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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

INU-OH (Inu-ō, YUASA Masaaki, 2021)

Contemporanea

di Marcella Leonardi

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Realizzato nel 2021 e giunto finalmente nelle nostre sale, il nuovo film d’animazione di Yuasa Masaaki è liberamente ispirato all’artista ribelle Inu-Oh, vissuto nel complesso periodo Muromachi (1336-1573), culturalmente tra le epoche più fiorenti del Giappone. Inu-Oh ha delle caratteristiche fisiche particolari che suscitano orrore in chi lo incontra, al punto da essere costretto a nascondere il proprio corpo con una maschera e abiti avvolgenti: una sorta di Elephant Man della classicità giapponese. Film antidogmatico e intensamente libero, Inu-Oh celebra la figura dell’artista come rockstar in anticipo sul proprio tempo.

Tomona, giovane pescatore, perde la vista a causa di una maledizione e diventa un monaco errante, suonatore di biwa. Una notte incontra Inu-Oh, altro reietto dal corpo deforme. I due diventano amici inseparabili e inventano un nuovo stile teatrale che suscita l’entusiasmo delle folle e l’indignazione dei rappresentanti della cultura ufficiale. Le canzoni di Inu-Oh riportano alla luce leggende dimenticate dell’Heike Monogatari, e lo shōgun Ashigaka interviene per reprimere queste esibizioni considerate blasfeme.

Così come accadeva in The Ballad of Narayama, 1958 di Kinoshita, Inu- Oh attinge ai codici del teatro classico, rielaborandolo in un “cinema nuovo” e in continua trasformazione. La staticità del teatro viene frantumata da Yuasa attraverso un rapido montaggio che rende “tangibile” il divenire del Tempo; il suo stile, irrequieto e febbrile, è teso verso forme inedite, in una psichedelia di luci e colori. Autore di opere assai diverse, ma accomunate da un forte desiderio sperimentale (si pensi a Mindgame, 2004, Devilman Crybaby, 2018, o Ride Your Wave, 2019), Yuasa gioca su un’alternanza di dettagli e campi lunghissimi per abbracciare l’esperienza umana nella sua interezza.

La sensibilità di Yuasa predilige la prospettiva sghemba, il primo piano inquietante, la deformazione grottesca. A tratti, il suo lavoro sull’animazione può ricordare quello di Allegro non troppo (1976) del nostro Bruno Bozzetto, altro affresco umano e musicale dalla sensorialità orgiastica. Per Yuasa l’animazione non è uno strumento di riproduzione del vero, ma un’esaltazione dei sensi e della fantasia. Le immagini trovano la propria convulsa musicalità, mentre i piani sequenza e i panning laterali (di maniacale precisione tecnica) si impongono come riflessione artistica sulla mutevolezza senza fine della realtà. Il regista esalta la natura “violenta” dell’arte (alla maniera dei surrealisti) e ne celebra il carattere impetuoso. Il suo tratto affilato è innamorato dell’antica pittura a inchiostro, ma il suo impulso modernista imprime deviazioni stilistiche radicali.

Similmente a Millennium Actress (2001) di Kon, ma con un onirismo meno nitido e una narratività più sussultoria, Inu-Oh ripercorre la storia del cinema giapponese: vi ritroviamo memorie di Mizoguchi, con la sua esplorazione dello spazio in piani-sequenza e la predilezione per le brume e l’indefinito; i chiaroscuri psicologici di Shindō e le allucinazioni gioiose e misteriche di Obayashi; i grandi tableaux di Kurosawa e l’astrazione di Kinugasa. Alcuni passaggi richiamano fortemente l’antirealismo del già citato Kinoshita e il suo uso del colore, soprattutto per sottolineare i passaggi cronologici e la dimensione narrativa e teatrale originaria.

L’ingresso del personaggio principale ci rimanda al topos del “mostro”: e se è vero che Yuasa gioca con gli archetipi – da Freaks (1932) a The Elephant Man (1980) – il suo istinto è irrefrenabilmente anarchico. Assecondando le metamorfosi del suo protagonista, il film diventa “altro”, ovvero un’opera rock tanto allucinata e delirante quanto il celebre Tommy (1975) di Ken Russell. Inu-Oh è un antieroe istintivo e primigenio, legato sensorialmente alla terra e allo stesso tempo sospinto verso il cielo. Egli è “il Re dei cani” (attratti dalla sua innocenza) ed è l’albatros baudeleriano che “camminare non può, per le sue ali di gigante”. Dotato di uno sguardo non-allineato (simboleggiato dai fori asimmetrici della maschera), incarna il dandy in rivolta contro ogni dogma politico e culturale. 

Colpisce, in particolare,  soprattutto lo stato di ebbrezza romantica che avvolge i personaggi: in fondo, tutta la filmografia di Yuasa è una celebrazione della giovinezza e dei suoi sentimenti estremi, con la conseguente caduta delle illusioni in una malinconia struggente. Yuasa non offre opere rassicuranti, e nei suoi film interroga costantemente il rapporto tra vita e morte, tra bellezza (emblematizzata dallo squisito paesaggio pittorico, dai fiori di ciliegio e dai petali che danzano nell’aria) e crudeltà del vivere. Nella sua lotta contro ogni canone ortodosso, Yuasa immortala l’amore tra Inu-Oh e Tomona nell’infinito delle stelle, vincendo la morte al suono irresistibile del biwa.


Titolo originale: 犬王; regia: Yuasa Masaaki; sceneggiatura: Nogi Akiko (da Heike monogatari: Inu-ō no maki di Furukawa Hideo); character design: Matsumoto Taiyō; montaggio: Hirose Kiyoshi; musica: Otomo Yoshihide; produzione: Studio Science SARU; prima uscita in Giappone: 28 maggio 2022; durata: 98

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