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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

TWO SEASONS, TWO STRANGERS (Tabi to hibi, MIYAKE Shō, 2025)

Contemporanea

di Matteo Boscarol

 

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In un lavoro che si presenta quasi come una serie di tableaux paesaggistici, formalmente allo stesso tempo massimalisti e minimalisti, Miyake intesse un’affascinante riflessione sui limiti del linguaggio scritto e parlato e su come il viaggio e la (ri)scoperta dell’atto d’osservazione possa aprire nuove strade e nuovi modi di stare al mondo.

Nagisa e Natsuo si incontrano d’estate in riva al mare. Tra goffi balbettii e qualche passo nell’oceano sferzato dalla pioggia, si riflettono l’una nello sguardo assente dell’altro. D’inverno, in un paese innevato, la sceneggiatrice Lee alloggia nella pensione gestita da Benzō: benché a parole si intendano poco, partono insieme per un’avventura inaspettata. (Locarno Film Festival).

Vincitore del Pardo d’Oro all’ultimo Festival del cinema di Locarno, Miyake Shō si conferma con questa sua ultima fatica una delle voci più interessanti del cinema giapponese contemporaneo—ricordiamo qui almeno l’ottimo Small, Slow But Steady (Keiko-me o sumasete) del 2002. Two Seasons, Two Strangers è un lungometraggio che ha provocato reazioni abbastanza divisive fra addetti ai lavori e amanti della settima arte, si tratta di un’opera dove succede ben poco, in superficie, ma che ha la capacità di toccare alcune fra le corde più sentite nel panorama artistico contemporaneo.

Ma facciamo un passo indietro. Il lungometraggio si ispira a due storie a fumetti di uno dei grandi vecchi del gekiga giapponese, Tsuge Yasuharu. Strutturalmente il film è diviso in due parti, estate e inverno, dove si muovono quattro personaggi assai differenti che hanno però molto in comune, non riveliamo di più per lasciare il senso di scoperta a chi non ha ancora visto il film. 

Da una parte Nagisa e Natsuo che si incontrano in un villaggio di mare, tra onde di un blu quasi iperreale e un paesaggio di rocce e cielo azzurro che donano al segmento in questione una qualità quasi tattile. Il lavoro fatto in fase di fotografia è sublime e i due ragazzi, Kawai Yumi nel ruolo di Nagisa è in stato di grazia pur senza profferire quasi parola, trovano conforto e un senso nell’abitare e nell’attraversare questo scenario di mare. 

Dall’altra parte, in un segmento che occupa la quasi totalità del lungometraggio, le vicende della sceneggiatrice coreana Lee, che abita e lavora in Giappone, ma che si trova in un punto morto ed è convinta di non possedere il talento necessario. La crisi che Lee sta attraversando, la spinge ad intraprendere una sorta di viaggio-deriva nel nord più profondo del Tōhoku (il Giappone del nord), un percorso che viene ispirato grazie al regalo quasi fortuito di una vecchia macchina fotografica. Mettere giù la matita e prendere in mano la macchina fotografica è anche quindi un modo per liberarsi dalle abitudini limitanti e dell’impasse creativa.

Nella macchina fotografica Lee sembra trovare un nuovo modo di vedere e osservare la realtà che si distacca dalla parola scritta e parlata che cerca sempre di definire, catalogare e catturare. Tutto questo non è mai esplicitato dalla protagonista ma è un non detto che viene portato in scena attraverso lunghe inquadrature su paesaggi apparentemente anodini e attraverso il rapporto della donna con il vecchio Benzō. Lei coreana, lui che parla un forte dialetto del Tōhoku; lei scrittrice ed artista, lui burbero che ha alle spalle un matrimonio andato male e che ora vive da solo in una vecchia pensione dove non ci sono quasi mai clienti. 

Da un punto di vista formale, non solo i colori marini della prima parte sono di una bellezza quasi accecante, ma i diversi gradi di oscurità e i grigi tenui, che ricordano in alcuni casi le pitture di paesaggi cinesi, sono essenziali nella seconda parte del film. Si tratta in fin dei conti di un film il cui tema di fondo è quello di riscoprire come guardare e reimmaginare il mondo che ci circonda e da esso venir permeati. A questo si riconnette il rapporto del film con la parola scritta e parlata di cui si scriveva più sopra e come questa possa diventare spesso motivo di oppressione e incatenamento.  Al contrario, il movimento, il viaggio e l’apertura all’incontro con persone e paesaggi di ogni giorno (ecco l’importanza dell’hibi, il “quotidiano” del titolo originale) offrono una sorta di liberazione, creando nuove linee di fuga per chi sa mettersi in cammino. 

Titolo originale:旅と日々 (Tabi to hibi); regia e sceneggiatura: Miyake Shō; soggetto: da due manga di Tsuge Yasuharu; interpreti: Kawai Yūmi (Nagisa), Takada Mansaku (Natsuo), Shim Eun-kyung (Lee), Tsutsumi Shin’ichi (Benzō); distribuzione: Bitter Ends; anteprima: Festival di Locarno 2025; uscita in Giappone: 7 novembre 2025; durata: 89’.

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