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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

KIKI KIRIN NEI FILM DI KOREEDA HIROKAZU

Speciale Kiki Kirin 

 

di Claudia Bertolé

 

Alcune delle prove attoriali più note di Kiki Kirin appartengono alla filmografia di Koreeda Hirokazu, il regista che ha reso la rappresentazione dei nuclei familiari uno dei tratti distintivi del proprio cinema. A partire da Still Walking (Aruitemo aruitemo, 2008) la presenza dell’attrice è una costante nei film di Koreeda, a incarnare la figura femminile anziana, la madre/nonna a volte dolce, altre polemica, ironica ma anche acuta e sarcastica. Kiki Kirin e Koreeda sembrano regalarsi reciproca ispirazione: l’interpretazione di lei ha i tratti della figura materna del regista, lui costruisce le famiglie dei suoi racconti attorno a quel sostegno onnipresente. Kiki Kirin diventa la Musa che attraversa con ironia e apparente leggerezza un segmento importante della produzione del regista.

 

Piccola donna combattiva: Still Walking (Aruitemo aruitemo, 2008)

La famiglia Yokoyama si riunisce una volta all’anno per commemorare lo scomparso primogenito Junpei. La riunione, che ha luogo nella casa degli anziani genitori, è l’occasione per celebrare ricordi, ma anche per disseppellire passati rancori, in un’atmosfera nostalgica scandita dall’inesorabile trascorrere del tempo.  

Still Walking è un grande affresco familiare, opera in parte autobiografica (Koreeda si ispira per i personaggi ai propri genitori) che si concentra fin dalle prime inquadrature sulla figura della madre. È lei che appare in apertura, in cucina con la figlia, impegnate a preparare il pranzo e avvolte nei dialoghi della quotidianità. All’arrivo dell’altro figlio, Ryōta, insieme alla nuova moglie e al figlio di lei, il dramma familiare si dipana svelando disagi irrisolti, rancori non sopiti, in un gioco di memorie e assenze (quella di Junpei in primo luogo) che interagiscono con le dinamiche dei vivi e con le relazioni familiari. Il personaggio interpretato da Kiki Kirin nella sua prima collaborazione con Koreeda – e grazie al quale si aggiudicò diversi premi – è forse uno dei più complessi e interessanti: una donnina gentile e sorridente che chiacchiera volentieri, apparentemente mite, e che poi, in alcuni passaggi, declina emozioni contrastanti. Si lascia trasportare dal sarcasmo, soprattutto con il marito, diventa quasi crudele nei confronti del ragazzo sopravvissuto grazie all’intervento di Junpei, (quello slancio che al primogenito Yokoyama era costato la vita), un giovane che ogni anno viene invitato alla commemorazione del figlio defunto, insegue come ipnotizzata una farfalla che immagina essere la reincarnazione del figlio perduto, per finire con un piglio risoluto nei confronti di quel marito burbero che già molti anni prima, quando era una giovane madre, l’aveva tradita. A quest’ultimo riguardo una delle sequenze più interessanti – oltre che per la brillante interpretazione dell’attrice anche per il modo in cui è costruita e risolta – è quella in cui, durante una cena di famiglia, la donna insiste per far ascoltare una popolare canzone degli anni Sessanta il cui ritornello è anche il titolo del film, Blue Light Yokohama. Il regista si avvicina gradualmente al viso tranquillo e sorridente della donna che canticchia sulle note. Poco dopo però la figura minuta di lei entra nel locale in cui il marito sta facendo il bagno e gli svela che si tratta della canzone che, tanti anni prima, dopo averlo pedinato, gli aveva sentito cantare dall’interno della casa dell’amante. Al momento della rivelazione il volto è celato da una lastra di vetro, la voce dell’attrice è tranquilla ma decisa, come una lama che affonda nel cuore dei ricordi e l’effetto di quanto ha svelato è chiaramente percepibile dall’espressione sul viso dell’uomo. 

 

Una nonna con i fiori tra i capelli: I Wish (Kiseki, 2011)

Due giovanissimi fratelli sono costretti a vivere separati in città diverse a causa del divorzio dei genitori. Kōichi vive con la madre e i nonni, Ryūnosuke con il padre. Quando vengono a sapere che di lì a poco verrà completato il collegamento ferroviario tra le due città con i treni superveloci, si organizzano per poter raggiungere il luogo in cui i convogli provenienti dalle opposte direzioni si incroceranno per verificare se in quel preciso istante accadrà il “miracolo” e la loro famiglia potrà riunirsi nuovamente.

Prendendo spunto dal disagio originato da una separazione, Koreeda si insinua nel rapporto intergenerazionale, ritrae mondi a confronto, quello di adulti allo sbando, feriti da desideri frustrati e apparentemente incapaci di reagire (come i genitori dei due fratellini) e quello fresco e creativo dei bambini saggi e sognatori. I Wish è un’indagine sulla forza magica, evocativa del desiderio: Kōichi è serissimo nella propria ossessione di riunire il gruppo familiare e crede nel “miracolo” ferroviario che intervenga a risolvere una situazione che gli provoca disagio, neppure la spensieratezza del fratello lo smuove, fino alla svolta finale della consapevolezza. Uno dei passaggi più toccanti del film è proprio quello in cui, con uno stile tipico da documentario, il regista interroga i bambini su quali siano i loro desideri e loro si svelano, uno dopo l’altro, in primi piani frontali, raccontando di aspirazioni e sogni. La forza del desiderio si tinge quasi di sacro nel film di Koreeda e viene rispettata e sostenuta dai componenti di quel terzo gruppo che è il solo in grado di riconoscerla: gli anziani. Il nonno dei due si farà parte attiva per assicurare che i bambini riescano a portare a termine la loro impresa, mentre si impegna – anche lui ostinato sognatore – nella ricerca della ricetta perfetta per un dolce classico da reinterpretare in onore dell’inaugurazione della nuova tratta dei treni veloci. Più defilato che nel film precedente il ruolo interpretato da Kiki Kirin, ma caratterizzato dalle riconoscibili note di leggerezza e ironia nelle sequenze che la ritraggono nella quotidianità della famiglia, quasi un contraltare al personaggio della giovane madre dei due fratelli, che invece manifesta in ogni momento il peso del disagio. Koreeda la ritrae appoggiata a un muro, dopo una serata trascorsa con amici, con un’espressione sconsolata e le luci sfocate e baluginanti della città a farle da cornice: come nel precedente Maborosi (Maboroshi no hikari, 1995), e in altri suoi film, è l’ambiente circostante che definisce lo stato d’animo dei suoi personaggi.

