Merry Goodbye, Mr. Jeremy Thomas
di Valerio Costanzia

“Penso sia molto difficile dire cosa faccia un produttore, ma certamente, in senso classico, un produttore dovrebbe capire come vengono realizzati o costruiti i film, al di là dell’aspetto contrattuale. Produrre un film non riguarda solo il business, ma anche il gusto e l’aspetto pratico della realizzazione cinematografica. Non ho frequentato una scuola di cinema, ma in Inghilterra c’era un’industria molto fiorente e si poteva lavorare ovunque. […] E io sono il tipo di produttore indipendente, cerco un film per realizzare il mio prossimo film e per ottenere profitti e film di successo, ma non lavoro nell’ambito dei super profitti. Non lavoro in un processo industrializzato. Realizzo film globali, ma non film per un mercato globalizzato.” At the Cutting Edge. Producer Jeremy Thomas, intervista a cura di Sandy Lieberson, Berlinale Talent Campus, 14 Febbraio 2006.
Spesso ci si dimentica che dietro la riuscita e il successo di un film non ci sono solo il regista, gli attori, soggettisti e sceneggiatori e, via via, le altre figure alle quali siamo spesso abituati ad assegnare la paternità di un’opera. Forse varrebbe la pena estendere la “categoria” autoriale anche al produttore, soprattutto quando si parla di produttori indipendenti ma anche, in alcuni casi, a quello che nel mondo anglosassone viene chiamato executive producer – l’altro, quello indipendente, è “solo” il producer – ovvero chi gestisce materialmente per conto di una compagnia di produzione tutta la parte amministrativa e logistica di un film a fronte di un budget assegnato.
Jeremy Thomas, recentemente scomparso, ha incarnato entrambe queste figure ma è stato soprattutto un producer di film che hanno fatto la storia del cinema, da L’urlo (The Shout) 1978 di Jerzy Skolimowski, Gran Premio della Giuria a Cannes a L’ultimo imperatore (The Last Emperor) 1987 di Bernardo Bertolucci, fino a – per quel che riguarda il cinema giapponese – Furyo (Merry Christmas Mr Lawrence) e Tabù – Gohatto (Gohatto) di Ōshima Nagisa; Brother di Kitano Takeshi; 13 Assassini (13 Assassins), Hara-Kiri: Death of a Samurai (Ichimei), L’ultimo yakuza (First Love), L’immortale (The Blade of the Immortal) e Bad Lieutenant: Tokyo di Miike Takashi per citare i più noti al grande pubblico.
La genesi produttiva di Furyo è un buon banco di prova per capire che cosa fa e chi è un producer “alla” Jeremy Thomas. A lui la parola (sempre dall’intervista di Sandy Lieberson).
“Tornando ai festival cinematografici, l’ho incontrato [Oshima, ndr] alla premiazione di The Shout a Cannes. Eravamo seduti uno accanto all’altro e non potevamo parlarci perché io non parlavo giapponese e lui non parlava inglese. Però ci siamo scambiati i biglietti da visita, abbiamo brindato e bevuto un po’. Diversi anni dopo, ho realizzato un lungo adattamento di 300 pagine di un grande libro inglese intitolato A Seed and The Sower di Sir Laurens Van Der Post, una sorta di storia semi-autobiografica sui personaggi di un campo di prigionia a Giava tra il 1942 e il 1943. Ero affascinato dall’idea che un maestro giapponese volesse girare un film in un campo di prigionia. Poiché conoscevo il campo di prigionia di David Lean (Il ponte sul Fiume Kwai), improvvisamente ho intravisto la possibilità di realizzare un film, una storia di prigionia in superficie, ma con un incredibile rapporto d’amore omosessuale, ambientata in un campo di prigionia. Inizialmente Oshima voleva che Robert Redford interpretasse il ruolo poi interpretato da David Bowie. La preparazione di questo film fu lunga e io andai in Giappone per la prima volta nel 1980, lo incontrai e parlammo della sceneggiatura. Poi è stato molto difficile capire dove girare il film. Alla fine, è stato girato su un’isola del Pacifico, che rientrava in una fascia di tassazione neozelandese. Quindi è stata la mia prima esperienza con i soldi dei contribuenti. E il film, anche se sembra ambientato a Giava, in realtà è stato girato su una piccola isola deserta che godeva dello status fiscale neozelandese. Abbiamo dovuto portare una troupe giapponese, una australiana e una neozelandese per girare questo film. Inoltre, è stata la mia prima esperienza con Takeshi Kitano, che recitava nel film. La musica era composta da Ryuichi Sakamoto e nel cast figuravano lui, Jack Thompson, Tom Conti e diverse altre persone con cui avevo lavorato. Ha cambiato la mia prospettiva e ha dato inizio alla mia passione per l’Asia e il cinema asiatico.

Fu il primo film ad avere successo, e mi aiutò davvero ad affermarmi nel mondo del cinema. In quel momento iniziai a capire come funzionava l’industria cinematografica, in termini di “divide et impera”, di spartirsi il mondo per possederne una parte, cosa molto difficile da fare per un produttore indipendente. Arrivato a quel punto avevo capito sia il mondo del cinema che quello del cinema in generale. Stavo fondendo le due cose. Il film è stato proiettato a Cannes in concorso, di nuovo. È stato un successo incredibile, uno dei momenti più alti della mia carriera cinematografica fino ad oggi. Ero contento di essere riuscito in qualche modo a mettere insieme tutti quegli elementi e a unire culture diverse senza banalizzarle. Perché si rischia di fare pasticci mettendo troppi ingredienti in un film, e quel film era talmente ricco di ingredienti e culture, ma da tutto ciò è emerso, grazie alla maestria di Oshima, un film davvero commovente.”
Oltre all’intervista citata sopra, vedi anche The making of a super-producer: Jeremy Thomas interviewed in 2014 a cura di Nick James, “Sight and Sound ” e Interview de Jeremy Thomas, producteur de Furyo, a cura di Thierry Carteret, “CinéChronicle”, 16 marzo 2015. Al produttore è stato dedicato un documentario dal titolo The Storms of Jeremy Thomas di Mark Cousins, UK 2021
