classici1-1845135

SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

THE WRITTEN FACE (”Kakareta kao”, “Das geschriebene Gesicht”, Daniel Schmid, 1995)

LOCARNO – CLASSICS 

Presentato nella versione restaurata in 4K durante l’ultima edizione del Festival di Locarno,  The Written Face è un lavoro con il quale il regista svizzero Daniel Schmid compone un interessante e a tratti sperimentale ritratto di Bandō Tamasaburō e della sua arte. Attore di teatro kabuki che ha partecipato come attore anche in alcuni film, si ricordi qui almeno il notevole Yasha-ga-ike  (Demon Pond, 1979) di Shinoda Masahiro, e che si è anche cimentato nella regia cinematografica, Bandō è celebre in patria soprattutto per essere uno degli onnagata più talentuosi, cioè colui, uomo, che interpreta il ruolo della donna nel teatro tradizionale giapponese. 

Il film di Schmid è un documentario che ibrida i generi, e mischia spesso le carte in tavola, da una parte è composto da brevi interviste con Bandō stesso dove si rivela molto affabile e quasi spiritoso, dall’altra circa venti minuti del lavoro sono occupati da Twilight Geisha Story, un film nel film senza parole con protagonista lo stesso attore nel ruolo di una geisha a fine carriera. Il tutto viene legato insieme, per così dire, dalle performance sul palco di Bandō, che compongono la maggior parte del film, e dalle parole di coloro a cui si ispira, l’attrice Sugimura Haruko, volto di molti lavori di Ozu e Naruse, la danzatrice Takehara Han, l’anziana geisha Asaji Tsutakiyomatsu e Ohno Kazuo, il grande danzatore butoh a cui Schmid dedicò un bel ritratto con Kazuo Ohno, film uscito anch’esso nel 1995. 

The Written Face si apre con Bandō sul palco impegnato in uno spettacolo, la sua danza è però filmata lateralmente e non dalla parte del pubblico che guarda e viene alternata a brevi passaggi in cui l’attore passeggia per le strade o esplora il palco e le zone circostanti ad esso, come se stesse guardando lo spettacolo che lui stesso sta interpretando. Finito lo spettacolo e dopo gli scroscianti applausi del pubblico, che peraltro non vediamo, passiamo al momento dello struccamento, la patina bianca che ricopre il viso, la parrucca ed il pesante vestito vengono quindi tolti. Dopo i ringraziamenti ai musicisti si salta con l’attore in borghese che sta parlando con quello che probabilmente è il suo piccolo figlio, questi sta giocando con un videogioco portatile e benché la scena sia in sè molto breve ed in apparenza non troppo significativa, assume nel contesto, la totalità del film fino ad ora è stata occupata da danze, gesti rituali e musiche tradizionali, una sorta di contrappunto che ci riporta nelle piccole cose della contemporaneità del tempo, gli anni novanta.

Quando ascoltiamo per la prima volta la sua voce fuori dal palcoscenico, da una stanza da cui si vede il castello di Osaka al tramonto, Bandō spiega cosa cerca di esprimere quando sale sul palco come onnagata. Fra le altre cose che vengono dette, c’è anche il fatto che ciò che cerca di fare non è tanto di rappresentare la donna, ma più un tentativo di indicare quale sia l’essenza della donna. Per far ciò, l’ispirazione per l’attore è arrivata spesso, durante la sua carriera, anche dalle quattro figure di cui si diceva sopra, che qui vediamo o brevemente intervistate, sempre in maniera molto obliqua e in alcuni casi meta-filmica, o semplicemente danzare. Una scena da Bangiku (Late Chrysanthemums, 1954) di Naruse Mikio viene qui riproposta, quasi a voler suggerire la particolare tipologia femminile che spesso Sugimura ha rappresentato nella sua lunga carriera cinematografica. Il corpo danzante di Ohno, 88 anni all’epoca, immerso nel blu dell’alba e circondato dall’acqua che sembra quasi un sogno. I lievi movimenti quasi impercettibili di Takehara e la voce tremolante ma ancora piena di vita con cui Asaji, 101 anni quando il film fu girato, accompagna il suono dello shamisen. L’alternanza di queste parole e immagini con gli spezzoni di performance di Bandō formano una sorta di costellazione, o mosaico come è stato scritto da altri, attraverso il quale si disegnano ed emergono modi diversi ed unici di intendere ed esprimere la femminilità.

Dopo il breve film nel film, Twilight Geisha Story, circa venti minuti di durata che forse rappresenta la parte più debole del lavoro di Schmid, gli ultimi dieci minuti sono invece un ritorno al kabuki con protagonista Bandō, nel particolare viene mostrata la rappresentazione di Sagi Musume (1762), con cui si apriva il film, uno dei più famosi e celebrati spettacoli di kabuki, la storia di una ragazza, abbandonata dal suo amante, che si trasforma in un airone e muore in una notte di neve. 

Matteo Boscarol

Titolo originale: 書かれた顔 (Kakareta kao) Das geschriebene Gesicht; regia: Daniel Schmid; fotografia: Renato Berta; montaggio: Daniela Roderer; suono: Dieter Meyer; produttori: Horikoshi Kenzo, Marcel Hoehn; interpreti: Bandō Tamasaburō, Takehara Han, Sugimura Haruko, Ohno Kazuo; produzione: T&C Film, Euro Space; prima uscita giapponese: 23 marzo 1996; durata: 89’.

 

CONDIVIDI ARTICOLO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *