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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

RED ANGEL (Akai tenshi, MASUMURA Yasuzō, 1966)

SPECIALE MASUMURA YASUZŌ E WAKAO AYAKO
SONATINE CLASSICS

di Giacomo Calorio

akai-tenshi-2Quello dell’“angelo rosso”, ovvero dell’infermiera di guerra Nishi Sakura, va senz’altro annoverato tra i ruoli più celebri impersonati da Wakao Ayako in tutta la sua carriera ma, al di là del suo carattere iconico e dell’alto potenziale erotico che racchiude, è anche un ruolo cangiante, sottile, ricco di sfumature e capace di evolvere, muovendosi controcorrente nonostante la realtà soverchiante in cui è calato, verso direzioni impreviste che, pur confermando nei loro esiti l’assunto iniziale del film, accendono una fiammella di vita nel mondo buio e gelido che su di esso incombe.

Nishi Sakura è un’infermiera di guerra inviata in Cina e assegnata di volta in volta a destinazioni e compiti diversi e sempre più duri. Nel corso della sua prima notte di lavoro viene violentata da un soldato, Sakamoto, con la complicità dei camerati pronti a prenderne il posto. Il giorno seguente l’uomo sarà spedito al fronte, ma anche Nishi dovrà recarsi in un ospedale da campo per assistere il dottor Okabe nelle operazioni di primo soccorso (per lo più amputazioni) ai feriti in battaglia. Innamoratasi del medico, vittima e spettatrice (sua è la voce narrante) della guerra e dei suoi orrori, la donna seguita a svolgere il proprio dovere fino all’ultimo senza smarrire, nonostante tutto, la sua umanità.

Il tema del film viene esplicitato da Masumura sin dai titoli di testa dietro cui scorrono fotografie di guerra e che si concludono, proprio in concomitanza col nome del regista, con immagini di teschi abbandonati tra il fango delle trincee. Come nel corso del film ribadirà il dottor Okabe, i soldati non sono uomini, bensì oggetti: come tali devono essere trattati affinché la guerra possa andare avanti, e tali diventeranno a tutti gli effetti nel finale del film, corpi esanimi e nudi in una landa arida e sconosciuta destinati a tramutarsi in nuovi scheletri o in un mucchio di medaglie a un valore riconosciuto non in vita (giacché i soldati feriti, e con loro l’orrore della guerra, non vanno mostrati) ma solo da morti con un avanzamento di grado postumo che ha il sapore della beffa. Prima che oggetti, tuttavia, gli uomini di Masumura sono, e cercano di restare, almeno animali: più avanti nel corso del film, Nishi chiamerà “bestia” l’ennesimo soldato che tenta di aggredire un’infermiera; questi le risponde che al fronte non esiste altro se non uccidere, fare sesso e mangiare. Il sesso, del resto, sembra essere l’unica cosa che conta davvero e che rende gli esseri viventi tali. La sua assenza è considerata dai personaggi peggiore della morte, tanto da rappresentare l’ago della bilancia nelle decisioni fatali che il dottor Okabe si trova costretto a compiere in sala operatoria, e l’impossibilità di goderne (per impotenza, paralisi o perché semplicemente non ci si può più masturbare se privi di braccia) e di essere quindi uomini, ma anche donne, è lo spettro che si aggira per tutto il film: il suo anelito, che si esprima con l’amore o con la violenza, incarna infatti la paura dei personaggi di degradarsi in qualcosa di inferiore addirittura alle bestie. In oggetti, appunto.

Il personaggio di Nishi, il cui nome, Sakura, esprime, come nella tradizione classica giapponese (perché i fiori di ciliegio sono appunto simbolo della transitorietà delle cose), una caducità esplicitata nei dialoghi e di cui lei stessa è consapevole, si scava a poco a poco uno spazio vitale in questo mondo disumano. A livello prossemico, innanzitutto. Le prime inquadrature che la mostrano ne evidenziano infatti la condizione di vittima, che ella sia accerchiata da uomini che riempiono letteralmente l’inquadratura relegandola nella profondità e ai bordi del campo, o schiacciata da un’angolazione della macchina da presa dall’alto verso il basso. 

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Ben presto, però, apprendiamo che, nel contesto della guerra e di fronte alle istituzioni che la generano, tutti sono vittime, a modo loro: lo sono i pazienti dell’ospedale principale che, spinti dal terrore della morte, cercano di sfuggire al fronte simulando la febbre o fingendosi pazzi; lo è lo stesso Sakamoto, il primo stupratore, spedito a morte certa il giorno dopo la sua violenza e poi, una volta ritrovato da Nishi gravemente ferito nell’ospedale da campo, doppiamente vittima delle discriminazioni gerarchiche e delle condizioni di precarietà di mezzi con cui l’esercito spedisce i soldati al fronte; lo è il dottor Okabe, medico degradato a macellaio, costretto a farsi iniettare morfina per riuscire a dormire e a non pensare al peso delle scelte fatali che è costretto a compiere ogni giorno in sala operatoria; lo sono le comfort women, sfruttate sia dai soldati, sia dal nemico che si serve di una di loro, di fatto sacrificandola, per diffondere il colera tra le truppe.

