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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

AFRAID TO DIE (Karakkaze Yarō, MASUMURA Yasuzô, 1960)

SPECIALE MASUMURA YASUZŌ E WAKAO AYAKO

di Luca Orusa

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Afraid to die, tredicesima opera da regista di Masumura Yasuzô, è una pellicola probabilmente passata alla storia in quanto una delle poche opere in cui è apparso come attore  Mishima Yukio, il celebre scrittore, drammaturgo, saggista e poeta giapponese, famoso tra le altre cose anche per la maniera epocale con cui mise fine alla propria vita nel 1970, avvenuto attraverso seppuku, il famoso rituale di suicidio dei samurai, dopo l’occupazione del Ministero della Difesa e il seguente tentativo di colpo di stato da parte del gruppo nazionalista paramilitare Tatenokai da lui fondato e guidato.

Takeo (Mishima Yukio) è uno yakuza appena uscito di prigione, reo di aver ferito il capo di una gang rivale. Nonostante l’apparenza prestante e impavida, Takeo è un codardo: picchia le donne, non ha il senso dell’onore e della famiglia e ha paura di morire. Non a caso, scaduti i termini della detenzione, implora i carcerieri di tenerlo in prigione perché teme la vendetta del clan rivale Sagahara. Durante la sua vita dopo il carcere conosce anche Yoshie (Ayako Wakao), ragazza onesta e decisa, con cui intraprende una relazione. La controversa natura di Takeo e la vendetta del clan rivale, ostacoleranno il suo progetto di rifarsi una vita.

Le pellicola, uno yakuza film,  si apre con la soggettiva di una macchina, sulle cui immagini scorrono i titoli di testa, ritmati da una musica jazz che risalta la componente noir che pervaderà l’intera pellicola. Il fallito tentativo di uccidere il protagonista all’interno della prigione presente ad inizio film e la reticenza dello stesso ad uscire nuovamente nel mondo reale, sono elementi che pongono subito in chiaro il tema centrale che muove le azioni di tutti i personaggi del film e che si ricollega al titolo: la paura di morire. Appena uscito di prigione Takeo mostra immediatamente la sua vena violenta, che applica tuttavia soltanto nei confronti delle donne, verso ciò che riesce a controllare grazie alla supremazia fisica, per poi mostrare tutta la sua codardia nei diversi tentativi di omicidio che lo inseguiranno per tutta la pellicola.  Se in prima battuta il protagonista interagisce con una donna che simula un sentimento nei suoi confronti per pura paura di lui, durante la storia Takeo incontra e incomincia un rapporto di amore morboso con Yoshie. Il rapporto sentimentale messo in scena e le dinamiche tra i due risultano un argomento delicato da trattare e non possono che apparire estremamente ambigue: durante tutto il film  Takeo tratta in maniera violenta la sua compagna, abusandone sin dall’inizio e cercando di costringerla con l’inganno ad abortire, con il bambino che riesce a salvarsi solo grazie all’astuzia di Yoshie, evento che innesca in Takeo la volontà di uscire definitivamente dal mondo della malavita. Yoshie tuttavia sceglie di rimanere al fianco dello yakuza nonostante tutti questi avvenimenti, comportandosi in maniera accondiscendente verso il comportamento del compagno. Questo aspetto della pellicola provocò grande disgusto al regista Ōshima Nagisa e lo portò a rifiutare completamente il film. Una messa in scena che agli occhi di oggi non può che ulteriormente influenzare il giudizio sul film.

Altro tema cardine della pellicola è la crisi del mondo yakuza, con il protagonista che si dimostra più volte inadatto al ruolo di capo, creando più di un problema al padrino del suo clan (un pittoresco e completamente tatuato Shimura Takashi, attore feticcio di Kurosawa), che interviene più volte per salvare la situazione e mediare tra i diversi clan, a dimostrazione di come i nuovi esponenti  della yakuza non siano in grado di portare avanti quel mondo sulla base delle regole che lo hanno sempre contraddistinto. Questo discorso  si inserisce in quello più generale sulla crisi della società giapponese tradizionale, portata avanti dallo stesso Mishima nella propria vita e nelle proprie opere e qui presente sullo sfondo delle vicende narrate con le rivolte dello Zengakuren; contrasti che segnarono gli anni Cinquanta e Sessanta e che hanno un ruolo fondamentale nel film di Masumura dello stesso anno, A False Student

Uno dei personaggi più interessanti dell’intera pellicola risulta essere Aikawa, cugino e associato di  Takeo, attratto anche lui dall’idea di lasciare Tokyo per la più tranquilla e “pura” Osaka. Egli diventa l’emblema di questa stanchezza della yakuza attraverso il paragone tra un giocattolo ballerino di una scimmia, che danza senza una ragione, e la propria vita, passata a danzare senza motivo tra la vita e la morte, rimarcando l’impossibilità per gente come loro di avere una vita e delle relazioni normali: “Love is for citizens, not for us”. Questa crisi del mondo messo in scena viene rappresentata anche attraverso una certa dose di ironia, tra boss incapaci, killer con l’asma e alcuni siparietti che riescono a strappare un sorriso nonostante la gravitas generale. Dopo un corpo centrale del film incentrato su questo tema, la parte finale torna a focalizzarsi sulla paura della morte, con  Takeo e  Yoshie che viaggiano di stanza in stanza, spostandosi tra rifugi precari e fatiscenti. Una paura della morte che viene messa in scena attraverso la sequenza migliore del film – da sola vale l’intera pellicola – che vede l’uccisione di un personaggio: il protagonista della scena viene trascinato  verso l’alto e dunque verso il cielo, l’aldilà, da delle scale mobili, meccaniche e ineluttabili, e nel suo non accettare la propria fine imminente cerca di opporsi inutilmente al moto ascendente del macchinario fino al all’inevitabile epilogo.


Titolo originale: からっ風野郎(Karakkaze Yarō); regia: Masumura Yasuzu; sceneggiatura: Ando Hideo, Kikushima Ryûzô; fotografia: Murai Hiroschi; montaggio: Nakashizu Tatsuji; musiche: Tsukahara Tetsuo; interpreti: Mishima  Yukio (Takeo), Ayako Wakao Asahina (Yoshie), Ono Michiko (Ayako), Shimura Takashi (Hirayama); produzione: Nagata Masaichi; durata: 96’. 

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