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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

TOKYO TOWER: MOM AND ME, AND SOMETIMES DAD (Tōkyō tawā – okan to boku to, tokidoki oton, MATSUOKA Jōji, 2007)

Speciale Kiki Kirin 

 

di Claudia Bertolé

Il film si basa sulla famosa autobiografia dell’attore – oltre che scrittore, illustratore, e anche cantante – Lily Franky, già adattata in precedenza per la televisione. La storia è un continuo dialogo del protagonista con il proprio passato e con le figure familiari che ne hanno fatto parte: un padre eccentrico, spesso ubriaco e per lo più assente, e una madre amorevole e accogliente, un faro che guida nel buio, come la Tokyo Tower illuminata che svetta sopra i tetti nella notte della capitale. 

Masaya cresce in una famiglia disfunzionale, la sua guida è la madre, una donna coraggiosa e ironica che fa di tutto per sostenerlo, anche quando lui si trasferisce a Tokyo per frequentare l’università, ma in realtà perde tempo con gli amici e non si impegna come dovrebbe. Quando alla donna viene diagnosticato un cancro e inizia un percorso di cure e ospedalizzazione, madre e figlio torneranno a vivere insieme nella capitale. A quel punto sarà lui a doversi occupare di lei, ritrovando tutto l’affetto di un legame indissolubile, fino a quando la malattia non prenderà il sopravvento. 

Il film di Matsuoka Jōji – regista che già in precedenti opere si era concentrato su dinamiche e legami familiari complicati, come in Akashia no michi del 2001 – si apre con un’ombra dietro una porta: il padre di Masaya, figura evanescente nella sua vita, rientra a casa ubriaco, e aggredisce la giovane moglie, finendo per vomitarle addosso. La storia, sottolineata dal racconto in voice over del protagonista, è quella di una famiglia disfunzionale, che si sgretola nel momento in cui la moglie decide di lasciare quel marito egocentrico e anaffettivo – di cui vediamo fin da subito il ritratto in una foto da giovane davanti alla onnipresente Tokyo Tower ancora in costruzione – per poi rinascere in forme diverse, aggregato di amici attorno al nucleo forte composto da Masaya e sua madre, saltuariamente con la presenza del padre. C’è ironia e leggerezza nel ripercorrere le dinamiche delle relazioni che si trasformano negli anni, mentre le emozioni e le ansie passano attraverso il filo di un telefono fisso, unico strumento per rimanere in contatto;  il tenersi per mano tra madre e figlio si fa simbolo di un sentimento forte e profondo, mentre camminano sui binari del treno per raggiungere la casa della nonna dove andranno a vivere, la giovane Eiko e il piccolo Masaya o, molti anni dopo, questa volta al ralenti per cristallizzare un’emozione e un momento, in mezzo alla folla di una strada della capitale, diretti in ospedale, un figlio adulto e la propria madre dal destino segnato.

Il dialogo con il passato è costruito attraverso flashback ricorrenti dell’infanzia di Masaya come quelli che ritraggono una giovane Eiko a casa della madre insieme al figlio, nei momenti di svago e nella semplice quotidianità, o anche vere e proprie ‘incursioni’ di ricordi: Masaya bambino che attraverso la parete riflettente di uno specchio fissa lo sguardo nella propria versione adulta. Non un espediente nuovo, ma sempre efficace: tra i tanti mi viene in mente il film di Okita Shuichi Ora Ora Be Goin’ Alone (Ora ora de hitori igumo) del 2020, nel quale il passato e i ricordi di una donna anziana ‘lambivano’ il suo presente in maniera analoga. Matsuoka arricchisce il quadro con tanti rimandi: il coniglietto salvato da morte sicura sui binari da bambino e i conigli Bread e Grape in età adulta, o, ovviamente, la Tokyo Tower, simbolo di un sogno di futuro che aveva già colpito l’immaginario del padre e che rapisce anche lo sguardo di Eiko, di Masaya e della fidanzata. In un passaggio pieno di emozione i tre fermano il taxi di notte davanti alle luci della torre e i loro sguardi ammirati valicano il confine dell’inquadratura verso luci sfavillanti che vediamo riflesse sui loro volti sognanti, inquadrati per un breve istante dal finestrino dell’auto. 

Odagiri Jō e Kiki Kirin formano una coppia madre-figlio convincente. Lui distante come è naturale che sia negli anni della crescita e poi in un percorso di riavvicinamento alla madre e di presa in carico dell’esperienza del dolore. Lei dolce, ironica, a tratti spaesata, dà vita a un personaggio coraggioso e che affronta l’esistenza con quel misto di rassegnazione e divertimento tipica di molte sue interpretazioni. Nella sequenza in montaggio alternato del trasferimento a Tokyo, il momento drammatico di passaggio ad una nuova fase della vita è espresso dal volto serio di Kiki Kirin, che si muove lenta in quelle stanze che non rivedrà più, nel suo voltarsi a guardare un’ultima volta la casa, mentre il figlio, che sta andando a prenderla alla stazione, è altrettanto visibilmente nervoso.   

Nella nuova coabitazione la donna catalizza l’attenzione con la sua simpatia, in momenti condivisi con la ‘nuova famiglia’ degli amici di lui che intrattiene con il suo fare teatrale. 

L’ultima parte del film indugia sul momento della sofferenza che anticipa la separazione definitiva e in questo segmento sono i silenzi e gli sguardi (rivolti anche a quel ‘faro’ illuminato nella notte che svetta al di là del vetro della finestra) a dettare il ritmo del racconto.

Titolo originale: 東京タワー オカンとボクと、時々、オトン(Tōkyō tawā – okan to boku to, tokidoki oton); sceneggiatura: Lily Franky (autobiografia), Matsuo Suzuki; regia: Matsuoka Jōji; fotografia: Kasamatsu Norimichi; interpreti: Kiki Kirin (Eiko), Odagiri Jō (Masaya), Uchida Yayako (Eiko giovane), Matsu Takako (Mizue), Kobayashi Kaoru (padre), Rokkaku Seiji (editore); produttori: Miura Kanji, Miwa Genichi; prima uscita Giappone: 4 aprile 2007; durata: 142’.

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