SPECIALE GANBARE! SPORT E CINEMA: UNA BREVE INTRODUZIONE

di Paolo Torino
I Mondiali di calcio sono terminati da poco e la nazionale giapponese non è riuscita a spingersi oltre i sedicesimi di finale, fermata dal Brasile di Carlo Ancelotti. Eppure, al di là del risultato, la squadra guidata da Moriyasu Hajime ha confermato ancora una volta quell’identità che negli ultimi anni l’ha resa una delle rappresentative più amate anche al di fuori dei propri confini: una formazione capace di sorprendere grazie al sacrificio, alla disciplina collettiva e a una straordinaria forza di volontà. Quella del Giappone è spesso la storia di un outsider, di un underdog che sembra a un passo dall’impresa impossibile, salvo poi scontrarsi con un limite, con il destino o semplicemente con un avversario più forte.
Forse è proprio questo a renderla così affascinante. Lo sport, dopotutto, vive di vittorie ma si nutre soprattutto di racconti, e quelli dei “perdenti” – di chi cade, insiste, ricomincia e continua a inseguire un obiettivo apparentemente irraggiungibile – finiscono spesso per essere i più memorabili.
Non sorprende allora che questa stessa sensibilità attraversi da sempre anche il cinema giapponese. Già nei documentari olimpici Tokyo Olympiad (Tōkyō Orinpikku, 1965) di Ichikawa Kon e Sapporo Winter Olympics (Sapporo Orinpikku, 1972) di Shinoda Masahiro, l’evento sportivo viene osservato ben oltre la cronaca della competizione: il gesto atletico, la fatica, l’attesa e perfino la sconfitta diventano materia cinematografica, rivelando l’umanità nascosta dietro ogni impresa.
Da lì in avanti, lo sport diventa sempre più un pretesto per raccontare la vita. È una competizione con il proprio io, un campo di battaglia morale dove si misurano ambizione, fallimento, riscatto e desiderio di appartenenza. C’è chi cerca la redenzione e chi non la raggiungerà mai; chi impara dai propri errori e chi continua ostinatamente a ripeterli. È un filo rosso che attraversa gran parte della produzione nipponica dedicata allo sport, dalle riflessioni sul professionismo di I Will Buy You (Anata kaimasu, 1956) di Kobayashi Masaki e sulla perseveranza di Record of a Marathon Runner (Aru marason ran’nā no kiroku1964) di Kuroki Kazuo, fino alle immagini visionarie e corrosive di The Boxer (Bokusā,1977) di Terayama Shūji e alla rabbia underground e body horror di Tokyo Fist (Tōkyō fisuto,1995) di Tsukamoto Shin’ya, dove un volto tumefatto può trasformarsi all’improvviso in un dipinto di Francis Bacon.
Persino i racconti di formazione, come Kids Return (Kizzu ritān,1996) di Kitano Takeshi e 800 Two Lap Runners (id., 1994) di Hiroki Ryūichi, mettono in scena il tormento di una generazione attraverso le inquietudini dei loro protagonisti. Le loro strade finiscono per dividersi tra successo e fallimento, riscatto e disillusione, ma la destinazione conta sempre meno del viaggio che li conduce fin lì.
Perché, nel cinema giapponese, la vera posta in gioco raramente coincide con il risultato finale. Ciò che conta è il percorso, il modo in cui si affronta la sconfitta e la dignità con cui si continua a correre, combattere o giocare anche quando la vittoria sembra ormai irraggiungibile: Ganbare!