 

“Conta chi ti educa”: Father and Son (Soshite chichi ni naru, 2013)

Le famiglie Nonomiya e Saiki scoprono improvvisamente che i loro figli, nati lo stesso giorno sei anni prima, sono stati scambiati alla nascita nell’ospedale in cui le madri avevano partorito. La notizia cambia le vite di tutti i componenti dei due nuclei familiari e li pone di fronte al problema di dover gestire la difficile situazione: la soluzione è far rientrare i piccoli nelle famiglie di origine in virtù dei dati genetici o tenere conto di quei legami forti che si sono venuti a creare negli anni?

Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2013, Father and Son è un percorso introspettivo nell’animo umano per tentare di scoprire le ragioni autentiche che determinano i legami. Lo sguardo del regista si concentra sulle persone coinvolte, su Nonomiya Ryōta in primo luogo, il padre di Keita, un uomo deciso, combattivo, affermato nel proprio lavoro, che vorrebbe un figlio altrettanto competitivo, mentre Keita è un bambino dolce, troppo poco aggressivo ai suoi occhi. Nel momento in cui la vita di Ryōta viene sconvolta dalla notizia dello scambio dei piccoli, l’uomo reagisce dapprima manifestando l’intenzione di scegliere il figlio naturale cresciuto dall’altra coppia, Ryūsei, salvo poi lasciarsi convincere a poco a poco dalle ragioni del cuore e concedere spazio a un possibile cambiamento di opinione. Le fazioni familiari si schierano: gli uomini o almeno la maggior parte di loro, sono dell’idea di privilegiare i legami di sangue. Ryōta sembra comprendere solo in quel momento come mai il figlio gli paresse tanto diverso da lui. Le madri, le nonne, la pensano diversamente. Kiki Kirin interpreta nel film il ruolo della nonna di Keita e in alcuni passaggi è perentoria nel mettere in chiaro il proprio pensiero, infatti afferma: “Conta chi ti educa”. Koreeda indaga gesti e silenzi quotidiani in un lento, ma costante, movimento della macchina da presa che per tutta la durata del film avvolge i personaggi e le loro perplessità.  

Il regista non scioglie i dubbi, l’approccio a un tema così intimo è discreto, fatto di una messinscena minimale, di lenti avvicinamenti ai personaggi, di un accurato utilizzo della luce, come in una toccante sequenza in treno che coinvolge Keita e la madre. L’enigma in definitiva non viene risolto, ma le fotografie scattate da Keita che Ryōta trova e osserva gli offrono la possibilità di comprendere di essere sul serio un genitore: lo sguardo si fa strumento di connessione, è il filo che lega un padre al proprio figlio, quasi fosse la proiezione dell’anima in cui riconoscersi.  

 

 

Still Walking – Titolo originale: 歩いても 歩いても (Aruite mo aruite mo)Soggetto, sceneggiatura, regia e montaggio: Koreeda Hirokazu; fotografia: Yamazaki Yutaka; suono: Tsurumaki Yutaka, Ōtake Shūji; interpreti e personaggi: Abe Hiroshi (Yokoyama Ryōta), Natsukawa Yui (Yokoyama Yukari), Harada Yoshio (Yokoyama Kyōhei), Kiki Kirin (Yokoyama Toshiko); produttori: Katō Yoshihiro, Kōno Satoshi, Taguchi Hijiri, Yasuda Masahiro; Giappone 2008; durata: 114’.

I Wish – Titolo originale: (Kiseki); Soggetto, sceneggiatura, regia e montaggio: Koreeda Hirokazu; fotografia: Yamazaki Yutaka; interpreti e personaggi: Maeda Kōki (Kōichi), Maeda Ōshirō (Ryūnosuke), Ōtsuka Nene (madre), Odagiri Jō (padre), Kiki Kirin (nonna), Hashizume Isao (nonno); produttori: Koike Kentarō, Taguchi Hijiri; Giappone 2011; durata: 128’.

Father and Son – Titolo originale: そして父にな(Soshite chichi ni naru); Sceneggiatura, regia e montaggio: Koreeda Hirokazu; fotografia: Takimoto Mikiya; Interpreti e personaggi: Fukuyama Masaharu (Nonomiya Ryōta), Lily Franky (Saiki Yudai), Ono Machiko (Nonomiya Midori), Maki Yōko (Saiki Yukari), Ninomiya Keita (Nonomiya Keita), Shōgen Hwang (Saiki Ryūsei), Kunimura Jun (Kamiyama Kazushi), Kiki Kirin (nonna di Keita); produttori: Matsuzaki Kaoru, Taguchi Hijiri; Giappone 2013; durata: 120’.

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