KIDS RETURN (Kizzu Ritān, KITANO Takeshi, 1996)
SPECIALE GAMBARE! SPORT E CINEMA
di Jacopo Barbero

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Al momento della sua uscita nel 1996, Kids Return marcò il maggior successo di pubblico e critica in patria per Kitano Takeshi. Già amatissimo all’estero, specialmente per il celebre Sonatine (1993), il regista aveva fino ad allora goduto di minore apprezzamento proprio nel natio Giappone. Eppure, Kids Return – girato poco dopo il recupero dall’incidente motociclistico che lasciò Kitano con una paralisi facciale parziale – è una continuazione coerente del percorso autoriale del regista che, senza abbandonare i tratti ironici e surreali del suo cinema, punta la macchina da presa sui giovani giapponesi alle prese, negli anni Novanta, con la precarietà economica ed esistenziale del cosiddetto “decennio perduto”.
Lo sbruffone Masaru e il timido Shinji sono compagni di classe inseparabili e agiscono da bulli sia verso gli altri ragazzi sia verso i propri insegnanti. Quando due vittime delle loro angherie ingaggiano un pugile per pestare Masaru, quest’ultimo decide di iniziare a praticare il pugilato per vendicarsi, trascinando Shinji con sé. Ben presto, tuttavia, Shinji rivela un talento per la boxe ben superiore a quello di Masaru, che abbandona lo sport per darsi alla delinquenza vera e propria, facendosi arruolare da un boss della yakuza locale. I percorsi di vita dei due ragazzi, fino a quel momento paralleli, si separano così con la promessa di rincontrarsi una volta raggiunto il vertice nei rispettivi mondi. Ma in poco tempo gli eventi assumono una svolta più drammatica del previsto…
Kids Return si inserisce agilmente in un filone di film sull’alienazione e la precarietà giovanile in Giappone, inaugurato forse da Typhoon Club (Sōmai Shinji, 1985), proseguito da pellicole più o meno coeve come Love & Pop (Anno Hideaki, 1998), e ancora drammaticamente attuale in opere contemporanee quali Destruction Babies (Mariko Tetsuya, 2016) e Happyend (Sora Neo, 2024). Il film di Kitano, tuttavia, non si caratterizza per la disperazione strisciante di alcune delle opere sopracitate, ma adotta uno sguardo ben più ironico e affettuoso nei confronti dei suoi protagonisti, pur senza alcuna edulcorazione delle responsabilità e dei traumi che li riguardano. Kitano mette infatti in scena con usuale amara ironia la brutalità giovanile di Masaru e Shinji – senza risparmiare i dettagli della violenza praticata (memorabile la freccetta conficcata nella testa del compagno di banco) e della sicurezza ostentata – a cui giustappone le poetiche scene in cui i due si aggirano soli per gli spazi urbani di Tokyo, ben più isolati, confusi e abbandonati di quanto non vorrebbero far credere (e non è un caso che il film ignori completamente qualsiasi tipo di figura genitoriale).
In questo contesto, risulta particolarmente interessante il ruolo della boxe, che diventa centrale nella linea narrativa di Shinji: laddove il pugilato al cinema è spesso al centro di storie di passione e riscatto personale, qui Shinji pare allenarsi e progredire senza mai mostrare un benché minimo interesse viscerale per lo sport, come rivelato dal suo sguardo vacuo, insensibile ai trionfi e al dolore. “Un giorno tu sarai un campione e io sarò il boss. Incontriamoci allora!”, dice Masaru a Shinji nella scena che ne segna il temporaneo commiato, ignorando che nessuno dei due nutre una particolare passione per i rispettivi mondi di riferimento, sia esso lo sport o la yakuza. È emblematico il momento in cui Shinji, nella fase di crisi della sua carriera sul ring, va a correre affiancato in bicicletta da uno degli allenatori e finisce per farsi staccare, come se il suo desiderio di affermarsi si fosse definitivamente spento. Kids Return si rivela così la storia di due personaggi che ignorano la direzione da imporre alle proprie vite e si lasciano trascinare dagli eventi e dalle opportunità – sportive o criminali che siano – unicamente in virtù di un talento apparente.
Ma quando i percorsi di Masaru e Shinji si chiudono inevitabilmente nella violenza e nel fallimento, Kitano non condanna i propri personaggi a una desolazione esistenziale perpetua, ma spalanca il film al futuro. Quando i due si ricongiungono nel finale e tornano a pedalare nel cortile della vecchia scuola, non c’è disperazione nei loro sguardi; e quando Shinji si domanda se questa sia la fine delle loro vite, Masaru lo rassicura: “È soltanto il principio!”. Questa apertura al domani è suggellata dal magnifico tema musicale di Hisaishi Joe, che accompagna a tutto volume i titoli di coda: un motivo travolgente che fonde alla perfezione la malinconia esistenziale e il ritmo incalzante di un tumulto giovanile che, come suggeriscono i protagonisti, è appena cominciato.
