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La sezione SONATINE CLASSICS è dedicata ai grandi maestri del cinema giapponese: KINUGASA Teinosuke, MIZOGUCHI Kenji, OZU Yasujirō, KUROSAWA Akira, ICHIKAWA Kon, NARUSE Mikio, YAMANAKA Sadao, IMAMURA Shōhei, KINOSHITA Keisuke.

SONATINE è un punto di riferimento per tutti gli appassionati di cinema giapponese, classico e contemporaneo.
"Grandi" autori ma anche "minori", film poco conosciuti, generi e tendenze di cui, almeno qui in Italia,
si sa ancora troppo poco. Recensioni, news, approfondimenti, speciali.

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico.

INTERVISTA A HAMANO SACHI

NIPPON CONNECTION 2026

 

A cura di Claudia Bertolé

 

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Hamano Sachi inizia la propria carriera cinematografica verso la fine degli anni Sessanta nel mondo dei pinku eiga, il genere che raccoglie film erotici softcore. Entra in un contesto fino a quel momento declinato esclusivamente al maschile e chiarisce da subito il proprio intento: rappresentare la sessualità dal punto di vista femminile, rendendo la donna un soggetto non più passivo. Dopo una prima breve esperienza alla Wakamatsu Production, il suo percorso la porta a fondare una propria casa di produzione, la Tantansha, in collaborazione con lo sceneggiatore Yamazaki Kuninori. Hamano ha all’attivo più di trecento film, tra cui anche opere non pink come In Search of a Lost Writer: Wandering the World of the Seventh Sense (Dainana kankai hōkō: Osaki Midori o sagashite, 1999) ispirato alla vita della scrittrice Osaki Midori e Lily Festival (Yurisai, 2001) sui desideri sessuali di un gruppo di donne anziane. 

La regista era a Francoforte insieme a Yamazaki Kuninori per presentare al festival Nippon Connection l’ultimo suo film Kaneko Fumiko (Kaneko Fumiko: nani ga watashi wo kō sasetaka), che si è aggiudicato il premio Nippon Storytelling per la miglior sceneggiatura originale.  

 

Kaneko Fumiko, l’anarchica nichilista condannata insieme al compagno Pak Yeol con l’accusa di aver tramato per assassinare l’imperatore, morta suicida in carcere: perché ha scelto questo personaggio, qual è stato il percorso che l’ha portata a fare un film su di lei? 

Hamano – Sono molto interessata a personalità femminili vissute centinaia di anni fa in un contesto come l’epoca del militarismo in Giappone e che hanno combattuto per proteggere se stesse e le proprie vite; parlando di letteratura mi ha ispirata molto Osaki Midori. Quando mi sono avvicinata a Kaneko Fumiko ho scelto, più che rappresentare situazioni di sorellanza da un punto di vista femminista come avevo fatto in altri casi, di concentrare lo sguardo su una singola personalità, su una donna che da sola si è opposta allo stato giapponese. Volevo ritrarla in questo modo.

 

Come si è sviluppata la sceneggiatura, avete lavorato sugli scritti originali, sulle memorie di Kaneko Fumiko?

Yamazaki – Non conoscevo la figura di Kaneko Fumiko fino a quando non si è deciso di fare questo film, la regista Hamano però era interessata al personaggio da almeno venti anni, così quando lei ha espresso la volontà di fare un film su Kaneko Fumiko ho iniziato le mie ricerche.

Hamano – In definitiva ciò che mi ha spronata a fare questo film è stato il fatto che nel 2019 è stato realizzato un film sudcoreano su Kaneko Fumiko e Pak Yeol che ritraeva quest’ultimo come il grande eroe coreano mentre Kaneko Fumiko era totalmente in ombra, era semplicemente la donna che lo seguiva e supportava. Ho pensato che quella non era la vera Kaneko Fumiko e ho voluto rappresentare la versione più autentica.

Yamazaki – Sì, nel film coreano lei era solo la compagna di Pak Yeol, ho capito che avrei voluto approfondire il personaggio, volevo veramente capire cosa l’aveva portata a decidere di suicidarsi. Durante la prigionia Kaneko Fumiko scriveva poesie tanka e quindi il materiale da cui siamo partiti sono questi componimenti poetici.

