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SONATINE CLASSICS

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Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

THE REAL THING (“Honki no shirushi”, FUKADA Kōji, 2021)

SPECIALE FUKADA KŌJI
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Adattato dalla graphic novel di Hoshisato Mochiru (edita dal 2000 al 2003), un mangaka molto attento all’universo dei salarymen, The Real Thing è il trattamento cinematografico dell’omonima serie televisiva in dieci episodi dello stesso Fukada Kōji. Il film è stato presentato in diversi festival, come Cannes, Rotterdam, Tokyo e Hong Kong, a conferma di come il nome dello stesso Fukada goda oggi, in Occidente, di una stima, festivaliera ma anche critica, pari quasi a quella di Kore-eda Hirokazu e Hamaguchi Ryūsuke. Due autori con cui sostanzialmente forma una triade che rilancia un’immagine del cinema giapponese contemporaneo in sintonia con la tradizione umanista classica – quella degli Ozu, dei Naruse, dei Kinoshita ecc. – molto diversa da quella proposta dal cinema estremo e cult di autori come Miike Takashi e Sono Sion (senza con ciò sostenere che in questi non ci sia una vena di esistenzialismo). 

 

 
The Real Thing si concentra sulla storia sentimentale di un impiegato, Tsuji, quello che definiremo un uomo tranquillo, e una donna, Ukiyo, mai in pace con se stessa, incapace di liberarsi del suo turbolento passato e destinata sconvolgere la vita di chi incontra. Fondendo drama, mistery, romance e una tipicamente giapponese vicenda impiegatizia, la serie e il film sembrano essere una sorta di prova generale del successivo Love Life. Entrambi i lavori, infatti, costruiscono i propri intrecci intorno a una complicata vicenda sentimentale, che si trova a dover fare i conti con il proprio passato, prossimo o remoto a seconda dei casi. In Love Life, ciò accade a riguardo dell’ex marito coreano della donna, così come per l’ex fidanzata dell’uomo, con cui entrambi i protagonisti si ritrovano a fare i conti. In The Real Thing questa stessa situazione finisce addirittura col raddoppiarsi, dal momento che Ukiyo deve vedersela non solo con l’ex marito, padre della figlia che entrambi avevano avuto dalla loro unione, ma anche con il ricco manager con cui la stessa Ukiyo si era unita dopo la fine del suo matrimonio. Lo stesso accade per Tusji, che una volta scelta Ukiyo, dovrà fare i conti sia con la sua precedente fidanzata ufficiale sia con la collega che lo corteggia assiduamente durante le ore di lavoro.
 
Se così il tema del passato – come di qualcosa con cui il nostro presente, soprattutto quello sentimentale, è costretto fare i conti – accomuna i due film, ad avvicinarli ancora di più c’è anche quello della vocazione al sacrificarsi, della scelta di aiutare qualcuno che ha bisogno di te. Che è quel che sostanzialmente si ritrovano a fare le due eroine dei due film, nei confronti degli ex mariti o amanti che paiono incapaci di vivere senza di loro (una vocazione al sacrificio femminile questa, che è un altro aspetto che lega il cinema di Fukada a quello classico giapponese). Senza però dimenticare come questo darsi a un altro sacrificando se stessi, sia anche l’atteggiamento di Tsuji, un impiegato qualunque che non sa dire di no e che appare come immaturo in più di una circostanza (non a caso lavora in una fabbrica di giocattoli), nei confronti di Ukiyo e delle sue paure (la donna all’inizio del film appare come una sorta di dark lady, ma progressivamente questo suo aspetto assumerà un evidente coloritura di disagio esistenziale).
 
Pur con qualche lungaggine di troppo, dovuta all’origine seriale del film, la cui durata sfiora comunque le quattro ore, Fukada dà un’efficace espressione visiva a più di una situazione narrativa, come bene testimoniano le immagini delle due ombre sul muro che accompagnano il bacio dei due amanti a indicare l’evanescenza del loro amore e le minacce con cui dovranno confrontarsi (quasi come in un film espressionista o noir), della corsa alla Wong Kar-wai di Ukiyo verso Tusji che le sta sfuggendo,  dell’esitare dell’eroina nel bel mezzo di un incrocio (che rimanda a una celebre e simile immagine de Il terzo omicidio di Kore-eda), e del passaggio a livello (ah… i treni di Ozu e Kore-eda) che è lì a dividere l’uomo e la donna e ad accentuare la distanza che il separa (per inciso si possono ricordare le parole della canzone di Akiko Yano che dà il titolo all’ultimo film di Fukada: «Qualunque sia la distanza tra di noi, niente può impedirmi di amarti»). 
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Dario Tomasi
 
 
Titolo originale: 本気のしるし (Honki no shirushi – trad. lett. Un segno di serietà); regia: Fukada Kōji; soggetto: dall’omonimo manga di Hoshisato Mochiru; sceneggiatura: Mitani Shintarō, Fukada Kōji; fotografia: Haruki Kōsuke; montaggio: Hori Zensuke; musica: Hara Yuki; interpreti: Morisaki Win (Tsuji), Tsuchimura Kaho (Ukiyo), Uno Shōhei (Tadashi, il marito di Ukiyo), Ishibashi Kei (Naoko), Fukunaga Akari (Minako); produzione: Nagoya TV; prima uscita giapponese: 9 ottobre 2020; durata: 232’.
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