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SONATINE CLASSICS

SONATINE

Il blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo e classico

CHRONICLE OF MY MOTHER (Waga haha no ki, HARADA Masato, 2011)

Speciale Kiki Kirin

di Davide Parpinel

Una riflessione nemmeno tanto intima sui rapporti familiari e su come questi si spieghino e si portino avanti di generazione in generazione. Può cambiare qualcosa? Certo, e Harada lo dimostra con una sensibilità e una precisione emotiva che permette alla storia narrata di passare da personale a universale.

Negli anni del dopoguerra, la famiglia di Kosaku emigrò dal Giappone temporaneamente a Taiwan e lui fu lasciato alle cure della nonna Nui, un episodio che segnò profondamente la sua infanzia. Divenuto in età adulta uno scrittore, questa esperienza di abbandono alimenta i temi ricorrenti della sua narrativa e influenza, anche, la sua relazione con la madre. Così, quando suo padre muore, Kosaku torna nella città natale per occuparsi di Yae, sua madre, ora affetta da demenza, mentre le figlie dell’uomo cercano di gestire la quotidianità tra cura, ricordi e segreti di famiglia. Kosaku, quindi, diventa sempre più comprensivo e cerca una strada di avvicinamento nei confronti della madre, tanto da manifestarsi una progressiva trasformazione dei legami familiari in particolare tra Kosaku e la figlia Kotoko. 

Chronicle of My Mother è, dunque, un dramma familiare che esplora le dinamiche intergenerazionali e il peso dei legami materni oltre che le complesse relazioni familiari. Il film copre un arco temporale di circa quindici anni, dagli anni ’50 agli anni ’70 del Novecento, raccontando i cambiamenti di una famiglia giapponese con un ritmo deliberatamente lento. Il regista, infatti, evita l’eccesso di sentimentalismo, preferendo una narrazione sobria e misurata che permette allo spettatore di osservare il progressivo declino della madre Yae e l’evoluzione interiore di Kosaku, senza forzare le emozioni. Nel mantenere questa situazione di controllo emotivo sono fondamentali le interpretazioni dei protagonisti: Yakusho Kōji (Kosaku) esprime una patriarcale mascolinità abbastanza contenuta, soprattutto all’inizio del film, da cui traspare, mano a mano che le verità emergono, una sensibilità latente. Kiki Kirin, dal canto suo, che interpreta il ruolo di Yae, dimostra un realistico e progressivo decadimento cognitivo, evitando di arroccarsi nel cliché della donna anziana malata. E poi c’è Miyazaki Aoi, Kotoko, la figlia di Kosaku, che assurge al ruolo di mediatrice emotiva tra le diverse generazioni e con una personalità sempre più cosciente di interprete del complicato rapporto padre-figlia.

Il film, quindi, si incardina sulle contrapposizioni, tra il figlio e la madre; tra il padre e la figlia; tra la nonna e la nipote, che non rimangono irrisolte, ma mutano, si articolano, e trovano nuove strade di espressione. All’inizio è il personaggio di Kosaku a dominare la narrazione e le scene, per poi lasciare entrare nella sua vita il personaggio della madre e quindi, della figlia Kotoko che infatti, è la narratrice della vicenda. Harada cerca in tutti i modi di mantenere vive queste relazioni duali, scegliendo spesso linguisticamente il campo e controcampo, ma anche le inquadrature dall’alto, magari negli interni o anche il fuoco e fuori fuoco così da sottolineare la causa e l’effetto delle affermazioni. E poi si sofferma sui primi piani, a volte primissimi, per catturare le sfumature emotive di uno sguardo o di un movimento del volto. Non è un caso, quindi, che in questi momenti di isolamento narrativo e visivo, avvengano le confessioni, i confronti e le spiegazioni delle scelte di vita soprattutto tra Kosaku e Yae che appaiono all’inizio dure e difficili da sentire, per poi sbloccarsi e risolversi in quella scena (quasi) finale in cui madre e figlio, con accanto l’emozionata Kotoko, accompagnati  dallo sciabordio del mare, si lasciando andare a sorrisi e giochi, così da appianare qualsiasi rancore. 

Senza dubbio, Chronicle of My Mother richiama l’opera di Ozu Yasujirō sia nei temi che nella composizione visiva: il film celebra, infatti, la quotidianità familiare, i piccoli rituali e il passaggio del tempo, con un’influenza evidente nelle inquadrature fisse, negli spazi interni ordinati, nei particolari dell’abbigliamento e nei dettagli che segnano la vita domestica. Allo stesso tempo, Harada introduce elementi lirici e poetici personali, come la ripetizione di fotogrammi simbolici (come l’oscurità che circonda i personaggi nei momenti di più intima confessione a sottolineare il buio delle loro anime), e una cura per i paesaggi autunnali, i ruscelli e il mare che diventano metafore della vita ciclica e della memoria. La colonna sonora, discreta e spesso affidata a musica da camera, si propone in alcuni momenti solo a creare un’atmosfera maggiormente contemplativa.

In definitiva, Chronicle of My Mother è un’opera che unisce dramma familiare, introspezione psicologica e linguaggio cinematografico riflessivo. La sobrietà narrativa e la cura stilistica creano un’esperienza meditativa: lo spettatore è invitato a riflettere sul rapporto tra genitori e figli, sulla memoria, sul passaggio del tempo e sulla responsabilità familiare, senza mai essere guidato in modo esplicito su cosa provare. E in questo, l’interpretazione di Kiki Kirin esemplifica alla perfezione quanto detto. Come ha spesso dimostrato in altre sue prove attoriali, l’attrice non abbandona mai la misura del realistico, non eccede mai oltre quanto potrebbe davvero provare una persona affetta dalla demenza di cui soffre il suo personaggio. Le sue parole frammentarie, le dichiarazioni sul suo passato e sul suo presente, finanche i suoi gesti insensati come vagare di notte in cerca di un bambino, appaiono sempre sentiti e naturali, tanto da permettere una stretta relazione tra chi guarda e ciò che appare sullo schermo.


Titolo originale: わが母の記, (Waga haha no ki); regia: Harada Masato; sceneggiatura: Inoue Yasushi e Harada Masato; fotografia: Akiko Ashizawa; montaggio: Harada Eugene; musica: Fuuki Harumi; interpreti e personaggi: Yakusho Kōji (Kosaku), Kiki Kirin (Yae), Miyazaki Aoi (Kotoko), Minami Kaho (Kuwako); produzione: Shochiku, Dentsu, King Records; prima uscita in Giappone: 28 aprile 2012; durata: 108’

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