 

Tornando al film, mi sembra diverso dalle rappresentazioni a cui siamo abituati di storie ambientate in carcere, non ci sono situazioni particolarmente violente, i personaggi secondari esprimono una certa complessità… volevate realizzare un film di ambientazione carceraria ma con una modalità di rappresentazione particolare?

Hamano – Ciò che mi interessava era ritrarre l’evoluzione di un sistema carcerario totalmente orientato al maschile, nel quale le donne che lavorano come guardie carcerarie si trovano a contatto con una personalità complessa come Kaneko Fumiko e ciò le stimola a ripensare alla propria vita e al proprio ruolo. Aggiungo che in Giappone al giorno d’oggi la situazione sociale non è promettente: le giovani generazioni sono molto coinvolte dai social media e confuse dalle tante fake news, hanno smesso di ragionare con la propria testa, quindi rappresentare un personaggio come Kaneko Fumiko voleva essere anche un messaggio forte, un invito a ritornare a formulare proprie opinioni non condizionate.

Yamazaki – A proposito della poca violenza, va tenuto conto che in quel periodo si trattava di una delle pochissime donne in carcere. Inoltre è da tenere in considerazione un punto importante: proprio in quel momento storico il sistema penale giapponese stava passando da uno schema incentrato sull’idea di pena come punizione per un crimine a quello di pena intesa come rieducazione per essere reintegrati nella società. Anche le persone che lavoravano nella prigione sono state ritratte come se avessero in mente questo epocale cambiamento in atto.

 

Secondo lei questo è un film politico, che ha connessioni con il Giappone contemporaneo?

Hamano – Sì, certo. Sono trascorsi cento anni dalla morte di Kaneko Fumiko, quindi la mia intenzione era in primo luogo di commemorare la sua figura. In secondo luogo però non potevo non tenere conto del fatto che i politici contemporanei stanno sempre più spingendo la nazione verso posizioni belligeranti, non sono per nulla contenta di questa direzione che ha preso la politica. Quindi volevo che in un certo senso questo film fosse una “bomba” per stimolare la consapevolezza, la riflessione, anche dei politici, su questi argomenti e sulla situazione contemporanea.

 

A proposito dello stile del film, ho avuto la percezione da una parte che Kaneko Fumiko fosse un personaggio molto dinamico, anche se nel film si è scelta una rappresentazione per certi versi statica, quasi teatrale, di una donna rinchiusa in uno spazio circoscritto con lampi di luce che spesso ne mettono in evidenza il volto o parti del corpo. Quasi un mix di rappresentazione pittorica e teatro. 

Hamano – Ho scelto di cogliere Kaneko Fumiko dopo la separazione da Pak Yeol, quando è da sola in carcere, con molto tempo per pensare, volevo riprenderla nel momento in cui si confronta con i propri pensieri e l’uso della luce è proprio intesa a far emergere ciò che stava accadendo in lei in quei momenti di riflessione solitaria. All’inizio si opponeva all’intera umanità, alla fine del percorso l’idea in lei è quella che ognuno deve poter vivere ed esprimere la propria individualità. In questo momento in cui il mondo si confronta con tanti scenari di guerra volevo trasmettere il pensiero di Kaneko Fumiko che nessuno deve essere discriminato per la propria provenienza o per il proprio genere, ogni essere umano ha diritto di essere e vivere nel modo che ritiene più giusto.

 

Il personaggio trasmette una notevole forza visiva e trovo che Nahana l’attrice sia perfetta per il ruolo. Come è stata scelta?

Hamano – La conoscevo già e ho pensato che lei fosse l’unica a poter dar vita a Kaneko Fumiko. Il sistema cinematografico giapponese è molto orientato al maschile, i personaggi femminili sono spesso costruiti per dare riflesso alla centralità di quelli maschili, le attrici devono essere belle e sexy. Lei non ha questo atteggiamento nel dover per forza attrarre lo sguardo maschile. 

 

Parliamo di donne che realizzano film in Giappone: oggi è più facile diventare una regista rispetto al passato? Le giovani generazioni hanno più possibilità, e intendo non solo nel cinema indipendente?