Titolo originale: キッズ・リターン (Kizzu Ritān); regia, sceneggiatura e montaggio: Kitano Takeshi; fotografia: Yanagishima Katsumi; musica: Hisaishi Joe; interpreti: Kaneko Ken (Masaru), Andō Masanobu (Shinji), Morimoto Leo (professore), Yamatani Hatsuo (manager della palestra di pugilato), Ishibashi Ryo (capo yakuza) Kashiwaya Michisuke (Hiroshi), Oka Mitsuko (barista, madre di Sachiko), Daike Yūko (Sachiko), Terajima Susumu (yakuza no. 2), Morooka Moro (Hayashi), Shigehisa Koichi (allenatore), Shimojō Masami (padrino della yakuza); produttori: Mori Masayuki, Tsuge Yasushi, Yoshida Takio; durata: 103’; anno di produzione: 1996; prima mondiale: 19 maggio 1996 (49° Festival di Cannes, Quinzaine des Réalizateurs); uscita in Giappone: 27 luglio 1996.
English Review (translated)
Upon its release in 1996, Kids Return marked Takeshi Kitano’s greatest critical and commercial success in his home country. Already widely celebrated abroad – especially for the acclaimed Sonatine (1993) – the director had, up until then, enjoyed less appreciation in his native Japan. Yet, Kids Return – shot shortly after Kitano’s recovery from a motorcycle accident that left him with partial facial paralysis – is a coherent continuation of the director’s auteurist path. Without abandoning the ironic and surreal traits of his cinema, he turns the camera on young Japanese people coming to terms, in the 1990s, with the economic and existential precariousness of the so-called “lost decade.”
The brash Masaru and the timid Shinji are inseparable classmates who bully both their peers and their teachers. When two victims of their abuse hire a boxer to beat up Masaru, the latter decides to take up boxing himself to get revenge, dragging Shinji along with him. Soon after, however, Shinji reveals a talent for boxing far superior to Masaru’s; as a result, Masaru abandons the sport to turn to actual crime, getting recruited by a local yakuza boss. The life paths of the two boys, up to that point parallel, thus split apart with the promise of meeting again once they have both reached the top of their respective worlds. But in short time, events take a more dramatic turn than expected…
Kids Return fits seamlessly into a lineage of films about youth alienation and precariousness in Japan – a trend perhaps inaugurated by Typhoon Club (Sōmai Shinji, 1985), continued by more or less contemporary works like Love & Pop (Hideaki Anno, 1998), and still dramatically relevant in contemporary works such as Destruction Babies (Mariko Tetsuya, 2016) and Happyend (Sora Neo, 2024). Kitano’s film, however, is not characterized by the creeping despair of some of the aforementioned works; instead, it adopts a far more ironic and affectionate gaze toward its protagonists, without sugarcoating their responsibilities and traumas in the slightest. Kitano portrays Masaru and Shinji’s youthful brutality with his usual bitter irony –sparing no detail of the violence committed (memorable is the dart stuck in a classmate’s head) or their bravado – which he juxtaposes with poetic scenes of the two wandering alone through Tokyo’s urban spaces, far more isolated, confused, and abandoned than they would care to admit (and it is no coincidence that the film completely ignores any parental figures).
In this context, the role of boxing becomes particularly interesting as it takes center stage in Shinji’s narrative arc: whereas boxing in cinema is often at the heart of stories of passion and personal redemption, here Shinji seems to train and progress without ever showing even the slightest visceral interest in the sport, as revealed by his vacant gaze, indifferent to triumphs and pain alike. “One day you’ll be a champion and I’ll be the boss. Let’s meet then!” says Masaru to Shinji in the scene marking their temporary farewell, unaware that neither of them harbors a real passion for their respective worlds, be it sports or the yakuza. Emblematic is the moment when Shinji, during a crisis in his ring career, goes for a run alongside one of his trainers on a bicycle and ends up falling behind, as if his desire to succeed had been permanently extinguished. Kids Return thus reveals itself to be the story of two characters who do not know which direction to give their lives and allow themselves to be swept along by events and opportunities – whether athletic or criminal – solely by virtue of an apparent talent.
Yet, when Masaru and Shinji’s paths inevitably end in violence and failure, Kitano does not condemn his characters to perpetual existential desolation; instead, he opens the film wide to the future. When the two reunite in the finale and return to pedaling around their old school courtyard, there is no despair in their eyes. And when Shinji wonders if this is the end of their lives, Masaru reassures him: “It’s only the beginning!” This opening toward tomorrow is sealed by Joe Hisaishi’s magnificent musical score, which accompanies the end credits at full volume: a sweeping motif that perfectly merges existential melancholy with the driving rhythm of a youthful turmoil that, as the protagonists suggest, has only just begun.
Original title: キッズ・リターン (Kizzu Ritān); director, writer and editor: Kitano Takeshi; cinematography: Yanagishima Katsumi; music: Hisaishi Joe; cast: Kaneko Ken (Masaru), Andō Masanobu (Shinji), Morimoto Leo (teacher), Yamatani Hatsuo (boxing club manager), Ishibashi Ryo (yakuza boss) Kashiwaya Michisuke (Hiroshi), Oka Mitsuko (coffee shop owner, mother of Sachiko), Daike Yūko (Sachiko), Terajima Susumu (yakuza no. 2), Morooka Moro (Hayashi), Shigehisa Koichi (trainer), Shimojō Masami (yakuza godfather); producers: Mori Masayuki, Tsuge Yasushi, Yoshida Takio; running time: 103’; production year: 1996; world premiere: 19 May 1996 (49th Cannes Film Festival, Quinzaine des Réalizateurs/Directors’ Fortnight); Japanese release: 27 July 1996.
