CINEMA GIAPPONESE A VENEZIA 83
Mostra del Cinema di Venezia 2026
di Fabio Canessa

Film di maestri riconosciuti, documentari che esplorano antiche tradizioni, coproduzioni internazionali: è corposa e variegata la presenza del cinema giapponese alla 83esima Mostra d’arte cinematografica di Venezia in programma dal 2 al 12 settembre. A guidare il contingente nipponico due big come Koreeda Hirokazu e Tsukamoto Shin’ya, in gara per il Leone d’Oro. E la bandiera del Paese del Sol Levante sventola anche nelle altre sezioni della selezione ufficiale.
Due film giapponesi in concorso non si vedevano dai tempi di Marco Müller che durante i suoi anni al timone della Mostra, dal 2004 al 2011, ha sempre guardato con particolare attenzione al cinema dell’Estremo Oriente. In competizione due veterani, con la speranza di riportare in patria il Leone d’Oro: l’ultimo risale al 1997 con l’affermazione di Hana-bi di Kitano Takeshi. Il terzo nella storia dopo i fasti degli anni Cinquanta, quelli della Golden Age del cinema giapponese consacrato internazionalmente proprio dalla Mostra di Venezia, quando il premio era andato a Rashomon di Kurosawa Akira (1950) e L’uomo del risciò (Muhōmatsu no isshō, 1958) di Inagaki Hiroshi.
Koreeda Hirokazu si presenta al Lido con Look Back (Rukku bakku), adattamento live-action dell’omonimo e acclamato manga autoconclusivo di Fujimoto Tatsuki, già portato sullo schermo in una riuscitissima versione animata da Oshiyama Kiyotaka. La storia di due ragazze diverse tra loro, una socievole e determinata, l’altra solitaria e impacciata, unite dalla passione per il disegno e dal sogno di diventare mangaka. Per il regista, un habitué del Festival Cannes, si tratta della quarta volta a Venezia che lo tenne a battesimo nel 1995 con il suo primo film di finzione Maborosi (Maboroshi no hikari).

Tsukamoto Shin’ya ha presentato alla Mostra gran parte della sua filmografia, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, tra il concorso e le altre sezioni. Un legame profondo che si rinnova con Mr. Nelson, Did You Kill People? (Nelson-san, anata wa hito o koroshimashita ka) ispirato all’autobiografia di Allen Nelson: un reduce dal Vietnam, con la sindrome da stress post-traumatico, che diventa un attivista per la pace. Ancora la guerra e le sue conseguenze, riflessione centrale nei suoi ultimi lavori, questa volta con una coproduzione internazionale che unisce Giappone, Stati Uniti, Thailandia, Vietnam e ha come interpreti principali degli attori non giapponesi (tra questi l’australiano, già Premio Oscar, Geoffrey Rush). Sarà strano, per chi frequenta la Mostra, non vedere come d’abitudine il regista in compagnia di Maria Roberta Novielli, scomparsa recentemente. Docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperta di cinema giapponese e punto di riferimento per gli appassionati in Italia, con Tsukamoto aveva instaurato un duraturo rapporto di collaborazione e amicizia. Un dialogo diretto dal quale nasce anche il volume “Anatomia dei corpi ibridi”, fresco di pubblicazione con Marsilio.

Il fuori concorso, ribattezzato Venice Open, ospita altri due registi noti, attivi dagli anni Novanta: Sabu, pseudonimo di Tanaka Hiroyuki, e Miike Takashi. Il primo, come esperienze festivaliere legato soprattutto alla Berlinale, con Arrested Memory porta al Lido un poliziesco incentrato su un detective di Taipei che ha problemi di amnesia. Miike invece torna alla Mostra con quella che si può definire una sorpresa pensando al suo percorso cinematografico: un documentario intitolato Shumei – The Living Legacy of Kabuki che mostra i sacrifici e le responsabilità di chi è chiamato a tramandare l’antica tradizione teatrale giapponese.
Un altro documentario, su un’altra tradizione simbolo del Paese del Sol Levante, trova spazio nella sezione Venezia Spotlight introdotta dalla scorsa edizione. Si intitola Sumo: Spirit Weighs Nothing e vuole offrire un accesso esclusivo al mondo dello sport nazionale giapponese, raccontando la quotidianità di un gruppo di lottatori seguiti nel corso di un anno. La regia è del nippo-americano Erik Shirai, nato e cresciuto negli Stati Uniti ma evidentemente sensibile alle sue origini ricordando anche il suo precedente lavoro The Birth of Saké (2015) sulla produzione della tipica bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del riso.
Nel programma del concorso di Orizzonti, sezione dedicata a film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive, con particolare riguardo ad autori esordienti ed emergenti, rientra The Color of Sun che rappresenta l’opera prima di Xavier Tera, canadese ma residente in Giappone. Una coproduzione, tra il Paese d’origine e quello d’adozione del regista, ma che coinvolge curiosamente anche l’Italia, per un racconto di formazione ambientato a Okinawa in cui, riprendendo le parole della sinossi ufficiale, ci si interroga sul significato di sentirsi parte di qualcosa.

Venezia Classici, selezione di film restaurati recentemente, prosegue nella sacrosanta riscoperta dell’opera di Sōmai Shinji dopo la proposta di Moving (Ohikkoshi, 1993) nell’edizione di tre anni fa. In programma The Catch (Gyoei no mure, 1983), lungometraggio tra realismo sociale e melodramma che si sviluppa intorno al rapporto tra un burbero pescatore di tonni e il fidanzato della figlia. A proposito di storia del cinema da segnalare, nella sezione Films of Films di Venice Open, anche il documentario Twist & Shoot Mister Suzuki sulla carriera e l’estetica del ribelle e visionario Suzuki Seijun. A firmarlo il francese Yves Montmayeur, specializzato in ritratti di grandi registi (tra i suoi precedenti lavori Citizen K su Kitano Takeshi, uscito nel 2021).
Da ricordare infine quel mondo a parte ospitato nel programma di Venice Immersive, la sezione dedicata ai media immersivi che include tutti i mezzi di espressione creativa Extended Reality. In concorso due progetti giapponesi: Nox di Nakada Rio e Tomori di Haru Misa.
Le immagini presenti nell’articolo sono tratte, nell’ordine, da Look Back, Arrested Memory e The Catch
