I FILM GIAPPONESI ALLE GIORNATE DEL CINEMA MUTO 2026
di Fabio Canessa

Lungometraggi accompagnati da benshi, corti d’animazione, una compilation video sulla seconda guerra sino-giapponese. Tutti i titoli nipponici della 45esima edizione delle Giornate del cinema muto, la manifestazione più importante al mondo dedicata alla riscoperta, al restauro e allo studio del cinema delle origini. A Pordenone sino al 10 ottobre.
La percentuale di film giapponesi dell’epoca del muto arrivati sino a noi è molto bassa a causa di disastri naturali, eventi bellici, fattori chimici e negligenza nella conservazione. Tra i titoli più significativi c’è sicuramente Una pagina di follia (Kurutta ippēji, 1926) di Kinugasa Teinosuke, proposto in Friuli come evento speciale. La storia di un uomo perseguitato dai sensi di colpa che accetta un lavoro da inserviente in un ospedale psichiatrico per essere vicino alla moglie, ricoverata dopo aver cercato di annegare il figlio. Una cornice narrativa da melodramma familiare all’interno della quale il confine tra sanità mentale e follia, passato e presente, realtà oggettiva e allucinazione, si dissolve sistematicamente grazie a un montaggio ritmico e serrato, l’uso di esposizioni multiple, di distorsioni ottiche e angolazioni estreme della macchina da presa.
Il capolavoro di Kinugasa rientra fra i tre lungometraggi della sezione “L’arte del benshi” con cui il festival celebra la tradizione degli attori-narratori che accompagnano la visione dei film muti raccontando, commentando e dando la voce ai personaggi principali. Grazie alla partnership fra Yanai Initiative, National Film Archive di Tokyo e Giornate del cinema muto, nel programma trovano spazio anche A Tale of the Filial Devotion of Goro Masamune (Gorō Masamune kōshiden, 1915) di Yoshino Jirō, basato su un racconto della tradizione popolare legata al leggendario spadaio il cui nome è ricordato nel titolo, e The Water Magician (Taki no shiraito, 1933), dramma diretto dal grande Mizoguchi Kenji che già contiene una caratteristica distintiva del suo cinema: l’attenzione allo spirito di sacrificio femminile, in questo film incarnato dall’attrice Irie Takako nei panni di un’artista girovaga.

Oltre a questi lungometraggi il festival presenta anche una selezione di corti tra cui Sea Palace (Umi no kyuden, 1930) di Masaoka Kenzo, un fantasy che ruota attorno a una principessa del mare, e il frammento superstite di Ghost Story: The Dish Mansion (Kwaidan Sarayashiki, 1916), di cui non si hanno notizie certe su regia e cast, ritenuto il più antico adattamento della famosa leggenda sul fantasma della serva Okiku accusata di aver rotto un piatto prezioso e per questo gettata in un pozzo.
Altri quattro brevi film, la maggior parte incompleti, sono d’animazione: The Dull Sword (Namakura gatana, 1917) di Kōuchi Jun’ichi, su un ronin sciocco che acquista una spada smussata, e dello stesso autore, uno dei padri del cinema d’animazione giapponese, Snipped Snake (Chongire Hebi, 1930), su un serpente il cui corpo è stato tagliato a metà, A Ship of Oranges (Mikai bune, 1927) di Ofuji Noburo, basato sulla leggenda di un mercante di mandarini del periodo Edo, e The Phantom Daburotto (Kaijin Daburotto, 1932-1938) che appartiene alla produzione degli anni Trenta su carta, anziché su celluloide, di opere destinate a visioni domestiche come questa incentrata su un tesoro nascosto.
Per completare il quadro relativo al Paese del Sol Levante da ricordare, nel ricchissimo programma delle Giornate del cinema muto, il documentario The Second Sino-Japanese War in Toy Films (Omocha eiga de mita nichu senso, 2023) di Ota Yoneo, direttore del Toy Film Museum di Kyoto, che descrive le premesse e le vicende della conquista, dell’occupazione e della successiva colonizzazione del Manchukuo, stato fantoccio del Giappone imperiale. Un montaggio di rare pellicole, con riprese a passo ridotto realizzate tra il 1923 e il 1943: cortometraggi animati, film per proiezioni domestiche, cinegiornali e frammenti di documentari.
