MEMORIES (Memorîzu, MORIMOTO Kōji, OKAMURA Tensai, ŌTOMO Katsuhiro, 1995)
Nippon Connection 2025 – Nippon Retro
di Fabio Canessa

Antologia animata che a trent’anni dall’uscita conserva un fascino immutato per la straordinaria resa visiva e le riflessioni suggerite con le sue tre brevi storie. Episodi senza un apparente legame tra loro, ma capaci di offrire nell’insieme un’efficace fotografia del mondo di Ōtomo Katsuhiro, anima di un progetto collettivo che, tra talenti già affermati o all’epoca emergenti, mette insieme alcuni dei più grandi nomi dell’animazione giapponese.
Film suddiviso in tre episodi. Nel primo, ambientato nel futuro, degli spazzini spaziali si mettono alla ricerca dell’origine di un segnale di emergenza captato dalla loro astronave fino a immergersi in una base abbandonata dove sono custoditi i ricordi di una cantante lirica di quasi un secolo prima: tra ologrammi, illusioni e allucinazioni pagheranno il prezzo della curiosità. Nel secondo ci si sposta nel Giappone del presente, seguendo la tragicomica disavventura di un impiegato di un’azienda farmaceutica che pensando di curare il suo raffreddore prende una pillola sperimentale e si trasforma in una letale arma biologica, seminando inconsapevolmente il panico mentre le forze armate cercano di fermarlo. Nel terzo lo sfondo è un mondo distopico, quello di una città-fortezza perennemente in guerra contro un nemico invisibile raccontata attraverso gli occhi di un bambino.
Il filo rosso che unisce i vari segmenti è rappresentato sostanzialmente dalla figura di Ōtomo che firma i soggetti di tutti e tre gli episodi, la sceneggiatura di due e la regia di uno. E ovviamente supervisiona l’intero progetto che rientra tra quegli omnibus cinematografici, da segnalare come illustre precedente Manie Manie – I racconti del labirinto (Meikyū monogatari, 1987) con regia di Rintarō, Kawajiri Yoshiaki e dello stesso Ōtomo, interessanti soprattutto se inquadrati come spazio di sperimentazione. Sul piano tecnico non si può fare a meno di ricordare il grande lavoro di Madhouse e Studio 4°C, pionieri nell’uso della tecnologia digitale che proprio a metà degli anni Novanta comincia a mostrare le sue potenzialità. Una computer grafica ancora primordiale che si integra all’animazione tradizionale, senza incrinare la magia del disegno a mano. Per quanto riguarda l’aspetto narrativo la struttura antologica, così libera dall’idea di collegamento tra le parti, permette di sviluppare delle ministorie completamente a sé stanti e ognuna con un registro differente.
Magnetic Rose (Kanojo no omoide) è un gioiello di fantascienza, basato su un breve manga scritto e disegnato da Ōtomo ma sceneggiato dall’allievo Kon Satoshi che partendo dalla poetica del maestro svilupperà poi una precisa identità autoriale segnando gli anni successivi con opere straordinarie. Già in questo lavoro d’altronde si può vedere la sua impronta, l’arricchimento del materiale fantahorror di partenza di una forte dimensione onirica che porta il racconto a scavare nei meandri del subconscio dei personaggi. Un’indagine dei percorsi della mente dove pensieri, sogni e ricordi si amalgamano mentre i confini tra realtà e rappresentazione si fanno sempre più fumosi. Visione koniana ben assecondata dalla regia di Morimoto Kōji, altro nome importante di uno staff creativo composto fra gli altri anche da Inoue Toshiyuki, in qualità di direttore dell’animazione, e Okiura Hiroyoki, come capo animatore. Senza dimenticare per la suggestiva colonna sonora l’apporto di Kanno Yoko. Un vero e proprio dream team per la realizzazione di un mediometraggio dal fascino magnetico.
Stink Bomb (Saishū heiki) ha invece una matrice comica e grottesca. Circa quaranta minuti, poco meno della durata del primo episodio, che mettono in risalto alcuni temi centrali della produzione di Ōtomo a cominciare dall’antimilitarismo e dal rapporto tra uomo e scienza, con i pericoli derivanti dall’utilizzo sbagliato delle innovazioni scientifiche per l’incapacità dell’uomo stesso. Un pessimismo che caratterizza un po’ tutta la sua opera, espresso in questo caso con una sferzante satira. L’autore di Akira scrive la storia lasciando la regia a Okamura Tensai, anche se inizialmente a dirigerlo sarebbe dovuto essere l’allora più affermato Kawajiri Yoshiaki impegnato poi soltanto come key animator. Spesso sottovalutato, sicuramente più convenzionale in confronto alle altre parti, si fa comunque apprezzare per la cura degli scenari realistici, il ritmo delle scene d’azione, la qualità dell’animazione in generale. Indovinata la scelta di posizionarlo come secondo segmento del film. Quasi fosse un intermezzo scanzonato e beffardo tra gli altri due episodi che sono dominati, seppur in modo diverso, da un’atmosfera inquietante.
Cannon Fodder (Taihō no machi) chiude il progetto all’insegna della distopia. Un corto, è racchiuso in venti minuti, di cui Ōtomo firma anche la regia caratterizzata dall’audace tentativo di girarlo come fosse un unico piano sequenza. Un flusso di immagini che descrivono una realtà orwelliana, la quotidianità degli abitanti di una città militarizzata ritratti con un particolare character design che ricorda lo stile deformante di certa animazione europea. Degli zombi la cui esistenza è dedita alla guerra. Ma come chiede il bambino protagonista, se così si può definire, contro chi? Un nemico lontano, invisibile, come i tartari di Buzzati. Così Ōtomo consegna allo spettatore la sua incisiva critica al totalitarismo.
Titolo originale: メモリーズ (Memorîzu); regia: Morimoto Kōji, Okamura Tensai, Ōtomo Katsuhiro; sceneggiatura: Kon Satoshi, Ōtomo Katsuhiro; soggetto: Ōtomo Katsuhiro; musiche: Kanno Yoko, Miyake Jun, Nagashima Hiroyuki; montaggio: Seyama Takeshi; produzione: Bandai Visual, Madhouse, Studio 4° C; uscita in Giappone: 23 dicembre 1995; durata: 113’.

