VILLAIN (Akunin, LEE Sang-il, 2010)
Speciale Kiki Kirin
di Fabio Canessa

Basato su un romanzo di Yoshida Shūichi, pubblicato in Italia con il titolo “L’uomo che voleva uccidermi”, il lungometraggio di Lee Sang-il ha fatto incetta di premi in patria*. Tra i riconoscimenti quello come miglior attrice non protagonista ai Japan Academy Awards a Kiki Kirin. È dal suo personaggio, la nonna del giovane responsabile dell’omicidio sul quale ruota il racconto, che passa la riflessione, tra le principali del film, sul senso di colpa, sul disorientamento, sul dolore e la vergogna che accompagnano i familiari di chi si macchia di un delitto.
Yuichi, giovane operaio solitario che vive con i nonni, frequenta a pagamento la ventenne assicuratrice Yoshino dopo averla conosciuta tramite internet. La sera del loro nuovo appuntamento la ragazza però lo liquida per andare con Keigo, viziato studente universitario di buona famiglia che si prende gioco di lei e a un certo punto, irritato, la sbatte fuori dalla sua macchina lungo una strada isolata. Yuichi che li ha seguiti si offre di aiutarla, ma Yoshino non ne vuole sapere e minaccia di denunciarlo per aggressione. A quel punto il giovane perde la testa e finisce per strangolarla. Mentre le indagini vanno avanti, Yuichi continua la sua vita e inizia a uscire con Mitsuyo, una donna sola conosciuta sempre su internet. Tra i due nasce un legame intenso e dopo che Yuichi le confessa il suo crimine, quando ormai è nel mirino della polizia, si danno alla fuga insieme.
Villain si sviluppa intorno a un crimine, cornice di un racconto teso all’esplorazione delle vite dei personaggi coinvolti direttamente e indirettamente nel delitto. Il giallo è in fondo presto abbandonato, il film muta forma in dramma sociale e poi in un road movie tinteggiato di melodramma romantico. Seguendo il materiale letterario di partenza, Lee Sang-il, che firma anche la sceneggiatura a quattro mani con lo stesso autore del romanzo, mette sul tavolo fin troppi elementi con l’ambizione di creare un’opera stratificata. Solitudine, emarginazione, differenze sociali, desiderio d’amore e incapacità d’amare, perdita di valori, il lato oscuro della tecnologia nelle relazioni umane. Gli spunti interessanti non mancano, ma le riflessioni proposte rimangono un po’ in superficie perdendo di incisività.

A sostenere il film c’è un cast di rilievo. Tsumabuki Satoshi, nel ruolo di Yuichi, assolve bene il compito di restituire la dualità del suo personaggio. Certo il femminicidio non si può giustificare con l’atteggiamento discutibile della vittima, eppure la repulsione nei suoi confronti si accompagna a una certa compassione. Fukatsu Eri, nella parte di Mitsuyo, offre una performance notevole nei panni di una donna sola che, prendendo in prestito i versi di una famosa canzone di Antonello Venditti, tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore.
Insieme e oltre i due protagonisti brillano Emoto Akira e Kiki Kirin, con la loro capacità ampiamente dimostrata nelle rispettive carriere di lasciare il segno anche in ruoli di supporto rispetto ai primi nomi del cast. Nel film incarnano i personaggi che servono a mostrare i devastanti effetti sui familiari, nei versanti opposti, della tragica morte che muove il racconto. Se l’attore è il padre della vittima, con pensieri di vendetta mossi dal dolore della perdita, l’attrice è la nonna del colpevole. Più di un nipote, per lei Yuichi è come un figlio avendolo cresciuto dopo che la madre lo aveva abbandonato. Amore incondizionato da una parte, incapacità di capire veramente il nipote e il suo disagio dall’altra. “Qualunque cosa accada, Yuichi è figlio mio” esclama a un certo punto, quando i sospetti su di lui si fanno sempre più concreti e la sua casa è piantonata dalla polizia.

E presto fuori dall’abitazione comincia a formarsi anche l’immancabile stuolo di giornalisti, con il sensazionalismo nella copertura del fatto di cronaca nera che aggiunge un altro elemento all’affresco sociale tratteggiato da Lee Sang-il. L’aggressività dei media, senza scrupoli nel circondare la donna in difficoltà, confusa e affranta, viene evidenziata in particolare in due momenti. Il secondo di grande intensità, con un montaggio alternato alla cattura di Yuichi, si chiude con un’inquadratura plongée che mostra Kiki Kirin accerchiata dai reporter mentre si piega in uno straziante inchino di scuse. Al suo personaggio è delegato anche un altro aspetto inserito nel racconto, quello della vulnerabilità degli anziani di fronte a imbonitori e truffatori. Una piccola sottotrama che sembra un po’ buttata lì, quasi inutile se non a sottolineare quanto appare già chiaro: il significato suggerito dal titolo va visto oltre la definizione di un singolo individuo.
* Miglior film ai Mainichi Film Concours. Miglior film, regia, sceneggiatura e attore non protagonista ai Kinema Junpo Awards. Miglior attore protagonista, attrice protagonista, attore non protagonista, attrice non protagonista e colonna sonora ai Japan Academy Awards
Titolo originale: 悪人(Akunin); regia: Lee Sang-il; sceneggiatura: Lee Sang-il, Yoshida Shūichi; fotografia: Kasamatsu Norimichi; musica: Hisaishi Joe; montaggio: Imai Takeshi; interpreti e personaggi: Tsumabuki Satoshi (Yuichi), Fukatsu Eri (Mitsuyo), Mitsushima Hikari (Yoshino), Kiki Kirin (la nonna di Yuichi), Emoto Akira (il padre di Yoshino), Okada Masaki (Keigo); produzione: Toho; uscita in Giappone: 11 settembre 2010; durata: 139’.

