Speciale Ishii Gakuryū
di Matteo Boscarol

Se è vero che l’opera di Ishii Gakuryū (ex Sōgo) è cresciuta e si è sviluppata in un panorama culturale dove il fai da te cinematografico e l’atteggiamento punk erano in fase di lancio, non va dimenticato come il suo cinema si sia evoluto e sia diventato nel corso degli anni molto di più. È in questa direzione che Sonatine propone uno speciale su uno dei cineasti che hanno caratterizzato il cinema dell’arcipelago degli ultimi 50 anni, una produzione eterogenea ma che, anche quando non totalmente riuscita, riesce comunque ad essere interessante.
Gli esordi di Ishii arrivano prestissimo, a soli 19 anni infatti si fa notare con un cortometraggio in 8mm, Panic in High School (Kōkō dai panikku, 1976) che poi due anni più tardi verrà ri-girato assieme a Sawada Yukihiro per la NIkkatsu diventando Panic in High School (Kōkō dai panikku, 1978), il lungometraggio. Dopo il successo di questo lavoro, che riprende molti dei temi cari al cinema d’azione e giovanile dell’epoca, soprattutto quello prodotto dalla Tōei, Ishii realizza Crazy Thunder Road (Kuruizaki sandā rōdo, 1980) come lavoro di tesi per la sua laurea, ma successivamente distribuito nei cinema. Che un giovanissimo tra i 18 e i 22 anni possa debuttare sul grande schermo è possibile per una serie di congiunture storiche, oltre che naturalmente grazie al suo talento. La prima metà degli anni settanta decretano un momento di passaggio epocale per l’industria cinematografica giapponese, con il fallimento o la totale trasformazione di alcune case di produzione storiche come ad esempio la Daiei e la Nikkatsu. In questo spazio lasciato, sul grande schermo, da un’industria allo sbando, si inserisce l’onda del film fa da te, i jishu eiga, realizzati in maniera amatoriale/artistica da un singolo individuo o da un gruppetto di amici, anche grazie alla relativa economicizzazione di macchine da presa in 8 o 16 millimetri.
Come si diceva in apertura, gli inizi del cinema di Ishii sono caratterizzati da un’estetica mutuata dal punk (spesso è usato il termine cyberpunk, ma di cyber non c’è niente nei lavori del cineasta giapponese) e dalla musica, ma che devono molto, come scritto sopra, anche ai lungometraggi sui giovani motociclisti delinquenti, i bōsōzoku, che Ishii ha dichiarato di aver amato molto e che sono stati la sua palestra formativa. Due anni più tardi arriva Burst City (Bakuretsu toshi bāsuto shiti, 1982) forse il migliore dei primi tre lavori del regista giapponese che con questo film trova una cifra stilistica propria fatta di velocità, musica rock e punk, montaggio rapido, immagini grezze ma potenti e scenario futuristico da wasteland. Come detto dallo studioso Tom Mes, senza Ishii non ci sarebbero Tsukamoto e Miike. Le similitudini di stile e ambientazione fra i primi due film di Mad Max e i primi lavori di Ishii sono molte, ma stando a quanto dichiarato dal musicista e attore Izumiya Shigeru, i film di Ishii sarebbero arrivati prima e l’influenza sarebbe minima (1).
Questi primi tre lavori, a cui si aggiungono alcuni cortometraggi—tra cui ci piace ricordare almeno il super cinetico Shuffle (Shaffuru, 1981), tratto da un manga di Ōtomo Katsuhiro— rappresentano solo una modalità del cinema di Ishii, che ritornerà parzialmente anche in opere successive come Electric Dragon 80.000 V (Erekutorikku doragon 80000V, 2001) o Soredake/that’s it (id., 2015). Nel 1984 partecipa all’esperienza della Directors Company dirigendo il notevole The Crazy Family (Gyaku-funsha Kazoku), ma per quasi un decennio non riesce a trovare sbocco espressivo, almeno attraverso lungometraggi, e così si dedica alla realizzazione di videoclip o altri progetti legati alla musica. In questo senso sembra un incontro perfetto quello con la musica del gruppo noise tedesco Einstürzende Neubauten con cui realizza un documentario, Halber Mensch (a.k.a. 1/2 Mensch, 1986).
Dai primi anni Novanta e fino alla fine del decennio Ishii ritorna dietro la macchina da presa per realizzare forse quelli che sono alcuni dei suoi migliori lavori, la libertà espressiva e le condizioni produttive sono quelle in cui si sviluppa quella nuova ondata di cinema giapponese che lancia o rilancia autori come Kurosawa Kiyoshi, Tsukamoto Shin’ya, Kitano Takeshi, o Miike Takashi. In questo periodo escono Angel Dust (Enjeru dasuto, 1995), August in the Water (Mizu no naka no hachigatsu, 1997), e Labyrinth of Dreams (Yume no ginga, 1997), lavori caratterizzati da un diverso approccio, quasi onirico e più interessato agli aspetti spirituali dell’esistenza e con una maggior cura verso l’aspetto formale dell’immagine. Con l’inizio del nuovo millennio, Ishii ritorna parzialmente allo stile degli inizi, ma con molta più patina visuale per così dire, con il già citato Electric Dragon 80.000 V e Dead End Run (id., 2002).
Parallelamente alla sua attività di regista, Ishii nel 2006 diventa professore alla Kobe Design University, incarico che lascia per andare in pensione nel 2023. Un fatto che va notato perché inevitabilmente finisce per influenzare abbastanza direttamente la sua produzione in questo secolo. Più impegnato nell’insegnamento ha meno tempo da dedicare a lungometraggi o progetti più corposi. Il ritorno, per così dire, avviene nel 2012 con Isn’t Anyone Alive? (Ikiteiru mono wa inai no ka), che mescola una trama surreale a forti accelerazioni visive, mentre del 2018 è Punk Samurai Slash Down (Panku samurai kirarete sōrō) commedia samurai che vira sul demenziale con cui ritrova Asano Tadanobu, attore con cui ha spesso lavorato durante la sua carriera. Distribuito solo per alcune settimane in Giappone e considerato da alcuni un disastro completo e da altri la miglior opera di Ishii è Self-Revolutionary Cinematic Struggle (Jibun kakumei eiga tōsō, 2023), metafilmico lavoro realizzato in collaborazione con gli studenti dell’università di Kobe. Asano ritorna con una sfavillante interpretazione in The Box Man (Hako otoko, 2024), ad oggi l’ultima fatica di Ishii, adattamento del famoso romanzo surreale di Abe Kobo, non un lungometraggio perfetto (ma il libro non è per tutti), ma forse quello meglio fotografato nella sua carriera.
(1) Si veda Boscarol, Matteo “Mad Max e il Giappone” in Le Strade Furiose di Mad Max. Filosofia del mondo post-atomico, a cura di Rudi Capra e Antonio Pettierre, Mimesis, 2024, pp 102-104