Hamano – Quando ho iniziato a fare film nel 1971 non c’erano praticamente registe. Oggigiorno il sistema è un po’ collassato e questo ha dato modo a diverse registe di iniziare la propria carriera. La tecnologia ha aiutato, prima dovevi per forza iniziare come assistente di un altro regista per imparare, ora con i sistemi digitali è più semplice, non solo per le donne, per tutti.

 

… come è stato passare al digitale per lei?

Hamano – Per me che avevo fatto film per tanto tempo in maniera tradizionale passare al digitale è stato all’inizio uno shock! Prima era necessario imparare molto sulla tecnologia per usarla, con l’introduzione del digitale ho pensato che chiunque avrebbe potuto fare film… in ogni caso per me ciò che è rimasto fondamentale è la qualità dell’immagine, anche se in digitale, e su questo aspetto lavoro molto. 

Tornando però alla domanda di prima, è vero, ci sono più donne dietro la macchina da presa oggi, ma quando il budget per un film supera un certo livello le grandi case di produzione scelgono ancora un uomo. 

 

Sente una connessione con le altre registe giapponesi, con le giovani generazioni?

Hamano – In passato il numero delle registe era veramente limitato, comunque negli anni che hanno preceduto la pandemia ci sono state diverse occasioni di incontro con altre registe, sì, durante le quali ci si scambiavano opinioni sul lavoro. Con la pandemia questi incontri si sono fermati. Quello che penso è che le giovani registe non dovrebbero dimenticare di essere donne, dovrebbero orientare il loro lavoro secondo una prospettiva culturale femminile. 

 

A proposito di temi, lei ha rappresentato l’attrazione sessuale tra anziani in Lily Festival, una tematica inusuale: crede che per le registe giapponesi contemporanee ci siano argomenti che è meglio non trattare?

Hamano – In Giappone chi decide in definitiva sono i produttori perché investono capitali. Io ho sempre cercato di raccogliere i fondi per conto mio e quindi decidere da sola cosa affrontare e quali temi mi interessano di più. In generale posso dire che per me i film sono armi con cui abbattere muri nella società giapponese e far sì che le donne abbiano una vita migliore. 

 

Al momento attuale che relazione c’è tra la sua carriera nel mondo pink e i film non pink?

Hamano – Nel mondo del cinema pink non c’erano registe e neppure una prospettiva femminile, la mia intenzione era trasformare la donna da oggetto del piacere maschile a soggetto che agisce per il proprio piacere. I registi che fanno film pink inseriscono nei loro film stupri e violenza. Volevo realizzare film in cui fosse rappresentato il vero approccio sessuale femminile, per esempio far capire che non puoi provare piacere se sei oggetto di violenza. Il punto non è che ho smesso di fare film pink, è che l’intera produzione del cinema pink in sé ha subito un arresto. La produzione è passata da più di duecento film all’anno negli anni Ottanta a poco più di trenta oggi. Al giorno d’oggi come in passato i giovani registi iniziano realizzando film pink, quindi non è che vado in pensione, ma non voglio neppure sottrarre loro delle possibilità. 

 

Sta già pensando a nuovi progetti?

Hamano – Ho finito Kaneko Fumiko da poco, voglio vedere come gestire questa “bomba” prima di pensare ad altro (ride). Mi piacerebbe portare il mio film anche in Italia.

 

Mi sembra una splendida idea! In Giappone il film è uscito nelle sale: come ha reagito il pubblico?

Hamano – Molte persone hanno dichiarato di non aver mai visto un film così, è rimasto in sala per otto settimane, che è parecchio tempo per la normale programmazione. 

Yamazaki – Anche i media erano molto interessati al personaggio. È un film che fa riflettere sulla guerra, quindi molto attuale, e anche sulla necessità che le donne finalmente alzino la voce per rivendicare i propri diritti.

 

English version (translated)

Filmmaker Hamano Sachi began her cinematic career in the late 1960s in the world of pinku eiga, Japan’s softcore erotic film genre. Entering a field that had until then been almost exclusively male-dominated, she made her intentions clear from the outset: to portray sexuality from a female perspective, transforming women from passive objects into active subjects of desire. After a brief initial experience at Wakamatsu Production, she went on to establish her own production company, Tantansha, together with screenwriter Yamazaki Kuninori. 

