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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

LE SORELLE MUNEKATA (Munekata kyōdai, OZU Yasujirō, 1950)

Speciale festival di Cannes 16-27 maggio 2023 – Sonatine Classics

di Dario Tomasi

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Munekata shimai (Le sorelle Munekata, 1950) è il primo film girato da Ozu al di fuori degli studi Shōchiku. Al regista è proposto l’adattamento di un romanzo di ambientazione contemporanea di Osaragi Jirō – scrittore noto soprattutto per le sue narrazioni storiche e d’azione – dalle forti implicazioni drammatiche e costruito intorno al topos primo della letteratura giapponese del Novecento: il conflitto fra tradizione e modernità, narrativamente espresso dal difficile rapporto di due sorelle. 

Setsuko è sposata con Ryōsuke, un uomo che, dopo aver perso il lavoro, è prigioniero dell’alcool. Le uniche risorse economiche della donna sono affidate al suo bar, l’Acacia, che gestisce fra mille difficoltà. L’antiquario Hiroshi, con cui un tempo ha avuto una relazione sentimentale, si offre di aiutarla. Mariko, la sorella di Setsuko, sa dei trascorsi dei due, e vorrebbe che la sorella lasciasse il marito per mettersi con Hiroshi, per il quale lei stessa prova una certa attrazione. Dopo aver saputo che Hiroshi ha prestato del denaro alla moglie, Ryōsuke diventa sempre più geloso e, a seguito di un’ennesima ubriacatura, muore. Hiroshi vorrebbe ora sposare la donna, ma questa, sentendosi in qualche modo responsabile della morte di Ryōsuke, rifiuta, con disappunto della sorella, l’offerta di matrimonio. 

Dei quattro protagonisti del film, quello su cui si insiste di più è il personaggio di Mariko. La giovane donna ripropone, nel Giappone del dopoguerra, le moga (modern girls) care all’Ozu degli anni Trenta, e si contrappone a Setsuko lungo l’asse modernità e tradizione. A Mariko sembrano andare le simpatie di Ozu e a lei il film affida il compito di creare una dimensione da commedia all’interno di una storia che contiene diversi cliché del melodramma. Sin dalla prima scena in cui è introdotta, il padre le dà del «maschiaccio», mentre lei si diverte ad usare parole in inglese e a reagire a ciò che le accade intorno facendo ripetutamente le “linguacce” [1]. 

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[1]

Nella scena successiva, insieme alla sorella, l’opposizione fra le due si manifesta attraverso l’evidente e dichiarata avversione per quella tradizione che i templi e le statue rappresentano, e che a lei non generano che un sentimento di «noia». Quando, al di fuori dei legami familiari, è con Hiroshi, Mariko dichiara di amare il baseball, fuma disinvoltamente e cerca di farsi portare fuori a bere del sakè. Più avanti, al bar Acacia, quello gestito dalla sorella, la vedremo ubriaca e singhiozzare ripetutamente al bancone. 

A Mariko è anche affidato il compito di sostenere la dimensione metacinematografica del film quando, in più di una scena, si mette, di fronte a Hiroshi, a immaginare il passato sentimentale di questi con Setsuko, facendo, in modi parodistici, l’imitazione dei benshi, i commentatori giapponesi dei film muti. Un altro passaggio importante per ciò che concerne la dimensione da commedia del personaggio è quello in cui, sola lungo un corridoio, Mariko si ferma e solleva la gonna, scoprendo le gambe, per sistemarsi le calze. Accortasi dell’armatura di samurai che le è vicino, le si avvicina e le abbassa la visiera, come a impedirle di guardare; non ancora contenta, le dà un colpetto con una mano all’altezza dello stomaco e, uscendo, le getta contro una pantofola [2]. 

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[2]

A questa gag si aggiunge, verso la fine del film, quella che sottolinea lo spirito competitivo del personaggio e in cui Ozu gioca con il proprio gusto per le pose parallele e i movimenti comuni, quando mostra ripetutamente bere con lo stesso gesto, Ryōsuke e la stessa Mariko, che vuole tenergli dietro e dimostrargli – da vero “maschiaccio” – di essere in grado di farlo. 

Nell’ambito delle situazioni in cui Mariko è trattata come un personaggio da commedia, va ancora citato il momento in cui, dopo che Ryōsuke ha ripetutamente, in un accesso di gelosia, schiaffeggiato Setsuko – in uno dei tanti momenti di violenza che segnano il cinema del regista –, la ragazza è decisa a vendicarla, prima afferrando un bastone a croce e poi, dopo averlo gettato a terra, come insoddisfatta della sua scelta, nientepopodimeno che con una piccozza [3].

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[3]

Ancora nella stessa direzione va il dialogo col barista dell’Acacia, quando la donna, davanti alla scritta affissa alla parete del locale: I drink upon occasion, sometimes upon no occasion, dal Don Chisciotte (che era già presente, in una sorta di autocitazione, nel film del 1937, La ragazza che cosa ha dimenticato?), chiede all’uomo se ha letto l’Amleto, e poi aggiunge: «Bere o non bere. Questo è il problema».

Il momento più sorprendente della storia di Mariko è, tuttavia, quando, di punto in bianco, dichiara a Hiroshi di amarlo e gli chiede ripetutamente di sposarla, con una sfrontatezza alquanto lontana da quella tipica riservatezza femminile giapponese, incarnata nel film dalla sorella Setsuko. La scena rappresenta l’ambigua contraddittorietà del personaggio, la sua spontanea irrazionalità, l’impulsività, anche infantile, che la segna.

Sul piano dello stile e delle soluzioni visive, senza che nessuno dei tipici dispositivi del regista emerga con nettezza, ritroviamo frequentemente la posizione bassa della macchina da presa, l’uso di spazi adiacenti, le porte scorrevoli semi aperte che fanno da riquadro, l’uso volumetrico dello spazio, l’insistenza sui campi vuoti, le conversazioni corredate da sguardi in macchina (in particolare della “sfrontata” Mariko), l’uso dello spazio a 360° e il parco ricorso ai movimenti di macchina. La soluzione più insistita riguarda, tuttavia, il sonoro e, più precisamente, l’uso di ponti musicali extradiegetici che legano fra loro una scena a quella successiva quasi per tutto il film.


Titolo originale: 宗方姉; regia: Ozu Yasujirō; soggetto: Osaragi Jirō; sceneggiatura: Noda Kōgo, Ozu Yasujirō; fotografia: Ohara Jōji; scenografia: Shimogawara Tomoo; montaggio: Goto Toshio; musica: Saitō Ichirō; interpreti: Tanaka Kinuyo (Setsuko); Takamine Hideko (Mariko); Uehara Ken (Tashiro Hiroshi), Takasugi Sanae (Mashita Yoriko), Ryū Chishū (Munekata Tadachika), Yamamura So (Mimura Ryōsuke), Saito Tatsuo (il professor Uchida); produzione: Tōhō/Shintōhō; lunghezza: 3.080 metri; durata: 112 minuti; prima proiezione in Giappone: 25 agosto 1950.

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