Nishi, tuttavia, evolve dopo la sua esperienza truculenta nell’ospedale da campo (truculenza che Masumura non manca di evidenziare sul piano grafico e sonoro farcendo il film di dettagli macabri come il secchio degli arti amputati, il suono della sega e della carne lacerata, le grida dei soldati, i corpi gettati come fantocci inermi nelle fosse comuni). Al suo ritorno all’istituto principale, dice di non riuscire più a togliersi di dosso l’odore del sangue e, sentendo su di sé il peso delle morti per le quali si sente responsabile nonostante gli inviti dei suoi superiori a non addossarsi le colpe di una guerra di fatto priva di senso, cerca di riportare l’umanità nel campo. Il suo elevarsi è ben rappresentato da Masumura nella scena in cui lei, spogliandosi di fronte a Orihara, l’uomo senza braccia, si riappropria di tutta l’inquadratura riempiendola con le proprie forme in controluce e dominando con dolcezza quella dell’uomo, lasciato in secondo piano. 

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Purtroppo, dopo aver ritrovato, grazie alla donna, un barlume di umanità in quell’abisso di anestetica disperazione, Orihara non potrà fare altro che suicidarsi, alimentando ulteriormente i sensi di colpa dell’infermiera. Non per questo Nishi rinuncia alla propria umanità, e prosegue, nonostante Okabe la avvisi che considerarsi tutti estranei è l’unico modo per sopravvivere alla guerra e alla sua follia, nella sua metamorfosi che la vede trasformarsi da personaggio prima passivo, poi rassegnato per compassione, poi attivo. L’ultimo miracolo dell’angelo rosso è infatti quello di far riscoprire la propria umanità al medico, ribaltando le carte in gioco tramite un’inversione dei ruoli. L’uomo, impotente a causa della morfina che è simbolo della sua incapacità di opporsi a una guerra che ritiene priva di senso, ha rinunciato al sesso. A differenza degli altri soldati, non mira a possedere Nishi e si identifica col proprio membro incapace di erezione (“Questo sono io”, le dice, dopo che in precedenza le aveva confessato di non essere “un uomo”). L’infermiera ribadisce invece di voler essere una donna e di voler ritrovare il cuore che Okabe sostiene di non possedere più. Decide quindi, per amore, di guarirlo a modo proprio, ovvero dominandolo in un amplesso (splendidamente fotografato da Kobayashi Setsuo al di là di una zanzariera) che la vede incombere sull’uomo e sull’inquadratura capovolgendo il rapporto subìto in maniera supina all’inizio del film. 

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Al fine di disintossicare l’amato dalla droga e dai suoi fantasmi, come la protagonista di un romanzo di Tanizaki ella impone all’ufficiale medico di trattarla come un proprio superiore e lo lega quindi al letto; la cura è il suo stesso corpo, in un film in cui i corpi vengono attaccati e degradati in ogni modo. Non solo: a crisi d’astinenza superata e a rapporto avvenuto, la donna indugia ancora per qualche istante nella parte, ordinando all’amante, appena riscopertosi uomo, di essere lui a versarle da bere, per poi indossare addirittura la sua divisa da ufficiale in un ribaltamento dei ruoli che si estende anche alle gerarchie. Solo un’azione radicale di amore riesce ad avere la meglio sull’anestesia dei sentimenti e sul baratro di annichilimento e disumanità che aveva contagiato il medico e l’intero fronte, e solo per un breve momento perché si tratta pur sempre della fugace azione di un singolo che, pur nel suo splendore, dura quanto la caduta di un petalo. L’indomani soltanto Nishi sopravviverà all’attacco nemico, ma la donna è consapevole della sorte che l’attende, e noi con lei: le ultime inquadrature, infatti, la vedono di nuovo all’angolo dell’inquadratura o dominata dal vuoto dell’ambiente circostante. 

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Titolo originale: 赤い天使 (Akai tenshi). Regia: Masumura Yasuzō; sceneggiatura: Kasahara Ryōzō dall’omonimo romanzo di Arima Yorichika; fotografia: Kobayashi Setsuo; montaggio: Nakashizu Tatsuji; musica: Ikeno Sei; interpreti e personaggi: Wakao Ayako (Nishi Sakura), Ashida Shinsuke (Okabe), Akagi Ranko (Iwashima, capo-infermiera), Kawazu Yūsuke (Orihara), Senba Jōtarō (Sakamoto); prodotto da: Saitō Yonejirō. Uscita in Giappone: 1 ottobre 1966. Durata: 95’.

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