Hamano has directed more than 300 films, including works outside the pinku genre such as In Search of a Lost Writer: Wandering the World of the Seventh Sense (Dainana kankai hōkō: Osaki Midori o sagashite, 1999), inspired by the life of writer Osaki Midori, and Lily Festival (Yurisai, 2001), which explores the sexual desires of a group of elderly women.

The director was in Frankfurt together with Yamazaki Kuninori to present her latest film, Kaneko Fumiko: What Made Me Do It (Kaneko Fumiko: Nani ga Watashi o Kō Sasetaka), at the Nippon Connection festival, where it won the Nippon Storytelling Award for Best Original Screenplay.

 

Kaneko Fumiko, the nihilist anarchist who was sentenced alongside her partner Pak Yeol for allegedly plotting to assassinate the Emperor and later died by suicide in prison: why did you choose to make a film about her? What led you to this subject?

Hamano – I have long been interested in women who lived hundreds of years ago under oppressive historical circumstances, such as Japan’s militarist era, and who struggled to protect themselves and their own lives. In literature, for example, I was deeply inspired by Osaki Midori. When I turned my attention to Kaneko Fumiko, rather than depicting female solidarity from a feminist perspective as I had done in some of my previous work, I decided to focus on a single individual: a woman who stood alone in defiance of the Japanese state. That was the way I wanted to portray her.

 

How did the screenplay develop? Did you work from Kaneko Fumiko’s original writings and memoirs?

Yamazaki – I was not familiar with Kaneko Fumiko until we decided to make this film. Director Hamano, however, had been interested in her for at least twenty years. Once she expressed her desire to make a film about Kaneko Fumiko, I began my research.

Hamano – Ultimately, what motivated me to make this film was the South Korean film about Kaneko Fumiko and Pak Yeol that was released in 2019. In that film, Pak Yeol is portrayed as the great Korean hero, while Kaneko Fumiko remains completely in the background, merely the woman who follows and supports him. I felt that this was not the real Kaneko Fumiko, and I wanted to present a more authentic portrayal.

Yamazaki – Exactly. In the Korean film she appears only as Pak Yeol’s companion. I wanted to explore her character in greater depth and truly understand what led her to take her own life. During her imprisonment, Kaneko Fumiko wrote tanka poetry, so those poems became the primary source from which we developed the screenplay.

 

Returning to the film, it struck me as quite different from the prison dramas we are used to seeing. There is very little explicit violence, and even the supporting characters are portrayed with considerable complexity. Were you deliberately trying to approach the prison setting in an unconventional way?

Hamano – What interested me was portraying the evolution of a prison system that was entirely designed around men. The female prison guards come into contact with someone as complex as Kaneko Fumiko, and that encounter prompts them to rethink their own lives and their place within society. I would also add that contemporary Japanese society is not in a very promising state. Young people are heavily influenced by social media and overwhelmed by misinformation; they have, to a certain extent, stopped thinking independently. Portraying a figure like Kaneko Fumiko was therefore also intended as a powerful message, an invitation to think critically again and form one’s own opinions rather than simply accepting those imposed by others.

Yamazaki – Regarding the limited amount of violence, it is important to remember that at that time there were very few women in prison. Another crucial point is that the Japanese penal system was then undergoing a significant transformation, shifting from a model based on punishment to one centred on rehabilitation and reintegration into society. We portrayed the prison staff with that broader historical transition in mind.

 

Would you say this is a political film, one that speaks to contemporary Japan?

Hamano – Absolutely. One hundred years have passed since Kaneko Fumiko’s death, so my first intention was to commemorate her life. At the same time, however, I could not ignore the fact that today’s politicians are increasingly steering Japan towards a more militaristic and confrontational stance. I am deeply unhappy with that direction. In a sense, I wanted this film to function as a “bomb”, something capable of provoking reflection and raising awareness, not only among audiences but also among politicians, about these issues and the current state of society.

 

Speaking of the film’s style, I had the impression that Kaneko Fumiko is a highly dynamic character, yet she is presented in a rather static, almost theatrical way: confined within a limited space, with flashes of light often illuminating only her face or parts of her body. It felt almost like a fusion of painting and theatre.

