suo movimento nel film, accompagnato dall’improbabile, ma simpatico, “coro” delle anziane della struttura in cui lavora, è controcorrente. Troppo vecchia per partecipare alla festa organizzata per creare nuove coppie, il «Meraviglioso Matchmaking per una Meravigliosa Nazione», troppo single per poter contare qualcosa in un mondo che la vorrebbe inserita in uno schema scontato. Quell’uomo che appare dal nulla sembra lo strumento perfetto per poter finalmente raggiungere l’omologazione e quindi la salvezza, ma in fondo il vero momento di svolta per Yoshiko è quello in cui consapevolmente e in autonomia, una sera, decide di agire: il regista la riprende, in una sequenza per certi versi risolutiva, con il viso che esce dall’ombra della stanza e la luce che mette in risalto l’espressione decisa.  

Claudia Bertolé


Titolo originale: 鈴木さん (Suzuki san); regia: Sasaki Omoi; sceneggiatura: Sasaki Omoi; fotografia: Kishi Kentaro; interpreti: Ito Asako (Yoshiko), Tsukuda Norihiko (Suzuki), Ōkata Hisako, Yasunaga Nao, Shishido Kai; produzione: Moso Production; durata: 90’; prima uscita in Giappone: 2 Novembre 2020.

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