Hamano – I chose to depict Kaneko Fumiko after her separation from Pak Yeol, when she is alone in prison with ample time to reflect. I wanted to capture her as she confronts her own thoughts, and the use of light was intended precisely to reveal what was taking place within her during those moments of solitary introspection. At first, she stands in opposition to all humanity; by the end of her journey, she comes to believe that every individual should be free to live and express their own uniqueness. At a time when the world is once again facing so many wars, I wanted to convey Kaneko Fumiko’s belief that no one should be discriminated against because of their origin or gender. Every human being has the right to live in the way they believe is right.

 

Kaneko Fumiko is an extraordinarily powerful screen presence, and I found Nahana perfectly cast in the role. How did you choose her?

Hamano – I already knew her work, and I felt she was the only actress capable of bringing Kaneko Fumiko to life. The Japanese film industry remains very male-centred. Female characters are often constructed simply to reinforce the centrality of male protagonists, and actresses are expected to be beautiful and sexually attractive. Nahana does not carry herself with the need to attract the male gaze, and that was exactly what I was looking for.

 

Speaking more broadly about women filmmakers in Japan: is it easier today to become a director than it was in the past? Do younger generations have greater opportunities, not only in independent cinema?

Hamano – When I started making films in 1971, there were virtually no women directors. Today the system has, in some ways, broken down, and that has created opportunities for more women to begin directing. Technology has also played an important role. In the past you had to work as an assistant director in order to learn the craft. With digital filmmaking, the barriers to entry are much lower, not only for women, but for everyone.

 

How was the transition to digital filmmaking for you personally?

Hamano – After making films in the traditional way for so many years, moving to digital was initially a real shock. Previously, you needed extensive technical knowledge to make films. When digital technology arrived, I thought anyone would now be able to make movies. Nevertheless, what has remained essential for me is image quality. Even when shooting digitally, I devote great attention to that aspect.

Returning to your previous question, it is true that there are more women behind the camera today. However, once a film’s budget exceeds a certain threshold, the major production companies still tend to choose a male director.

 

Do you feel a sense of connection with other Japanese women directors, particularly younger filmmakers?

Hamano – In the past there were so few women directors that opportunities to meet were extremely limited. In the years before the pandemic, however, there were several occasions when we gathered together and exchanged views about our work. Those meetings stopped during the pandemic. What I believe is that young women directors should never forget that they are women. They should shape their work from a female cultural perspective.

 

Speaking of themes, in Lily Festival you explored sexual desire among elderly people, which was a highly unusual subject. Do you think there are topics that contemporary Japanese women directors are discouraged from addressing?

Hamano – In Japan, producers ultimately make the decisions because they are the ones investing the money. I have always tried to secure funding independently so that I could decide for myself which subjects to explore. More generally, I see films as weapons with which to break down the walls of Japanese society and help women achieve better lives.

 

How do you now view the relationship between your career in pink cinema and your non-pink films?

Hamano – When I entered the world of pink eiga, there were no women directors and no female perspective. My goal was to transform women from objects of male pleasure into subjects acting for their own pleasure. Male directors of pink films often included rape and violence. I wanted to make films that reflected women’s genuine experience of sexuality, for example, showing that pleasure cannot exist under conditions of violence. It is not that I stopped making pink films; rather, the pink film industry itself has largely collapsed. Production has declined from more than two hundred films a year in the 1980s to just over thirty today. Young directors still begin their careers in pink cinema, just as they always have. So it is not that I am retiring, but neither do I want to take opportunities away from the next generation.

 

Are you already thinking about new projects?

Hamano – I only recently finished Kaneko Fumiko. First I want to see how to handle this “bomb” before thinking about anything else (laughs). I would love to bring the film to Italy as well.

 

That sounds like a wonderful idea. The film has already been released theatrically in Japan—how has the audience responded?

Hamano – Many people told me they had never seen a film like it before. It remained in cinemas for eight weeks, which is a remarkably long run by normal theatrical standards.

Yamazaki: The media were also very interested in Kaneko Fumiko herself. It is a film that encourages audiences to reflect on war, making it especially relevant today, and it also speaks to the importance of women finally raising their voices and asserting their rights.

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